Polvere ne abbiamo?Mercoledì delle Ceneri

Polvere ne abbiamo?

«Polvere tu sei e in polvere ritornerai» può sembrare una minaccia, ma in realtà dice solo l’Amore infinito di un Dio che non smette di far vivere di sé l’uomo.

Gl 2,12-18; Sal 51; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

Sono due anni che non viviamo questo rito penitenziale: l’anno scorso eravamo giusto al terzo giorno di lockdown in Lombardia: una serrata che credevamo di breve durata e invece ci ha tenuti a digiuno eucaristico fino al 18 maggio 2020.

Quest’anno sembra che – tra le tante disposizioni igieniche – possiamo invece iniziare la Santa Quaresima (ma stiamo col fiato sospeso, sperando che le nuove varianti del Covid-19 non ci facciano ripiombare presto nell’incubo dell’anno scorso).

Celebrazioni asettiche?

E tra le tante disposizioni che ci accompagnano da mesi, le ultime arrivate dalla Curia – in merito alla celebrazione odierna – recitano:

Il Rito delle Ceneri è possibile celebrarlo seguendo le indicazioni Nota della Congregazione per il Culto del 12 gennaio 2021:

pronunciata la preghiera di benedizione delle ceneri e dopo averle asperse con l’acqua benedetta, senza nulla dire, il sacerdote, rivolto ai presenti, dice una volta sola per tutti la formula come nel Messale Romano: «Convertitevi e credete al Vangelo», oppure: «Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai».

Quindi il sacerdote asterge le mani e indossa la mascherina a protezione di naso e bocca, poi impone le ceneri a quanti si avvicinano a lui o, se opportuno, egli stesso si avvicina a quanti stanno in piedi al loro posto. Il sacerdote prende le ceneri e le lascia cadere sul capo di ciascuno, senza dire nulla”.

Non so a voi, ma – pur comprendendone l’assoluta necessità a livello sanitario – tutte queste “note” diramate dai “piani alti” (civili o ecclesiastici) mi fanno temere il rischio di far crescere sempre più una sorta di “polvere” sui gesti che la Liturgia vuole farci vivere per intuire il grande Mistero del quale siamo partecipi.

Lo dicevo già alcuni giorni dopo la ripresa delle Celebrazioni: il voler celebrare a tutti i costi – costi quel che costi – ha un costo, a volte elevato.

Chiedo venia per il gioco di parole, ma ho l’impressione che in questi mesi ci siamo rassegnati a tante cose, pur di poter “riavere la Messa”:

  • al fatto che tante persone (e non solo gli anziani) non vengano più a Messa (con la scusa che «non si fidano»… solo in chiesa, ovviamente, perché tante altre occasioni di socialità – anche non obbligatorie – non li spaventano, a quanto pare);
  • al fatto che siano stati soppressi alcuni gesti liturgici abituali, come il salire all’altare in processione a ricevere la Santa Eucaristia, o lo scambio del gesto di pace (magari quest’ultima proibizione a qualcuno fa comodo);
  • al fatto che non possiamo più cantare tutti insieme (visto che non si possono adoperare i libretti), al fatto che nessuno passi più a raccogliere le offerte (meglio: così se non voglio dare nulla, non se ne accorge nessuno);
  • al fatto che non ci si possa fermare fuori di chiesa dopo la Messa, per non creare assembramenti (meglio, così se non ho voglia di storie, me la filo di corsa a casa)…

Potrei continuare a lungo, ma rischierei di essere il solito disfattista malato di pessimismo, invece di suggerire buoni pensieri di meditazione per questa Quaresima.

Ma non rinuncio a partire da qui per suggerire che – in questo tempo di conversione che abbiamo la grazia di cominciare oggi – abbiamo davvero bisogno di recuperare il significato profondo del nostro celebrare e del nostro vivere da cristiani.

La necessaria conversione

Credo che questo giorno in cui ci viene detto «Ricordati che sei polvere» abbiamo bisogno di iniziare a “far via la polvere” da tante cose, soprattutto dal nostro cuore.

Anzitutto il richiamo del brano di vangelo che ascoltiamo tutti gli anni in questa liturgia:

«la tua elemosina resti nel segreto…
chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto…
la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto…»

Queste raccomandazioni sono l’invito a ricercare un’interiorità che ci faccia vivere tutte le cose (non solo “quelle di chiesa”) ritrovandone il significato più genuino.

L’anno scorso siamo stati inaspettatamente obbligati a vivere la Quaresima in una dimensione di “segretezza” e segregazione forzata, e magari abbiamo sentito forte la mancanza delle relazioni, dell’incontro, della celebrazione comunitaria…

Ma io ho l’impressione che l’esserci nuovamente riversati in chiesa non abbia favorito un vero recupero della dimensione di solidarietà e fraternità che dovrebbero caratterizzare noi cristiani.

Ricostruire una Comunità

Forse in questa Quaresima abbiamo bisogno di sentire che ogni cosa che celebriamo e viviamo da cristiani (sia che la facciamo personalmente, “di nascosto”, sia che la celebriamo qui insieme nella Liturgia) ha lo scopo di farci camminare assieme, come famiglia, perché – se è vero che quel Padre «vede nel segreto», resta pur vero che Egli è il Padre di tutti noi, e noi siamo tutti fratelli.

Egli desidera tenerci assieme, uniti, come dice il profeta Gioele nella prima lettura:

«Così dice il Signore:
“Ritornate a me con tutto il cuore,
con digiuni, con pianti e lamenti”…
convocate una riunione sacra.
Radunate il popolo,
indite un’assemblea solenne,
chiamate i vecchi,
riunite i fanciulli, i bambini lattanti»
.

Per esempio, non potendoci trovare a celebrare, l’anno scorso abbiamo anche “saltato” il gesto di carità comunitaria della Quaresima… qualcuno se n’è accorto?

È vero: sicuramente molti di noi avranno comunque trovato il modo di vivere la dimensione dell’elemosina, con donazioni agli ospedali e strutture sanitarie in emergenza… ma «fare l’elemosina in segreto» non significa che non sia importante il sentirsi chiamati alla generosità tutti quanti assieme, come famiglia cristiana.

Ricostruire la dimensione corporale

Molti si sono abituati a sostituire la partecipazione fisica alla Santa Messa con le trasmissioni televisive (o lo streaming via internet)… Se questa cosa è comprensibile per gli anziani che faticano a deambulare o versano in situazioni di salute già critiche, non lo è per molte persone che – semplicemente – non sentono più il bisogno di vivere la celebrazione liturgica in modo “fisico”.

Ci mancano gli abbracci, le strette di mano… e invece dei gesti corporei della Liturgia possiamo fare a meno?

  • Il muoverci dalle nostre abitazioni verso la casa del Signore (che dice la risposta alla Sua chiamata),
  • lo stare in piedi (che dice l’attenzione e l’ascolto rispettoso della Sua Parola),
  • il metterci in ginocchio (che dice la nostra adorazione verso il mistero divino),
  • il disporsi in processione verso l’altare (che dice la nostra condizione di miseria che ci fa salire con le mani tese a chiedere la carità),
  • il piegare il capo per ricevere le Sante Ceneri…

Di quante cose abbiamo imparato a fare a meno senza pensare a quanto stiamo perdendo! Stiamo lasciando morire anzitempo il nostro essere corpo.

Polvere animata

È vero siamo polvere, ma una polvere che Dio ha trasformato a Sua immagine e somiglianza:

«il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).

Mi piace sempre provocare i bambini – quando spiego la creazione dell’uomo – chiedendo loro come abbia fatto Dio a plasmare la forma dell’uomo solo con la polvere secca: subito arrivano a dirmi che non si può, che serve dell’acqua, per renderla fango.

E – pur se un po’ renitenti – tutti mi confessano che, da piccoli, quando non avevano acqua a disposizione e volevano modellare qualcosa con la sabbia usavano la loro saliva.

È quello che ha fatto Dio: noi siamo polvere del suolo impastata con la sua saliva (che nel mondo ebraico indicava non solo qualcosa dal potere terapeutico, ma la vita stessa, che usciva dalla bocca di una persona) e animati da soffio del Suo Spirito nelle narici, come si fa in una “respirazione bocca a bocca”.

Gratitudine dell’essere niente

Ringraziamo allora il Signore di poter vivere “in presenza” questa solenne celebrazione di inizio del cammino quaresimale, di poterci veramente lasciar cospargere il capo di polvere e cenere, perché – seppure il gesto è simbolico – non possiamo fare a meno di riconoscere che tornare a casa coi capelli insozzati dalla cenere ci fa rendere conto in modo più plastico di quanto siamo miseri e bisognosi di tutto, che senza la saliva e l’alito di Dio non siamo altro che misera polvere alzata dal vento, come canta il vecchio canto Io non sono degno: