Siamo figli amati. Battesimo del Signore (C)

Tu sei il Figlio mio, l’amato

Gesù si manifesta come il Figlio amato e prediletto del Padre, e nel Suo rivelarsi svela anche la nostra natura e vocazione di figli amati da Dio|

Is 40,1-5.9-11; Sal 103 (104); Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

Con questa festa terminiamo il cammino che il tempo di Avvento e di Natale ci hanno fatto percorrere: un tempo per ricordarci che quel Dio tanto atteso, che sembrava lontano e sconosciuto, ci ha visitati ed è venuto ad abitare in mezzo a noi: si è fatto vicino, Emmanuele, “Dio con noi” (cfr Mt 1,22-23).

L’abbiamo contemplato mentre entrava nella storia in punta di piedi, in povertà, condividendo la nostra debolezza e facendosi solidale con le nostre fatiche, paure, gioie, speranze…

Così piccolo da faticare a scorgerlo

Dio si è fatto così piccolo, povero e umile, da rischiare di scomparire, di perdersi nel mondo come il lievito nella pasta (cfr Mt 13,33), come il chicco di grano gettato nella terra e disposto a morire per dare frutto (cfr Gv 12,24).

Non tutti sono capaci di scorgere la Sua presenza: solo chi Lo cerca con fede, desidera incontrarlo, ed è disposto a lasciarsi stupire, a costo di mettere da parte tutta la propria sapienza e le proprie convinzioni, come i Magi del lontano Oriente.

E su chi Lo trova Egli effonde la Sua luce, rendendolo a sua volta “epifania” vivente, manifestazione della Sua Gloria: siamo noi ora la Sua Incarnazione, chiamati ad essere i “manifesti viventi” della Sua presenza, con i nostri gesti e la nostra gioia di appartenergli.

È apparsa la bontà di Dio

Come ci ricordano i Padri della Chiesa, la festa del battesimo di Gesù è una seconda “epifania”, una manifestazione ancora più chiara di chi è questo bambino, ormai diventato uomo.

Ce lo confermano le parole della seconda lettura, che ripete due volte il verbo ἐπιφαίνω (epifàino – “mi rendo manifesto”):

Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini…

quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro,
e il suo amore per gli uomini…

In questa festa si manifestano chiaramente tutta la bontà e l’Amore di Dio per gli uomini: un Amore così grande da farci dono di ciò che aveva di più prezioso, come testimonia l’apostolo ed evangelista Giovanni:

In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui (1Gv 4,9).

Le promesse sono state mantenute

Il mistero dell’Incarnazione celebrato nel Natale, ha reso visibile e “toccabile” il Verbo di Dio (cfr 1Gv 1,1-4), ha realizzato e reso “constatabili” le promesse che Dio aveva fatto agli uomini attraverso i Suoi profeti:

«Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele… in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto… Non mancherà a Davide un discendente che sieda sul trono della casa d’Israele» (cfr Ger 33,14-18).

Infatti

un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio (cfr Is 9,5);

e questo figlio è il Figlio stesso di Dio:

Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio (2Sam 7,14).

Questo è il dono immenso che possiamo contemplare oggi, mentre il cielo si squarcia e su Gesù scendono le parole potenti e dolcissime del Padre:

«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Dio ha squarciato i cieli

Il cielo si era chiuso nel giorno nefasto in cui il primo figlio – Adamo – aveva voluto mettersi al posto di suo Padre, rifiutando di obbedire al Suo volere (cfr Gen 3,22-24); da allora, i Profeti avevano sognato e invocato che Dio potesse riaprirlo:

Se tu squarciassi i cieli e scendessi! (Is 63,19b).

E Dio li esaudì, riaprendo il cielo e mandando nel mondo un nuovo e ultimo Adamo (cfr 1Cor 15,45), obbediente in tutto e per tutto:

«sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,38).

Perciò le porte del Paradiso si sono riaperte, spalancate, e adesso – attraverso questo Figlio disceso fino a noi, che è il mediatore fra Dio e gli uomini (cfr 1Tim 2,5) – noi possiamo tornare al Padre:

«In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (Gv 1,51).

Tornare ad essere figli nel Figlio

Gesù si manifesta come il Figlio amato e prediletto del Padre, il Dono più prezioso che Dio potesse farci.

Ma non siamo qui solo a contemplare il Figlio unigenito… Siamo chiamati a recuperare in Lui la nostra natura di figli di Dio, come ci ha ricordato diverse volte la Liturgia di questi giorni natalizi:

A quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome… (cfr Gv 1,12-13)

Nel Suo rivelarsi come Figlio prediletto del Padre, Gesù svela anche noi, la nostra natura e la nostra vocazione di figli:

Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato (1Gv 3,2).

Ritornare alla casa del Padre

Nel giorno del nostro Battesimo, anche per noi sono scese dal cielo quelle parole dolcissime di Dio («Tu sei il Figlio mio, l’amato»), ma abbiamo bisogno di prenderne coscienza, di accoglierle e interiorizzarle, perché rischiamo sempre di dimenticarle e scordare i tratti del volto amorevole del nostro Padre celeste.

Questa presa di coscienza è un lungo cammino di conversione: il cammino faticoso di ritorno dal paese lontano alla casa del Padre, che Luca ci illustrerà nella celeberrima parabola del figliol prodigo (cfr Lc 15,11-32).

Per intraprendere questo cammino occorre rientrare in sé, ascoltare la nostalgia che abbiamo nel cuore di quel pane in abbondanza, e soprattutto dell’Amore del Padre che abbiamo lasciato alle spalle a causa dei nostri peccati.

Stare in preghiera

Ci è possibile rientrare in noi stessi solo se apriamo il nostro cuore alla voce di Dio, nella preghiera.

Non è un caso che l’evangelista ci descriva non tanto il momento del battesimo di Gesù, ma quello successivo:

Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera.

Luca – il nostro “catechista” di quest’anno – ci presenterà spesso Gesù raccolto in preghiera, in una dimensione di profonda comunione col Padre.

Avremo tempo per tornare su questo tema, ma fin da ora abbiamo bisogno di imitarlo, per riappropriarci di quel rapporto unico con Dio che ci permette di fare esperienza del nostro essere Suoi figli, amati sopra ogni cosa, alla stessa maniera del Figlio unigenito.

Nelle vicende tristi della nostra vita, abbiamo bisogno di lasciarci ripetere da Dio «tu sei mio figlio, quello che io amo, di cui vado fiero», perché è questo che Lui continua a ripeterci.

Una dura “lotta”

Noi continuiamo a chiamarlo «padrone» invece che «Padre», come il figlio maggiore della parabola (cfr Lc 15,29)… ma Lui – imperterrito – continua a ripeterci «no! Tu sei mio figlio!»:

«Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31).

La preghiera è questo: un tira e molla, una “lotta” durissima con Dio, come quella di Giacobbe, alla fine della quale però Dio ci dice «hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!», e ci benedice (cfr Gen 32,25-33).

È una lotta non perché noi dobbiamo “estorcere” qualcosa a Dio, ma piuttosto perché Lui fa una fatica immane nel convincerci di quanto ci Ami.

Rinnovare il nostro battesimo

La preghiera è una continua “immersione” (questo il significato della parola “battesimo”) nella vita stessa di Dio.

Ma – oltre alla preghiera – c’è un altro luogo privilegiato che ci permette di rinnovare questa immersione in Dio e ci aiuta a prendere coscienza del nostro essere Suoi figli: il Sacramento della Riconciliazione.

È lì che noi facciamo ritorno alla casa del Padre e ci lasciamo abbracciare da Colui che da sempre attende il nostro ritorno e desidera fare festa con noi, per dirci ancora una volta:

«Tu sei il Figlio mio, l’amato».