13a Domenica del Tempo Ordinario

2Re 4,8-11.14-16; Sal 89; Rom 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

L’Amore di Dio non è in competizione con gli altri nostri amori, ma è la chiave di lettura di ogni altro amore, perché esso sia vero e non una falsificazione.

Sono durissime le parole del vangelo di oggi.

Lo sono ancora di più nella versione di Luca che abbiamo ascoltato all’inizio di settembre dello scorso anno, che dice addirittura di “odiare” i propri congiunti (cfr 23a Domenica del Tempo Ordinario, Ciclo C).

Già allora ci meravigliavamo di come possa Gesù chiederci una cosa simile

In quell’occasione suggerivo la prima e più “ovvia” spiegazione: Lui ci ha già dato tutto, ci ha amati per primo… e quindi ha tutto il diritto di chiederci un amore così totalizzante per Lui.

Oggi prendo un’altra strada, lasciandomi ispirare da un aggettivo che Matteo inserisce ben tre volte nei primi due versetti del nostro brano, come fossero dei colpi di martello: si tratta della parola “degno”.

Non son degno di te…

Il vocabolo ἄξιος (traslitterato: “àxios”), che in italiano è stato tradotto con “degno”, non è da intendersi in senso morale, ma prendendo l’ultimo significato del dizionario greco: quello di “adattato”, “corrispondente”.

Facendo una parafrasi, potremmo tradurre così: «chi ama padre o madre più di me non si adatta a me… non entra in piena comunione con me»… un po’ come l’acqua e l’olio, che non si possono mescolare, ma rimangono sempre uno estraneo all’altra.

L’immagine più banale che mi viene in mente per spiegare il senso di questo «non si adatta» (visto che viviamo in una Valle di tornerie meccaniche) è quella di una vite e un dado di due misure diverse… non potranno mai accoppiarsi per formare un bullone!

Un altro esempio banale (ma altrettanto semplice) è quello della chiave musicale all’inizio di uno spartito: senza apporre la chiave all’inizio di ogni pentagramma, anche il più grande musicista del mondo non saprebbe che note suonare! Per lui ogni nota non sarebbe altro che un puntino o una stanghetta senza senso.

L’amore che Gesù chiede è essenziale: senza quello non si va da nessuna parte.

Il confronto che Gesù pone tra l’Amore per Lui e quello per i congiunti più stretti non è nell’ordine dell’importanza (come potrebbe essere quello di una graduatoria, una lista di arrivo di una gara podistica): è – invece – una questione di qualità sostanziale.

È come se Gesù ci stesse dicendo: «se non ami anzitutto me (nel modo in cui io Amo te), tutti gli altri amori della tua vita non avranno senso».

Gli “amori” umani…

Ogni volta che parliamo di amore noi siamo un po’ come i bambini e gli adolescenti: ridiamo come degli ebeti. Perché?

Perché – purtroppo – abbiamo “sporcato” la parola “amore” e l’abbiamo associata ad un sacco di cose che con l’amore non hanno nulla a che fare.

Non siamo puri di cuore, perciò – anche quando pensiamo all’amore con sincerità e intensità – ci vengono in mente immagini o idee oscene.

Anche nel migliore dei casi, anche nei rapporti di affetto più saldi all’interno della nostra famiglia (quelli che cita Gesù), il nostro è un amore “malato”.

Nell’amare, noi siamo esclusivi, nel senso letterale della parola: escludiamo.

Un esempio?

«Se ami me non devi guardare a nessun altro!»

Non fa una piega… Pensiamo a come si rompono tantissime amicizie (da una parte e dell’altra) quando ci si fidanza (non solo da adolescenti, ma anche da adulti).

O ai “cortocircuiti” che si creano quando i genitori degli sposi novelli sono troppo appiccicati ai loro figli e rischiano di far saltare i fragili equilibri di una coppia appena formata.

Ciò succede proprio perché il nostro modo di amare è “fallato” fin dall’inizio; nasce sulla gelosia, sulla rivalità, sui sospetti, sulle concessioni:

«d’ora in poi, coi tuoi amici del calcetto esci al massimo una volta la settimana, perché hai sposato me, non loro; altrimenti comincio a pensare che hai un’altra!»

…e l’Amore di Dio

L’Amore di Dio è di tutt’altra pasta. Non è assolutamente esclusivo: è proprio il contrario… è inclusivo!

Gesù non dice «devi amare me invece di tuo padre e tua madre», ma ci chiede amare anzitutto Lui, (e come ama Lui) e poi di amare ogni altra creatura in Lui, nel Suo Amore.

Allora – e solo allora – i nostri “amori” (a partire da quelli più sinceri e saldi, come i rapporti famigliari) saranno vissuti con la giusta chiave di lettura, non saranno assolutizzati o posti sotto condizione, ma saranno liberi e sinceri.

Proviamo a leggere in quest’ottica la prima lettura: il racconto della donna di Sunem che accoglie il profeta Eliseo e lo invita spesso a cena, e addirittura propone al marito di costruirgli una stanza da letto al piano superiore della loro casa…

Come sarebbe andata se in quella coppia vi fosse stato un amore solo “umano” (per quanto sincero)? Il marito non avrebbe cominciato ben presto a sospettare di essere trattato dalla moglie come uno stupido, come un “cornuto felice”?

Invece essi accolgono «un profeta perché è un profeta» (come dice Gesù nel vangelo): vedono – cioè – in Eliseo, il segno dell’Amore di Dio, che non li abbandona, ma – anzi – li accompagna.

Aprendosi disinteressatamente a questo Amore (invece di trovarvi motivo di gelosia o sospetto) si aprono alla vita: quel figlio che Eliseo profetizza che arriverà, contro ogni aspettativa umana.

E continueranno a farlo in seguito, anche nella sciagura della morte inaspettata di quello stesso figlio (cfr 2Re 4,17-37).

Il tema dell’accoglienza

Fin dalla prima lettura (come abbiamo visto), l’altro tema importante nei testi di questa domenica è l’accoglienza…

Essa ci viene additata come la forma concreta dell’amore: si accoglie veramente solo chi si è disposti ad amare.

Il proverbio dice che «a caval donato non si guarda in bocca», e anche se – nel nostro contesto – può sembrare una frase sciocca o fuori luogo, credo che esprima veramente il senso dell’accoglienza come espressione dell’Amore: se ami veramente, non stai a guardare ciò che ti viene donato, ma chi te lo dona.

In tal senso è stata felice la scelta operata dalla riforma dei testi liturgici per quanto riguarda la formula di manifestazione del consenso tra i nubendi nel Sacramento del Matrimonio: non si dice più «io prendo te come mia sposa» ma «io accolgo te…»

Queste parole aiutano capire che la persona che sto sposando non è una mia “conquista”, ma è un dono di Dio (e lo sarà sempre): è Lui che me l’ha affidata.

Siamo invitati a comprendere che l’Amore di Dio è all’origine e all’orizzonte di ogni altro amore.

Accogliere il Donatore, non il dono

Ecco tracciata la strada per imparare ad amare Dio “più” …del marito, della moglie, del padre, della madre, dei figli, di se stessi e della propria vita.

Quel “più” ci invita a volgere lo sguardo in alto, a non scordare mai di tenere fisso lo sguardo sull’Origine del dono.

Ecco perché Gesù dice:

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Ogni amore umano (se è sincero) rimanda a Dio, che ne è l’origine, altrimenti non è amore.

Non dobbiamo fare l’errore di fermarci a guardare il dono, dimenticandoci da dove (da Chi) ci è venuto.

Gesù ci invita ad amare «padre o madre… figlio o figlia» apprezzandoli come dono Suo, come segno dell’Amore di Dio per noi.

Un appunto finale: si accoglie «un profeta perché è profeta, un giusto perché è giusto, un discepolo perché è discepolo (del Signore)…» non perché è bello, simpatico, o perché mi dice quello che mi piace sentirmi dire!

Quante volte invece si va a Messa «in quella chiesa, perché c’è quel prete che predica tanto bene», oppure «in quel Santuario perché è proprio stupendo»…

La domanda è: siamo cristiani perché amiamo il Signore o perché stiamo – come sempre – cercando noi stessi e il nostro amor proprio? Attenti! Perché

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà».