Pregare poco (o non pregare affatto) è peccato?

Pregare poco è peccato?

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La decima puntata della nostra “rubrica” riguarda uno dei peccati più “gettonati”: «prego poco… non trovo mai il tempo per pregare».

Cerchiamo anzitutto di capire perché pregare poco (o non pregare del tutto) sia peccato.

Pregare poco (o nulla) è peccato?

Se per “peccare” intendiamo solo “fare del male a qualcuno”, beh, a prima vista, a “non dire le preghiere” non si fa del male a nessuno, no?

Se invece ricordiamo che vi sono peccati di pensieri, parole, opere e omissioni, essendo la preghiera uno dei “doveri” cristiani, non pregare è un peccato di omissione.

Ma a me non piace pensare la preghiera come un “dovere”, e nemmeno semplicemente come “qualcosa di buono”.

La preghiera è un atto d’Amore

Pregare non è recitare “a macchinetta” un sacco di parole preconfezionate o una “tassa” che dobbiamo pagare al Signore: la preghiera è un dialogo intimo e confidente con Dio, che amiamo perché siamo coscienti di dovergli tutto.

Ma si può dire di amare una persona se non le si parla mai, se non la si pensa frequentemente?

Provate a chiedere a due giovani innamorati quanto tempo passino in un giorno senza il pensiero l’uno dell’altra, senza “farsi vivi” con un messaggino, una telefonata…

L’amore non è una cosa astratta: si rende visibile in azioni e manifestazioni concrete; e la preghiera è una manifestazione concreta d’amore per Dio.

Amare con tutto se stessi

Quando hanno chiesto a Gesù di dire quale fosse il primo e più grande comandamento, non esitò un attimo a ripetere la formula conosciutissima dello Shemà Israel:

«amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Mc 12,30; cfr Dt 6,4-5).

Non pregare (o pregare poco) significa non ricordarsi di Dio, non tenerlo in considerazione, non metterlo al primo posto nella propria vita, non amarlo.

Fa male a Dio, ma anche a noi

Non dimostrare amore verso il proprio amato lo fa stare male, perciò, se ci mettiamo nei panni di Dio e cerchiamo di ascoltare il Suo cuore, non possiamo far altro che sentirci piccoli piccoli di fronte alla nostra ingratitudine nel non sentire il bisogno di parlare con Lui o non trovare un attimo per pensarlo.

Ma pregare poco fa male anche a noi, non solo perché affievolisce il nostro rapporto con Dio e lo fa diventare sempre più superficiale e “diplomatico”, ma perché la preghiera è come l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo: non possiamo farne a meno!

Come un innamorato “si nutre” dell’amore che riceve dalla persona amata, così la nostra anima non può nutrirsi che dell’Amore che riceve da Dio quando entra in comunione con Lui.

La preghiera è un’arma

La preghiera, poi, come ci hanno insegnato Gesù e tutti i santi, è un’arma potente sia per resistere alla tentazione (cfr Mc 14,38), sia per trovare forza e coraggio nell’affrontare le fatiche e i pesi della vita quotidiana.

Di fatto, quando un penitente mi confida di essere abbattuto e sconsolato, o mi ha già confidato di pregare poco, oppure me lo conferma su mia domanda esplicita.

Se non preghiamo ci sentiamo perduti, se invece ci confidiamo con Dio e chiediamo il Suo aiuto, Egli ci fa la grazia di non sentirci più soli, ma incoraggiati dalla Sua presenza: è un po’ come quando dobbiamo camminare su una strada buia e deserta e – per sentirci più sicuri – chiamiamo un amico o un parente e stiamo in comunicazione con lui lungo tutto il tragitto.

Meglio pregare poco ma bene?

C’è qualcuno che giustifica il proprio pregare poco con la fatica di stare a lungo raccolto in preghiera, e afferma:

«che senso ha dire cinquanta Ave Maria? Meglio dirne una detta bene che cinquanta dette male».

Certo, pregare a lungo per qualcuno può essere difficile, ma la soluzione non è ridurre la preghiera a un minuto striminzito, ma dilazionarla lungo la giornata, imparando quella forma di pietà che sono le giaculatorie: piccole formule di dichiarazione di affetto a Dio, di richiesta di aiuto, di manifestazione di pentimento…

Sono come brevi messaggi di WhatsApp che inviamo al Signore per fargli sapere che Lo pensiamo: credetemi, non mancherà di rispondervi subito.

Insomma, vale anche per la preghiera lo stesso consiglio che si dà per l’alimentazione: pregare poco ma spesso.

Come penitenza…

Ecco perché, come penitenza alla fine della confessione, noi sacerdoti diamo spesso il compito di pregare (per la pace, per gli ammalati, per altre intenzioni): pregare non è certo una penitenza, ma piuttosto una medicina che ci aiuta a tenere vivo quel contatto vitale con Dio che il Sacramento della Riconciliazione ha ripristinato.