5a Domenica di Pasqua 

At 14,21-27; Sal 145; Ap 21,1-5: Gv 13,31-35

C’è un aggettivo che torna più volte nelle pagine bibliche di questa domenica: “nuovo”:

«vidi un cielo nuovo e una terra nuova» (Ap 21,1)

«vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova» (Ap 21,2)

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5)

«Vi do un comandamento nuovo» (Gv 13,34)

«Nuovo» è una di quelle parole “magiche” che ci attira subito. Ci piacciono un sacco le cose nuove: ci piace poter cambiare l’auto vecchia con una nuova, il cellulare vecchio con uno nuovo, l’anno vecchio con uno nuovo…

La novità ci piace non solo perché (nel caso delle cose) nessuno l’ha mai usata, ma anche perché (nel caso del tempo) non l’abbiamo ancora sperimentata, e quindi lascia spazio all’attesa, alla speranza in qualcosa di buono.

Ma perché Gesù definisce “nuovo” qualcosa che sembra antico come il mondo? Amarsi non è certo un’invenzione cristiana. E nemmeno il comando in sé… il comandamento dell’amore percorre tutta la Bibbia, fino ad abbracciare anche i nemici:

«Se il tuo nemico ha fame, dagli pane da mangiare, se ha sete, dagli acqua da bere» (Prov 25,21)

Qui “nuovo” non è il contrario di “antico”, ma di “vecchio”. Ricordiamoci che è Giovanni a scrivere questo testo, lui che in un passo della sua prima lettera scrive:

«Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio… Eppure vi scrivo un comandamento nuovo» (1Gv 7,8)

Quello di «amare il prossimo come se stessi» era ormai diventato un comandamento “vecchio”, a forza di essere trasgredito, perché – come dice l’apostolo Paolo – la Legge imponeva solo l’obbligo di amare, ma non dava la forza per farlo.

Il comandamento di Gesù – invece – è realmente “nuovo”, perché solo in Cristo ci è data anche la forza per metterlo in pratica.

Il contesto del brano di vangelo che ascoltiamo in questa domenica è l’Ultima Cena, subito dopo che Giuda è uscito per andare a concludere le fasi finali del suo tradimento. Gesù ha già compiuto il gesto unico della Lavanda dei piedi e ha già istituito la Santa Eucaristia. Sta per essere tradito e abbandonato, eppure continua ad amare, infinitamente.

Le motivazioni della novità e dell’unicità dell’Amore di Gesù sono descritte nel Nuovo Testamento almeno in tre sfaccettature:

1. Gesù ci ha amati «per primo»:

«l’amore è da Dio… In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,7.10)

2. Gesù ci ha amato mentre eravamo suoi nemici»:

«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rom 5,8)

3. Gesù ci ha amati «fino alla fine:

«Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1)

Ecco, il comando di Gesù è profondamente nuovo perché nessuno si era spinto così in là nell’Amore. E nessuno potrebbe, mai più. Infatti quel «come» con il quale Gesù raccomanda ai suoi discepoli di amare, non indica la quantità (che ci sarebbe impossibile), ma la qualità. Quel «come» (in greco kathòs) può essere anche tradotto con «poiché, in ragione del fatto che… io ho amato voi».

Fino a questo momento l’uomo aveva pensato di poter imparare “da autodidatta” l’arte di amare, di potersela cavare da solo anche nell’amore, con una sorta di “fai da te”, come per montare un mobiletto dell’IKEA (mi si perdoni il paragone).

Ma Amare sul serio è possibile solo in comunione con Dio, che è la fonte dell’Amore, ed è l’Amore stesso.

L’uomo – fondamentalmente – ama in ragione dello scoprirsi amato. Ogni nostro gesto di amore è nato da altrettanti gesti d’amore ricevuti.

Qui si tratta ora di riconoscere l’origine del primo gesto d’Amore in assoluto, e in questa scia continuare ad amare, con lo stesso stile: 1) per primi, 2) anche i nemici, 3) fino alla fine.

1. Quante volte, nei rapporti quotidiani in famiglia, diciamo: «non tocca a me! È lui che ha torto! Deve fare lui il primo passo per venire a chiedermi scusa!». Ecco, se Dio avesse dovuto ragionare così, noi staremmo ancora immersi nelle tenebre del nostro peccato e nessun Cristo sarebbe sceso a salvarci imbracciando la Croce! Gesù ci invita a “fate noi il primo passo”.

2. Amare i nemici non è facile, certo, ma siamo chiamati almeno a stupirci di fronte all’Amore (per noi insensato) di Dio che Ama anche i nostri nemici, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). ChiediamoGli «come fai Signore? Aiutami a capire!». Uno stupore che pian piano diventi desiderio di imitazione…

3. Quante volte poi ci arrendiamo subito, dopo la prima difficoltà? Altro che «fino alla fine». Siamo tutti capaci di slanci generosi, ma quando si tratta di essere costanti, di ricominciare ogni giorno da capo…

Amare così è disumano (nel senso di “non umano”). Appunto: è divino!

Ma Gesù non ha paura di chiederci «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48), perché sa che – col dono della sua vita – ci ha instillato nel cuore una capacità di Amare così.

E un Amore così, davvero, «fa nuove tutte le cose» (cfr Ap 21,5).