19 dicembre – 3° giorno della Novena di Natale

Gdc 13,2-7.24-25; Sal 71; Lc 1,5-25

L’altro ieri, cominciando la Novena di Natale, dicevamo di come quella serie di nomi elencano una serie di storie: alcune di fede, altre di peccato. A quale di queste storie appartiene Zaccaria? Il brano evangelico di oggi – all’inizio – lo ce lo presenta come un santo. Descrivendolo assieme alla moglie Elisabetta, annota:

«erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore».

Per di più apparteneva alla classe sacerdotale, e aveva in moglie una discendente di Aronne. Tutte le carte in regola per “essere a posto con Dio”, diremmo noi, no?

Un prete può perdere la fede?

E invece no. Cosa è successo a questo anziano sacerdote per arrivare a farsi dire «non hai creduto alle mie parole»? È possibile che anche un “uomo di chiesa”, che ha vissuto una vita intera a stretto contatto con le cose di Dio arrivi a non credere?

Intendiamoci bene: Zaccaria non era diventato ateo. Ma aveva ormai “inscatolato” anche Dio nelle “regole” immutabili e stringenti che la sua religiosità gli imponeva.

Quante volte avrà ripetuto quei gesti rituali che i turni di servizio gli imponevano? L’offerta dell’incenso, l’aspersione del popolo, i sacrifici… tutte cose molto significative e gravide di fede quando erano nate, ma ormai erano diventate lo stantìo rimasuglio di una convenzione.

Quando anche la vita diventa solo un rito

Per di più anche la sua vita si era ormai chiusa ad ogni novità: per anni e anni aveva chiesto a Dio di essere come tutti gli altri, di poter diventare padre, ma Dio non lo aveva ascoltato, e ormai si era dimenticato di lui.

Così il silenzio immobile del Tempio – un giorno simbolo della misteriosità di Dio – era ormai diventato la convinzione che Dio non avrebbe mai più parlato al Suo popolo, o quantomeno a lui e a sua moglie.

Forse si stava pure convincendo (come era usanza ai tempi) che il non avere figli fosse un segno, una punizione, che «Dio ce l’avesse su con lui».

E così, l’unico modo per andare avanti era “indossare i panni” del sacerdote, continuare a mettere in scena, come una pura “recita”, quello che da giovane aveva abbracciato come una vocazione promettente.

Nell’aridità dell’anima si fatica a far entrare Dio

È difficile ora – anche per Dio – farsi strada e “perforare” quella corazza protettiva. Zaccaria non crede più nell’onnipotenza di Dio. È convinto che la sua condizione sia la regola della vita: «Dio non sente, e se sente non ascolta, e se ascolta non vuole esaudire».

Zaccaria viene “mitragliato” da una serie travolgente di annunci di gioia:

  1. «la tua preghiera è stata esaudita
  2. tua moglie Elisabetta ti darà un figlio
  3. Avrai gioia ed esultanza
  4. molti si rallegreranno della sua nascita
  5. egli sarà grande davanti al Signore
  6. sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre
  7. ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio
  8. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia
  9. per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti
  10. e preparare al Signore un popolo ben disposto».

Chiunque in Israele avrebbe preso un colpo al cuore, come chi sente proclamare il numero del suo biglietto come vincente del primo premio alla lotteria di capodanno!

Ma non Zaccaria. L’unica cosa che sta davanti ai suoi occhi (e al suo cuore) è la cruda realtà: «Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni».

Incredulità e mutismo vanno a braccetto

L’angelo rende muto Zaccaria a causa della sua incredulità, ma potremmo dire che è l’incredulità stessa a rendere muto l’anziano sacerdote. È lui stesso, con le sue parole, ad ammettere che ormai la vita non ha più nulla da dire per lui. E lui non ha più nulla da dire a nessuno: non ha annunci da fare, storie da condividere… solo tanta tristezza e rassegnazione. È l’esperienza che facciamo tutti quando ci assalgono questi sentimenti: ci isoliamo sempre di più e non volgiamo avere a che fare con nessuno.

Nulla è impossibile a Dio

Ma, come dicevamo l’altro ieri, Dio non si spaventa davanti al peccato, e nemmeno davanti al rifiuto di credere che Egli sia ancora onnipotente. Dio “tira diritto”, perché davanti ha già intravisto i cuori di Giuseppe (l’abbiamo visto ieri) e soprattutto di Maria.

E non rinuncia a ribadirlo, nemmeno all’incredulo Zaccaria:

«Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio».

Quello dell’angelo in questione non è il suo nome proprio, ma il nome preso in ragione della missione che Dio gli ha chiesto di svolgere (come spiega bene san Gregorio Magno in una sua omelia). “Gabriele” significa “Fortezza di Dio”, ovvero: «Dio è onnipotente: a Lui nulla è impossibile» (che sono le parole che dirà poco dopo anche a Maria).

Dio mette in guardia Zaccaria dal pericolo tremendo in cui stava cadendo la sua vita: non credere più all’onnipotenza di Dio. D’altronde è così: quando ci lasciamo sopraffare dalle nostre fragilità siamo portati a proiettare in Dio i nostri stessi limiti. Un Dio che non è più onnipotente è “meno impegnativo” da gestire: ci si può tranquillamente convivere, come un soprammobile da appoggiare sul comodino.

Dal mutismo sterile al silenzio fecondo

Zaccaria era già muto, abbiamo detto. Ora Dio gli chiede di convertirsi. Gli chiede di trasformare il suo mutismo sterile (causato dall’incredulità e da una vita vissuta come un peso) in silenzio fecondo: il silenzio dell’ascolto, della contemplazione.

Avrà nove lunghi mesi per contemplare il ventre della sua anziana moglie sterile che cresce giorno dopo giorno.

Quante volte avrà letto e annunciato racconti miracolosi della Scrittura che narravano di donne sterili rese miracolosamente feconde da Dio (come quella che ascoltiamo nella prima lettura di oggi)?

Ma adesso quel miracolo sta avvenendo lì, sotto i suoi occhi. E lo deve ammirare in silenzio, lasciandosi stupire quotidianamente, per arrivare finalmente a lasciar cadere tutte le sue ostinate convinzioni, a riconvertire la sua religiosità in fede viva e sincera, a farsi nuovamente colmare dallo Spirito Santo e cantare le grandi opere del Signore (avremo la gioia di vedere questo felice epilogo il 23 e 24 dicembre).

Nove mesi in sei giorni

Noi, che magari abbiamo vissuto tutto l’Avvento nella stessa ostinata disillusione di ogni altro giorno, non abbiamo nove mesi di tempo, e nemmeno il ventre di un’anziana donna sterile che si ingrossa da contemplare…

Ma sappiamo cosa fare in questi sei giorni che mancano al Natale: lasciamoci stupire ogni giorno da Dio, e smettiamola di pensare che Lui sia debole e rassegnato come noi!