…per soldi. Quanto vale la vita umana?

Uccidere per soldi

All’ennesima dimostrazione di come i soldi e l’avidità accechino l’essere umano, domandiamoci se non è il caso di farci tutti un bell’esame di coscienza.|

Credevo di poter vivere una giornata luminosa e gioiosa oggi, memoria di San Filippo Neri, il mio Santo preferito, il santo della gioia, e invece scrivo con il cuore letteralmente schiacciato…

Proprio dopo le mie preghiere mattutine – infatti – ho ricevuto l’ennesima conferma di quanto l’uomo sia malvagio: la prima notizia che ho letto aprendo il cellulare (riguardante la tragedia della funivia del Mottarone) è l’ennesima conferma a quanto ormai sappiamo: il denaro acceca gli occhi e il cuore dell’uomo.

«Guasto ignorato per soldi»

manomissione per soldi

Non si tratterebbe di fatalità, né di errore umano, ma di cosciente e volontaria manomissione del sistema frenante di emergenza: questo ha reso possibile una tragedia che si poteva evitare.

Il tutto per evitare di tenere l’impianto fermo e chiuso in attesa di risolvere i continui blocchi a causa di una serie di anomalie che facevano scattare i sistemi di sicurezza.

E questo già dal 26 aprile, giorno della riapertura degli impianti: «per quasi un mese la cabina della funivia del Mottarone è stata una roulette russa per chi ci ha viaggiato».

Ma d’altronde, i lunghi mesi di lockdown avevano già fatto perdere un sacco di soldi, perciò bisognava recuperarli alla svelta, adesso che finalmente sono arrivate le tanto agognate riaperture e si può tornare alla tanto sospirata “normalità”.

Ad ogni costo

Ma quale normalità? Quella del profitto ad ogni costo e prima di ogni altra cosa?!

Quella che – per risparmiare soldi e intascarli – si è portata via 43 vite nel crollo del Ponte Morandi?

Quella che – siccome «il tempo è denaro» – ti fa togliere le griglie di sicurezza a un orditoio che può inghiottire una povera ragazza di 22 anni? Che ti fa mandare operai non formati a rischiare la vita? Che ti fa “risparmiare” su tutti i protocolli di sicurezza (quante morti sul lavoro si sono verificate solo nell’ultimo mese a causa di inadempienze in materia di sicurezza)!?

Quella che – siccome lo smaltimento dei rifiuti costa un sacco di soldi, li spacci per concimi e invece sono fanghi tossici (altra notizia fresca fresca) avvelenando la gente, in un’ennesima terra dei fuochi?

Potrei continuare all’infinito andando a ritroso…

Da che mondo è mondo

La triste constatazione è che questa abitudine di mettere i soldi e il profitto davanti a qualsiasi cosa (perfino alla vita umana) c’è fin dall’inizio del mondo, o perlomeno da millenni, se ascoltiamo la denuncia del profeta Amos:

«Così dice il Signore:
“Per tre misfatti d’Israele
e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna,
perché hanno venduto il giusto per denaro
e il povero per un paio di sandali,
essi che calpestano come la polvere della terra
la testa dei poveri”» (Am 2,6-7).

Dovevamo uscirne migliori

Dalla pandemia dovevamo uscire cambiati: «niente sarà più come prima» hanno detto decine di personaggi famosi nei duri mesi di marzo e aprile 2020.

E invece eccoci qui a fare i conti con la solita regola: far girare i soldi, massimizzare i profitti, ad ogni costo.

Riascoltiamo cosa diceva Papa Francesco nel momento straordinario di preghiera per la pandemia del 27 marzo 2020:

«Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Ebbene? Adesso che la pandemia sembra passata, che stanno togliendo tutte le restrizioni, che finalmente si può ricominciare a “vivere”… ci siamo già dimenticati di tutto.

Siamo tornati come prima, anzi: peggio di prima, perché adesso abbiamo fretta di recuperare il tempo e i soldi che abbiamo perso in questi mesi.

La frenesia di tornare come prima

Tutta l’impazienza di aprire e ripartire di gran carriera mi fa riaffiorare alla mente altre parole del profeta Amos:

«Ascoltate questo,
voi che calpestate il povero
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo l’efae aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano”» (Am 8,4-6).

Non è il ritorno ad una vita serena che manca all’uomo di oggi, ma quello ad una vita disumana, frenetica, fatta solo di “arraffa-arraffa”, imbrogli e tornaconti.

Anche chi non ha i soldi in testa, ha come unico orizzonte la soddisfazione di sé, qui e ora, senza “se” e senza “ma”, ad ogni costo (anche a costo della libertà e della salute degli altri): basti pensare alle frasi scioccanti di quella ragazza intervistata da Paolo Del Debbio a Diritto e Rovescio:

«No, dico che comunque i giovani della mia età non muoiono di Covid, ma neanche mio padre che ha 50 anni. A morire sono le persone anziane. A questo punto ti dico la verità: io tengo molto ai miei nonni, ma se devono morire morissero».

Signore, pietà

Di fronte a tutto questo orrore, mi sono rifugiato nella stupenda preghiera di invocazione di perdono che troviamo nella prima lettura di oggi:

«Abbi pietà di noi, Signore, Dio dell’universo, e guarda,
mostraci la luce della tua misericordia,
infondi il tuo timore su tutte le nazioni»
.

Proprio come faceva il mio caro san Filippo Neri che – secondo le testimonianze – quando un penitente gli confessava qualche peccato orribile scoppiava in lacrime, sentendolo come suo proprio e chiedendone perdono al Signore.

Un esame di coscienza per ciascuno di noi

E non è solo un esercizio “da santo” quello di sentirsi corresponsabili delle colpe commesse dall’umanità: dobbiamo sentirci tutti legati, perché nel grande Corpo Mistico che è la Chiesa, come esiste la Comunione dei Santi e delle Cose Sante, esiste – purtroppo – anche la condivisione di quelle malvage:

«se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» (1Cor 12,26).

La mia santità arricchisce tutta la Chiesa, e il mio peccato impoverisce tutta la Chiesa.

Ciascuno di noi ha dentro un po’ di quell’avidità che siamo soliti denunciare nelle tragedie come quelle che abbiamo visto in questi giorni: è ipocrita indignarsi di fronte ad un ponte che cade per omessa manutenzione, ad una funivia che uccide per volontario sabotaggio…

Quante volte anche noi mettiamo il nostro “io” davanti a tutto e a tutti?

Basta pensare a quando corriamo in auto oltre i limiti di velocità (o non rispettando gli STOP) perché siamo in ritardo per un appuntamento o abbiamo semplicemente fretta.

Basta pensare a quando inquiniamo l’ambiente, sprechiamo risorse naturali… in una parola: tutte le volte che mettiamo su un “altare” il nostro “io”, senza pensare a niente e nessuno (atteggiamento egoista che spesso abbiamo anche in famiglia, con le persone più vicine a noi).

Basta vedere che già gli apostoli di Gesù avevano il “coraggio” di pensare alla propria gloria proprio nel momento più inadatto, di fronte all’annuncio della Sua Passione (cfr il vangelo di oggi).

Se noi non causiamo tragedie simili a quelle di cui parlano giornali e TV è solo perché non abbiamo l’occasione e i mezzi per farle succedere, altrimenti…

La medicina

Oltre all’atto di mortificazione, umiliazione e pentimento di cui ho parlato sopra, quale medicina ci può guarire da queste malattie che sono il nostro egoismo e la nostra insaziabile avidità?

È distogliere lo sguardo da nostro “ombelico” e rivolgerlo in alto:

«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2).

Era quello che faceva sempre il mio buon caro san Filippo Neri: «Paradiso! Paradiso!» era il grido col quale calpestava ogni grandezza umana. E ai suoi diceva:

«Chi non sale spesso in vita col pensiero in Cielo, pericola grandemente di non salirvi dopo morte».

Che il Signore ci attiri a Lui, e ci faccia distogliere il nostro sguardo da noi stessi per volgerlo generosamente e amorevolmente ai fratelli.