Argomento: Tempo di Quaresima

Meglio senza nome che senza vita

Il "signor nessuno"

Mercoledì Santo – Ancora una volta la nostra attenzione va a puntare sulla persona sbagliata. Non è Giuda il traditore a ricoprire il ruolo dell’attore non protagonista di questa vicenda. Non sono nemmeno i discepoli, perché hanno la testa altrove e il cuore già occupato da altri desideri e cose che ritengono più di valore.
Se l’Ultima Cena può avere luogo è perché un “tale” senza nome mette a disposizione la sua casa per Gesù.
Giuda ha svenduto Gesù al prezzo di uno schiavo, ma anche i suoi compari credono che valga di più la loro fama che non il Dono immenso di Cristo nell’Eucaristia.
Credo sia un monito grande per tutti noi, in questa vigilia del Giovedì Santo. Se vorremo essere pronti ad accogliere Gesù che si fa Dono, che ci dona se stesso nella Santa Eucaristia, dovremo prima svuotare il cuore, rinunciare a “farci un nome”, a darci una fama.

Chi è il discepolo amato?

Il bacio di Giuda

Martedì Santo – Di fronte all’annuncio del tradimento, siamo anche noi curiosi, come i discepoli, di sapere chi sarà mai il furfante che si macchierà di una simile colpa. Come nei Sinottici, chiediamo anche noi «sono forse io, Signore?», con un atteggiamento di falsa e pelosa umiltà.
Oppure, come nel brano di Giovanni ascoltato oggi, non siamo nemmeno così coraggiosi e bisbigliamo, mandando avanti l’agnello sacrificale che – per il rapporto speciale che ha col Maestro – si prenda la responsabilità di fare lui una domanda scomoda a nome di tutti.
Ma invece di domandarci chi sarà a tradirlo, ci siamo mai chiesti «chi è il discepolo amato?».
Anche qui: si fa alla svelta a dire che è Giovanni, oppure un “discepolo ideale immaginario”… Ben più difficile è chiedersi: «sono forse io, Signore, quello che Tu ami più di tutti?»
Perché se ben ci pensiamo, sono proprio quelli che lo meritano meno ad essere l’oggetto dell’Amore spropositato di Gesù.
E quindi Giuda, poi Pietro, poi… io, tu, e tutti quelli che – proprio per le loro infedeltà – si sono guadagnati la misura più alta della Sua Misericordia.

L’amore è uno spreco

L'unzione di Betania

Lunedì Santo – L’unzione di Maria a Betania anticipa quello che sarà il gesto di Gesù: il dono totale di sé. Agli occhi calcolatori di Giuda questo sembra uno spreco. È sempre così: quando si cerca di dare un prezzo a tutto (persino all’amore e alle persone) tutto si svuota di significato e perde valore.
Gesù ci invita a recuperare quello che vale veramente: la preziosità degli affetti, delle amicizie, della tenerezza del dare senza fare calcoli e senza pensarci su troppo.
Se riusciremo a recuperare questa “pazzia” dell’amare, allora sapremo ripartire dopo la terribile pandemia che ci ha rinchiuso in casa; altrimenti, nemmeno la ricostruzione di una società florida economicamente ci farà ritrovare benessere. Anzi: costruiremo un mondo peggiore di quello che ci siamo lasciati alle spalle, perché avremo perso un’occasione unica di rifondare tutto sull’Amore.

Chi scappa e chi rimane

Gesù resta al suo posto

Domenica delle Palme – Iniziare la Settimana Santa senza trovarci assieme per una delle celebrazioni più significative e attese della pietà popolare, senza il gioioso corteo dei rami d’ulivo, ci fa sentire ancora più forte la durezza e lo sconforto di questo periodo terribile di isolamento e “distanziamento sociale”. E dal cuore salgono – sempre più vividi – i sentimenti della solitudine e dell’abbandono. L’anima si riempie sempre di più di dubbi, e ci viene sempre più frequente di chiedere a Dio se ci abbia dimenticati, se si sia stancato così tanto di noi da abbandonarci soli a combattere questa terribile prova.
Ma proprio in tutto questo dolore siamo invitati a scendere più in profondità, e dalla solitudine delle nostre case metterci in ascolto più attendo del racconto della Passione, così da non essere più semplici spettatori di uno “show”, ma attori della più grande storia d’Amore. Scopriremo allora che siamo noi quelli che scappano e fuggono di fronte alle sofferenze dell’umanità. Chi invece rimane al Suo posto, fino alla fine, è Dio, che nel Suo Figlio dona la Sua vita per noi.

Vinta è ormai la morte

Vinta è ormai la morte

5a Domenica di Quaresima – In questo cammino alla riscoperta dei doni del nostro Battesimo siamo di fronte la passo più difficile: quello che ci mette a tu per tu con la morte.
Il racconto della vicenda di Lazzaro è scandaloso: sembra quasi che Gesù “giochi” con la nostra paura di morire. Ancora una volta, di fronte alla nostra sofferenza, sembra essere assente, altrove. È un mistero il fatto che Dio permetta la nostra sofferenza e angoscia, ma – proprio perché nemmeno Gesù si è risparmiato la sofferenza della morte e l’angoscia del sentirsi abbandonato persino da Dio nel momento della prova suprema – il Signore ci chiede di fidarci, e di accettare questa prova come necessaria.
Solo accettando di stare nel buio fetore del sepolcro con Lazzaro, di morire e consumarci come il chicco di grano, potremo sperimentare la forza di Cristo sulla morte. Solo allora potremo essere certi che anche per noi ci sarà quel grido di vittoria del Risorto: «Vieni fuori!». Il grido di colui che alla morte intima: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

Ero cieco e ora ci vedo

Il cieco nato

4a Domenica di Quaresima – Se siamo convinti di vederci bene, di saper già tutto, di non dover mai rimettere in discussione la nostra vita, non possiamo crescere nella fede. Potrebbero succedere attorno a noi le più grandi meraviglie ma non saremo mai in grado di leggervi dietro la presenza e la mano di Dio, che continua in modo misterioso a creare e ricreare l’uomo e il mondo. Come i discepoli ci fermeremo a chiedere «di chi è la colpa?». Come i farisei continueremo a catalogare tutto il mondo con gli schemi della legge antica, e non saremo in grado di vedere le grandi opere di Dio.
Dobbiamo chiedere al Signore di guarire, di ricreare i nostri occhi, così da saper riconoscere in Lui il Signore della storia e gettarci ai suoi piedi per adorarlo.