17a Domenica del Tempo Ordinario

1Re 3,5.7-12Sal 119Rom 8,28-30Mt 13,44-52

Non conta tanto sapere come sia fatto il regno dei cieli, ma saper discernere tra cosa abbandonare e cosa scegliere per conquistarlo.

Oggi terminiamo l’ascolto del grande discorso in parabole (capitolo 13 di Matteo). E anche a noi – come ai discepoli – Gesù chiede:

«Avete compreso tutte queste cose?»

Non so voi, ma io ogni volta che mi metto in ascolto della Parola di Dio (anche di quei brani che penso di conoscere già “a menadito”) trovo sempre qualcosa di nuovo, anzi: mi sento analfabeta.

E mi sorprende che i discepoli – alla domanda di Gesù – abbiano risposto «sì».

Si erano fatti spiegare le prime due parabole (quella del seminatore e quella della zizzania) e adesso – dopo altre cinque (granello di senape, lievito, tesoro nel campo, perla preziosa e rete in mare) sono riusciti a mettere assieme tutti i pezzi del puzzle?

Come è possibile? Forse l’han detto per non fare brutta figura?

Cos’è – alla fine – il Regno dei cieli?

Riuscireste voi a fare sintesi di tutte queste similitudini che iniziano con «Il regno dei cieli è simile a…» e darne una definizione o una descrizione esauriente?

Cos’è il regno dei cieli?

È un seminatore? Il seme stesso? Il lievito di una massaia? Un cercatore di tesori? Una rete?

C’è qualcosa che accomuna tutte queste immagini – tratte dalla vita quotidiana – e ci aiuta a fare il “balzo” verso l’alto?

L’abbiamo detto fin dall’inizio, il regno di Dio non è un luogo: è Gesù stesso, è la buona notizia (il vangelo) che Dio ci è venuto incontro e si è fatto uno di noi (l’Emmanuele), che la Parola eterna si è incarnata…

Il regno dei cieli è già in mezzo a noi (cfr Lc 17,21)! Ma – anche se sta crescendo – non è ancora del tutto compiuto.

Allora queste parabole – più che indicarci cosa sia (o come sia fatto) il regno dei cieli – ci vogliono insegnare come fare a conquistarlo, ad aiutare il Signore a portarlo a compimento.

Non «cosa è?», ma «come ci si va?»

Ecco perché le terzultima e la penultima parabola ci presentano due cercatori di qualcosa di prezioso.

Potremmo quindi tradurre quel «Il regno dei cieli è simile a…» con:

«se avete capito quanto è prezioso il regno dei cieli
e volete davvero farne parte, dovete…»:

  • seminare con larghezza e fiducia, come fa il Padre;
  • accogliere la Parola di Dio, come il terreno buono accoglie il seme;
  • non scoraggiarvi se assieme al bene – nel mondo – cresce anche il male, fidandovi che alla fine Dio saprà fare distinzione e giustizia;
  • non lasciarvi trarre in inganno dalla piccolezza e dal nascondimento dell’opera di Dio, perché essa è efficace come un granello di senape o un pizzico di lievito;
  • mettervi alla ricerca di ciò che vale veramente, e non darvi pace finché non l’avrete trovato;
  • essere disposti a vendere tutto per averlo;
  • saper discernere tra ciò che è bene e ciò che è male, e scegliere il bene.

La chiave di lettura

Ciò che accomuna tutti questi atteggiamenti ci viene suggerito dalla prima lettura di oggi, che fa un po’ da “chiave di decifrazione” del vangelo: Dio appare in sogno al giovane Salmone (appena diventato re al posto di suo padre Davide) e gli chiede cosa voglia ricevere in dono.

Sorprendentemente, il ragazzo non chiede né una vita lunga, né la ricchezza, né la vittoria contro i nemici, ma «un cuore ascoltante» (questa è la traduzione letterale del «cuore docile» che troviamo nel Lezionario).

Ricordate cosa ripeteva spesso Gesù dopo aver raccontato una parabola?

«Chi ha orecchi, ascolti

Salomone chiede «un cuore docile», cioè «che sia capace di mettersi in ascolto di un “docente”»: egli «sa di non sapere», come il vero saggio di Socrate.

Sa di aver sempre bisogno di un Maestro (cfr Gv 6,68).

Salomone chiede «un cuore che sappia distinguere il bene dal male»; chiede la capacità di valutare, di giudicare, di scegliere in modo giusto… in una parola: il discernimento.

Ma torniamo a noi: perché questo testo sarebbe la chiave di lettura delle parabole del regno?

Proprio perché l’atteggiamento necessario, la giusta predisposizione verso il vangelo del regno è il desiderio di capire, di sapere, di comprendere, e poi di saper scegliere la strada giusta per dirigersi verso la meta.

Proprio quell’atteggiamento di “sana curiosità” che abbiamo trovato nei discepoli fin dall’inizio del capitolo, nei loro «perché?», nel loro chiedere spiegazioni a Gesù (v. la riflessione sulla 15a Domenica del Tempo Ordinario).

Il vero dramma è non saper discernere (e quindi non saper scegliere)

Abbiamo capito una cosa ascoltando le parabole: il regno c’è, indipendentemente da noi. Infatti:

  • che noi siamo terreno buono oppure sassoso, il seminatore semina, dappertutto;
  • anche se noi diamo più peso alla zizzania, il padrone non smette di seminare buon grano;
  • anche se lo riteniamo troppo piccolo, il granello di senapa cresce e diventa un grande albero;
  • anche se non riusciamo ad intravedere il pizzico di lievito nascosto nella farina, questo la fa gonfiare tutta;
  • anche se noi non lo cerchiamo, il tesoro c’è, nascosto nel campo, e la perla di gran valore attende un compratore…

Ciò che ci può far perdere il regno, anzitutto, è il non saperlo vedere, il non saperlo distinguere in mezzo a tutto il resto, ma soprattutto il non saper scegliere di rinunciare a tutto il resto per averlo.

Quante volte non abbiamo saputo sbarazzarci di tanti pesi inutili per acquistare l’unico tesoro che valeva la pena possedere (la vita eterna)?

Come i due misteriosi sventurati…

Nelle prime due parabole di oggi – poi – sono “nascosti” anche due personaggi invisibili, ma importantissimi.

Non sono citati (sono solo sottintesi), ma sono fondamentali per farci riflettere ulteriormente. Chi sono?

  1. il padrone originario del campo;
  2. il primo proprietario della perla di gran valore.

Riflettiamo: questi due avevano già in mano il regno dei cieli, eppure l’hanno dato via (!), l’hanno venduto, pensando di concludere un vero affare!

Quante volte ci è già successo nella vita di buttar via letteralmente un’esperienza, un’occasione, una persona (!), pensando di “fare un affare”, di aver trovato di meglio?

Quante volte abbiamo gettato gli sforzi di anni e anni per il semplice gusto di cambiare?

Abbiamo buttato tutto senza riflettere, senza fare il giusto discernimento nella nostra vita, senza valutare cosa avesse veramente valore.

Abbiamo gettato al vento buone e sane abitudini (le cosiddette “virtù” spirituali, come l’andare a Messa ogni domenica, la preghiera quotidiana), abbagliati dall’idea di una “nuova spiritualità”, più “sincera” e “genuina”, quella del «prego quando me la sento», «vado a Messa se ne sento davvero il bisogno»…

Anche noi siamo già in possesso del tesoro, della perla, del Regno di Dio: è il germe della Grazia Divina e della vita eterna che è stato seminato in noi col Battesimo, e che possiamo far crescere di giorno in giorno con i santi Sacramenti!

Quanti “cristiani” (di nome) – invece – dicono «per me la domenica è sacra!», non nel senso che vada santificata vivendo il Sacramenti, ma nel senso di «nessuno me la tocca! perché è l’unico giorno in cui posso fare quello che voglio!»?

Che non ci capiti di scegliere così, e di buttare il tesoro o la perla che già possedevamo!