Immacolata Concezione della B.V.Maria

Gen 3,9-15.20; Sal 98; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

Quest’anno la solennità dell’Immacolata si sovrappone alla 2a Domenica di Avvento e ne prende il posto. Spiace interrompere il cammino di ascolto del Tempo di Avvento (che ci avrebbe proposto la figura del Battista e il suo invito alla conversione), ma – in ogni caso – nessuno è più adatto della Madonna per prenderci per mano nel cammino di attesa e conversione in preparazione al Natale, e quindi seguiamo Lei, di buon grado.

Se qualcuno volesse approfondire un poco il tema del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, può farlo cercando – ad esempio – nel Catechismo della Chiesa Cattolica, oppure leggendo questo semplice articolo uscito oggi su Avvenire.

Una riflessione diversa

A me è venuta in mente una riflessione di tipo allegorico, sullo stile dei Padri della Chiesa, a partire dalla narrazione di Dio che chiama: all’inizio Adamo ed Eva… e poi Maria.

È davvero sapienziale il racconto del peccato originale nel libro della Genesi, e arriva a penetrare fin nelle profondità dell’animo umano: come non riconoscerci nell’atteggiamento di Adamo che, dopo aver trasgredito il Suo divieto, sente una profonda distanza da Dio? Fino a pochi attimi prima passeggiava fianco a fianco con Dio nel Giardino dell’Eden, e adesso sente con terrore l’avvicinarsi di quei passi una volta tanto famigliari!

In realtà, questa distanza inizia a crearsi già prima del gesto vero e proprio del mangiare il frutto proibito. Sono le parole del serpente ad insinuarla, perché cercano di mutare la fiducia verso Dio in subdolo sospetto su di Lui:

«È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?»

(quasi che il Signore fosse un affamatore, o un fissato gelosissimo delle proprie cose! In ogni caso Dio aveva messo in guardia solo dall’albero della conoscenza del bene e del male). E subito dopo:

«Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».

Il tentatore, per spingerci a peccare, cerca di creare una distanza sempre più grande tra noi e Dio: non a caso l’etimologia del suo nome ne spiega il significato (“diavolo” viene dal verbo greco “dià-bàllo”, che vuol dire “dividere”: il diavolo è colui che cerca a tutti i costi di dividerci da Dio).

Il sigillo della fine?

Il peccato, per come l’uomo lo percepisce, non è altro che il sigillo su questa distanza che ormai sembra incolmabile. All’uomo sembra impossibile ricucire questa frattura, perché si rende conto di non essersi fidato di Dio quando invece Lui era l’Unico di cui potesse fidarsi.

Si rende conto di aver creduto (come fanno i bambini piccoli e gli adolescenti coi loro genitori) che le regole fissate da Dio fossero solo fissazioni o addirittura proibizioni dettate della gelosia, dal non voler condividere tutto con l’uomo.

Adamo, e tutti noi con lui, crede che non ci sia più nulla da fare se non nascondersi per sempre.

Questo è il senso di colpa, di cui la nostra società soffre immensamente. Esso nasce non tanto dal capire il vero senso dei gesti sbagliati che compiamo, ma dal sentirci dei falliti, feriti nel nostro orgoglio (il senso di colpa è figlio dell’individualismo imperante, in cui ognuno è una storia a sé e quindi, soprattutto quando sbaglia, rimane irrimediabilmente e irraggiungibilmente solo).

Ma il senso di colpa non ci porta a recuperare il rapporto con Dio e nemmeno la nostra dignità. Anche noi, come Adamo, ci sentiamo perdutamente nudi, poveri, irrecuperabili. Ed oltre a sentirci soli, facciamo di tutto per diventarlo davvero, isolandoci sempre di più.

Siamo capaci solo di quella malattia strana che si chiama “altrite”: il rimandare la colpa ad altri, il dire «non è colpa mia!». Così Adamo, quando Dio gli chiede chi gli abbia fatto conoscere la sua nudità punta il dito sulla donna:

«La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Questa è una risposta tremenda! Poco prima Adamo aveva ringraziato Dio con un poema («Questa volta / è osso dalle mie ossa, / carne dalla mia carne. / La si chiamerà donna, / perché dall’uomo è stata tolta»), un grido di esultanza… Adesso invece Lo accusa: «Sei Tu che mi hai dato il giocattolo sbagliato… si è rotto subito!».

Non un sigillo sulla fine, ma un trampolino di lancio

Di fronte al peccato dell’uomo (e al suo non sapersene nemmeno assumere la responsabilità, anzi, al suo “rimbalzare la palla” addirittura al Creatore) Dio non si tira indietro, non si scoraggia. Dio non si fa fermare dal nostro peccato, non lo considera una fine, ma l’occasione di un nuovo inizio:

«Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».

Davanti a Eva (che gioca pure lei allo scaricabarile, puntando il dito sul serpente), Dio ha in mente una nuova Eva (come ha in mente anche un nuovo Adamo).

Maria, nuova Eva
Maria la nuova Eva abbraccia la prima Eva nell’Eden ritrovato. Particolare dell’Icona della Madre della Grazia, dipinta dal pittore iconografo Antonio Pio Faresin per la chiesa del Monastero S.Maria delle Grazie a Sant’Angelo in Vado (PU)

Dio ha già in mente Maria, Maria Immacolata: una donna preservata dal peccato non perché non ne soffra la tentazione, ma perché è capace di vivere il vero senso del peccato (che è l’esatto contrario del senso di colpa). Il senso del peccato è quello che ci fa sentire per quel che siamo veramente: piccoli, poveri e bisognosi di misericordia.

Maria è una Eva rinnovata perché è capace di sentire che Dio è l’infinitamente Grande, il Misericordioso, il Potente. Colui che è più forte di ogni nostro peccato e sbaglio, che può ricucire le distanze che l’uomo crede incolmabili.

Infatti, proprio attraverso questa donna che non ha paura del peccato (perché sa con certezza che Dio ne è il vincitore) Dio trova il modo di ricucire per sempre la distanza che il peccato dell’uomo sembrava aver creato. Attraverso questa donna è nato al mondo il Salvatore degli uomini, il nuovo Adamo, Colui che ha rimesso la mano dell’uomo in quella di Dio e ha aiutato ogni uomo a non sentire più con terrore i passi di Dio nel giardino della quotidianità.

Dio ci chiama usando il nostro vero nome

Quando Dio chiamava Adamo ed Eva nel giardino non era – come pensavano loro – per accusarli, per umiliarli nella loro nudità, ma per ricostruire un rapporto, perché sentiva – Lui per primo la loro lontananza.

Dio ha creato l’uomo proprio per poter avere qualcuno da amare! E – per questo – continua a venire a cercarci quando noi ci nascondiamo dopo aver dubitato di Lui. Sono le parabole della Misericordia che Luca ci ha fatto ascoltare nei mesi scorsi ad assicurarci di questo!

Dio non è “il Grande Fratello”, il “guardone” dei nostri affari privati che vuole ficcare il naso nelle nostre cose. Non è il “controllore”, “l’ispettore del lavoro”! Dio è Colui che si sente solo se noi dubitiamo del suo Amore e ci allontaniamo: per questo viene disperatamente a cercarci, come il pastore con la pecorella smarrita.

Per questo, visto com’era andata quel giorno coi nostri Progenitori, ha deciso di non chiamarci più col nostro nome umano e fragile (sembra che in ebraico Adàm sia proprio il corrispondente di homo in latino, cioè “tratto dall’humus – dalla terra”: come per dire – in senso negativo – la finitudine e la pochezza della creatura), ma con quello sorprendente e nuovo che Lui stesso ci ha dato: “figli santi e immacolati” (è ciò che ci dice san Paolo nel bellissimo brano della seconda lettura di oggi).

È così – infatti – che l’Arcangelo Gabriele ha chiamato la fanciulla di Nazareth entrando da lei: non “Maria”, ma “Piena di Grazia” (letteralmente il termine greco kecharitomène significa :”Tu che sei stata resa graziosa”).

Sì, è un nome nuovo, che ci lascia di stucco. Pure Maria «fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo»… ma se – come lei – impareremo che questo è il nostro vero nome allora… non ci sarà mai più distanza tra noi e Dio, perché è un nome che non cambia mai, nemmeno quando commettiamo i più grandi peccati.

Per Dio noi siamo e rimarremo sempre i suoi figli, santi e amati, degni di tutto il Suo Amore e la Sua immensa bontà.