Giovedì Santo, nella Cena del Signore

Es 12,1-8.11-14; Sal 116; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Per noi sacerdoti questo è un giorno particolare, perché – oltre a ricordare l’istituzione della Santa Eucaristia (come tutti i cristiani) – festeggiamo anche il Dono del Sacerdozio, rinnovando le nostre Promesse Sacerdotali.

Purtroppo quest’anno non possiamo radunarci in cattedrale attorno al nostro Vescovo nella Santa Messa del Crisma, ma ciò non ci impedisce di vivere nel silenzio il senso di gratitudine al Signore per l’immenso dono che ci ha fatto.

Due doni strettamente collegati

Le due celebrazioni (quella mattutina del Crisma e quella serale in Cena Domini) sono strettamente connesse tra loro.

È proprio perché Cristo ci ha donato l’Eucaristia che ha istituito il Sacerdozio, sia quello ministeriale (di cui sono grato io al Signore), sia quello comune a tutti i fedeli, ricevuto nel Battesimo.

Eucaristia” significa “rendimento di grazie” a Dio, per il Dono totalmente gratuito della vita di Gesù.

Ministero” significa “servizio” (“ministro” viene dal latino minister – “servitore, aiutante”, derivato dell’aggettivo minor o dell’avverbio minus – “minore, meno”; così come magister – “maestro” è in rapporto con magis – “più”).

Non c’è Eucaristia senza Sacerdozio, non c’è Sacerdozio senza Eucaristia.

Gratuità e Servizio

Non è un caso che l’evangelista Giovanni rinunci a descrivere i gesti e le parole che ripetiamo al momento della Consacrazione ogni volta che celebriamo la Santa Messa.

La scelta di ricordare la lavanda dei piedi anziché la Frazione del Pane, non è dovuta al fatto che ormai la celebrazione Eucaristica fosse assodata nella Comunità cristiana.

È una questione di comprensione spirituale.

Solo perché scrive dopo tutti gli altri (primo Paolo – la seconda lettura di oggi – e poi i tre Sinottici), Giovanni ha compreso ancor più in profondità il senso dell’Eucaristia.

Ed è un cammino di approfondimento che dobbiamo fare tutti, per evitare che il sederci a tavola con Gesù rimanga solo un’abitudine ripetitiva e vuota.

«Lo capirai dopo»

Qualche riga sopra ho messo la parola “dopo” in grassetto, per anticipare quello che voglio sottolineare ora.

Sieger Köder, La Lavanda dei piedi

Come ogni volta che si parla dell’apostolo testone di cui porto il nome, mi colpisce il piccolo – ennesimo – diverbio tra Gesù e Pietro.

Per questo ho scelto come immagine lo stupendo quadro di Sieger Köder (di cui potete leggere una bellissima spiegazione cliccando su questo link).

Non sono tanto la permalosità, l’orgoglio e la testardaggine di Cefa (a cui siamo abituati) ad attirare la mia attenzione, quanto la risposta di Gesù:

«Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo»

Pietro – che aveva proclamato Gesù come Messia e Figlio di Dio – ha ancora nella testa e nel cuore un’idea sbagliata, probabilmente la stessa per la quale si era beccato quella bella lavata di capo:

«Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23).

Non è ancora pronto per capire cosa fa Gesù. Lo capirà… dopo.

Dopo… Quando?

Pietro è impaziente. Lo è sempre stato, secondo il suo carattere irruente.

Poco più avanti – infatti – lo ritroviamo in questo scambio di battute:

« “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”» (Gv 13,36-37)

Quando sarà questo “dopo”? Dopo che cosa?

Senz’altro, dopo aver sperimentato il proprio fallimento, le proprie paure, le proprie infedeltà.

Soprattutto dopo aver constatato fino a che punto era pronto ad arrivare l’Amore del suo Maestro per lui.

Ancor di più, dopo l’ultimo incontro col Risorto, quando si sentirà rinnovare la fiducia di Gesù.

Più “dopo” ancora: fino alla fine

Ma non basta, perché anche in quell’occasione si sentirà dire:

«In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).

Quel «quando sarai vecchio» lascia intendere che la strada da fare è ancora lunga, ma è già indicata chiaramente:

«Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).

Il “dopo” indica il momento in cui – finalmente – Pietro (e con lui ogni discepolo) sarà pronto a lasciarsi “vestire” e “svestire” da altri…

E quel «seguimi» finale ribadisce la raccomandazione fatta subito dopo avergli lavato i piedi:

«Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Deporre le vesti

Mi piace sottolineare questo lasciarsi “vestire” e “svestire” a cui accenna Gesù per tracciare la strada a Pietro, perché richiama il gesto che precede la lavanda: «depose le vesti».

È il gesto della “spogliazione”, del rimanere povero e nudo (proprio come sarà sulla croce), del rinunciare ad ogni superiorità per farsi servo.

Da magister (Maestro), Gesù si fa minister (servo). Infatti:

«il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

È un gesto ben descritto nell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi:

«Cristo Gesù, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo» (Fil 2,5b-7; trad. CEI del 1974)

Un gesto totalmente libero

Quello che Gesù fa nella lavanda dei piedi spiega benissimo l’affermazione:

«Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18).

Non sono i Giudei (attraverso il potere dei Romani) a privare Gesù della Sua vita.

È un dono totalmente libero, spontaneo, gratuito.

Ecco: questo è il “quando” di quel “dopo”.

Solo quando Pietro sarà capace “spogliarsi di sé”, delle proprie certezze, delle proprie convinzioni…

Quando sarà capace di fare della sua vita un dono libero, gratuito e totale. Allora potrà veramente seguire Gesù.

Solo quando la nostra vita diventerà un dono totale, libero, gratuito, la nostra Eucaristia sarà vera.

Vale per me, prete ordinato al ministero; vale per tutti i cristiani, divenuti sacerdoti nel Battesimo.