Quaranta

1ª Domenica di Quaresima (B)

Quaranta giorni, il tempo necessario della prova

Quaranta giorni: cifra simbolica per indicare il tempo necessario della prova. Lasciamoci spingere anche noi dallo Spirito con Gesù nel deserto della Quaresima.

Gen 9,8-15; Sal 25; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Come ogni anno, la prima domenica di Quaresima ci fa meditare sul brano delle tentazioni di Gesù nel deserto.

Ma quest’anno siamo nel ciclo liturgico “B”, e il nostro caro amico Marco ci fa gli “sconti di fine stagione”: quello che Matteo e Luca si dilungano a raccontare con dovizia di particolari, è “liquidato” in due versetti, una riga e mezza.

Parole pesanti come pietre

Ormai – però – dovremmo averlo capito: il vangelo di Marco non è un riassunto o un “bigino” degli altri (anche perché è stato il primo a scrivere, quindi – semmai – sono gli altri ad aver copiato da lui), ma è scritto con un’essenzialità tagliente.

Ogni singola parola è pensata, è “densa”, ha un peso enorme, e apre immense strade di riflessione.

Così anche il brevissimo brano di oggi: sono pochi versetti, ma ogni virgola richiama decine di storie e sembra risolvere altrettanti enigmi, colmare infinite attese.

La parolina nascosta

Anzitutto voglio sottolineare una parola chiave che purtroppo non ascoltiamo durante la Santa Messa: nella lettura liturgica – infatti – il sacerdote inizia (quasi) sempre con la formula «In quel tempo», che è molto generica, e toglie ogni contestualizzazione.

Nel caso di oggi, non toglie solo il contesto ma anche la dinamica dei fatti. Il primo versetto del nostro testo – in realtà – suona così:

«E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto» (Mc 1,12).

Dio è impaziente

«Subito» non è un avverbio usato a caso: in Marco torna ben 39 volte (di cui 10 solo nel primo capitolo), e ha lo scopo di sottolineare un ritmo incessante. Se andiamo indietro qualche versetto ce ne rendiamo conto:

«Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.

E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto» (Mc 1,9-12).

Gesù è appena uscito dall’acqua, lo Spirito è appena sceso su di Lui, il Padre gli ha appena rivelato di essere il Suo Figlio prediletto e… subito – quello stesso Spirito – lo spinge nel deserto.

Tra l’altro, anche il verbo scelto da Marco indica veemenza: se Matteo scriverà «fu condotto dallo Spirito» e Luca «era guidato dallo Spirito», qui – letteralmente – c’è scritto che «lo Spirito lo scaraventò nel deserto».

Insomma, neanche il tempo di gustarsi la dolcezza di quell’incontro, di quel “ricongiungimento famigliare”!

Niente da fare: non c’è tempo per i “convenevoli”, perché Dio ha fretta di portare avanti il Suo disegno, di realizzare le Sue promesse.

Se poi leggiamo l’ultimo versetto del brano di oggi, ci accorgiamo che questa “fretta” è ormai anche la fretta di Gesù:

«[Gesù] diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”».

Ma prima della fretta…

Il ritmo è incalzante e la venuta del Regno sembra inarrestabile, ma… attenti, che una pausa c’è, eccome:

«nel deserto rimase quaranta giorni».

Mica patatine! Mica una giornata di ritiro o una settimana di Esercizi Spirituali. Perfino il Mese Ignaziano dura meno!

Quaranta giorni! Non uno di più, non uno di meno.

Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che – prima di “sbucare” fuori dal nulla (come sembra dedursi dalla narrazione di Marco: cfr Mc 1,9) – Gesù aveva passato ben 30 anni (trenta!) nel nascondimento più totale della quotidianità di Nazaret.

Alla faccia della fretta di portare il Regno di Dio!

Perché proprio quaranta?

In realtà il numero quaranta – nella Bibbia – è molto allusivo:

  • quaranta giorni durò il diluvio universale (cfr Gen 7,17)
  • quaranta giorni restò Mosè sul Monte Sinai prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 24,18; Es 34,28)
  • quaranta furono gli anni dell’Esodo: il cammino del popolo di Israele nel deserto verso la Terra Promessa (cfr Dt 8,2)
  • quaranta giorni camminò il profeta Elia prima di giungere ad incontrare Dio sul monte Oreb (cfr 1Re 19,8)…

Insomma, è una cifra simbolica importante, che segna i momenti salienti dell’esperienza di fede del popolo di Dio e anche del singolo credente.

Sufficiente e necessario

Questo numero (come anche il dodici, il tre o il sette) non rappresenta, dunque, una quantità numerica, un tempo cronologico reale, scandito dalla somma dei giorni o degli anni.

Indica piuttosto una lunga attesa, una lunga prova, un tempo sufficiente e necessario per vedere le opere di Dio, un tempo entro il quale occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rinvii.

È il tempo delle decisioni mature.

Anche Gesù – pur essendo il Figlio di Dio – intraprende questo tempo di prova, in vista del difficile ministero che lo attende.

Se vogliamo cogliere il richiamo per noi, Marco ci sta dicendo che non si improvvisa la vita, in particolare il cammino della vita che ci porta incontro a Dio.

La Quaresima è tempo necessario per riappropriarci del vero senso della nostra vita e del nostro cammino di fede.

L’avversario

Come anticipato all’inizio, Marco non ci descrive le tentazioni nello specifico, ma si limita a dire:

«nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana».

“Satana” in ebraico letteralmente significa “oppositore in giudizio”: è l’avversario, il nemico, colui che pone ostacoli sul tuo cammino.

Se i quaranta giorni sono la cifra simbolica per descrivere il tempo della prova, con questa breve affermazione Marco vuol dirci che il tempo della prova è tale anche (e soprattutto) perché segnato dalla presenza del Maligno, che cerca ogni pretesto e occasione per impedire a Dio di far crescere il Suo Regno.

La nostra vita è continuamente messa alla prova e segnata da ostacoli, ma non sempre li sappiamo capire e accettare, e soprattutto fatichiamo a collocarli nel nostro cammino di fede.

Il Vangelo ci insegna a chiamarli con il loro nome proprio: siamo credenti, ed è ora che la smettiamo di parlare di caso, di destino, di sfortuna, di fato!

In ogni attimo della nostra vita (non solo quando siamo in chiesa a pregare) siamo posti davanti ad un bivio: il bene o il male, Dio o il Suo (nostro) avversario.

Non è bigottismo, o superstizione che vuole vedere il diavolo in ogni angolo. Ma il credente – se è tale – deve fidarsi del suo Maestro, che ha più volte messo in guardia i suoi discepoli:

«Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano» (cfr Lc 22,31).

Bestie e angeli

«Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano».

Abbiamo detto che in Marco ogni parola è un macigno, un portone che si spalanca su incredibili stanze… ebbene, anche il fatto che ci descriva (lui solo) in due parole, cosa abbia fatto Gesù durante i quaranta giorni nel deserto, è un pozzo di allusioni.

Le bestie selvatiche non sono solo i tipici abitanti del deserto: alludono invece a quella situazione di pace e concordia che regnava nel giardino di Eden prima del peccato originale (cfr Gen 2,19).

Così anche gli angeli che servono Gesù richiamano la bellezza della creazione, al centro della quale Dio ha messo l’uomo:

«che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi»
(Sal 8,5-7).

«Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie»
(Sal 91,11).

Che facciamo nel deserto?

Riletto così, il brevissimo brano di Marco ci aiuta a capire che cosa abbia fatto Gesù per quaranta giorni: il deserto non è solo luogo aspro, di pericolo per la propria vita, ma è anche (e prima ancora) il luogo della pace e dell’intimità con Dio, quel Dio che ha “sposato” l’umanità, come leggiamo nel profeta Osea:

«la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

In quei quaranta giorni Gesù ha avuto tempo per interiorizzare la dichiarazione d’Amore di Suo Padre:

«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Quei giorni gli hanno insegnato a credere fermamente che:

«non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato» (cfr Gv 8,16);

«Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30).

A questo potremmo dedicare la Quaresima: trovare in ognuno di questi quaranta giorni almeno cinque minuti di “deserto”, per stare in silenzio e farci ripetere da Dio la stessa dichiarazione d’Amore infinito che ha pronunciato su Gesù e anche su di noi il giorno del nostro Battesimo.

Quanti bastoni tra le ruote ha incontrato Gesù sulla sua strada, ma ogni volta ha fatto risuonare in sé quella dichiarazione d’Amore e ha sentito di non essere solo.

Anche davanti al bastone più grosso (anzi, i due bastoni della Croce) ha detto «io non sono solo».

Ecco, preghiamo di poterlo ripetere anche noi, ogni giorno, davanti ad ogni ostacolo che l’Avversario vuole metterci davanti.

Intanto cominciamo a farlo con questa bella canzone di Jovanotti: