Argomento: Tempo Ordinario

Omelie e riflessioni sulle letture del Tempo Ordinario

«Addio» è il saluto più bello

29ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

«Addio» è il saluto più bello

Cosa significa «rendere a Dio ciò che è di Dio»? È anzitutto riconoscere che siamo «Sua proprietà», ovvero: noi siamo quanto Dio ha di più prezioso, le Sue “monete”, il Suo tesoro. Per questo tesoro Dio è disposto a sacrificare tutto: pur di riaverci “butta all’aria il mondo”, come la donna della parabola che ribalta la casa per trovare la moneta che aveva perduta! (cfr Lc 15,8-10)
Per la nostra crescita spirituale sarebbe importante ripetere spesso, nell’intimo del nostro cuore, questa verità: «Sono fatto a Tua immagine e somiglianza, Signore! Sono il Tuo tesoro!»
Ci aiuterebbe a capire che non apparteniamo a nessun altro che a Lui (nemmeno a noi stessi dobbiamo appartenere!), che solo restituendoci a Dio che ha “coniato” in noi la Sua immagine diventiamo quello che siamo: riflesso del Suo splendore.
Ognuno di noi – poi – ha il compito quotidiano di restituire a Dio arricchite e “abbellite” le persone più vicine (la moglie, il marito, i figli, i propri amici e colleghi di lavoro, i propri parrocchiani…), ma – in questa Giornata Missionaria Mondiale – mi piace leggere questo invito in un’ottica universale. Come missionari del Vangelo siamo chiamati ad aiutare tutti gli uomini (dai più vicini ai più lontani, fino ai confini del mondo) a scoprire che portano in sé l’immagine gloriosa di Dio Creatore e di Gesù Salvatore, che fanno parte del Suo Tesoro, e che sono attesi nel “forziere d’oro” che è il cuore stesso di Dio, da cui sono usciti all’inizio della loro vita terrena.

L’abito… fa il monaco!

28ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

l'abito fa il monaco

Il Regno dei cieli è un invito a festa; non è un obbligo, qualcosa di pesante… è l’invito a condividere la gioia di Dio, gratuitamente, immeritatamente. Eppure la risposta dell’uomo è il rifiuto, l’indifferenza. Quante volte – di fronte alla possibilità di poter dare una bella svolta alla nostra vita – rimaniamo ostinatamente fermi sulle nostre posizioni, pur di non dover fare la fatica di cambiare (o anche solo di ammettere che ci eravamo sbagliati)? Ma – come dicevamo domenica scorsa – Dio non si dà mai per vinto di fronte al nostro rifiuto, anzi: se la festa di nozze all’inizio era per “pochi intimi”, adesso le porte si spalancano a tutti, «cattivi e buoni». Ed è bello sottolineare come la traduzione letterale di quei «crocicchi delle strade» sia «dove le strade finiscono», cioè: là dove ormai non c’è più nessuno sbocco, nessuna meta, nessuna possibilità… Ancora una volta, per Dio «la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo» (Mt 21,42). Nelle mani di Dio anche i “rifiuti dell’umanità” diventano invitati d’onore!
Nel Regno dei cieli Dio desidera fare entrare tutti, nessuno escluso, anzi: parte proprio dai più «cattivi», dai meno raccomandabili (tra questi siamo pure noi: mica penseremo di essere gli “ospiti d’onore”!)… Ma una volta entrati a questa festa, occorre gustarne fino in fondo la gioia. Dio non chiede di essere bravi, belli, buoni… ma solo di aver voglia di far festa con Lui. Altrimenti, anche tra i poveracci invitati per ultimi, c’è il rischio di trovare lo stesso cuore dei primi invitati ufficiali, che «non volevano venire e …non se ne curarono».

Storie di una tenace speranza

27ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

Una speranza tenace

Spesso la parabola dei vignaioli omicidi è stata interpretata – con una lettura semplicistica – come la descrizione del rifiuto di Israele (popolo inizialmente destinatario della Promessa) e della conseguente “sostituzione” con il nuovo popolo dell’alleanza: i figli della Chiesa di Cristo. Ebbene, tale lettura ha causato tante sofferenze e distanze nel doveroso dialogo che dobbiamo mantenere coi nostri «fratelli maggiori nella fede» (come li chiamò san Giovanni Paolo II in visita alla sinagoga di Roma).
Nell’affidare la Sua vigna ad altri «figli adottivi», Dio nutre la speranza che i primi si rendano conto di quanto hanno perso e ritornino sui propri passi (questi sentimenti sono descritti in modo mirabile da san Paolo nel capitolo 11 della sua Lettera ai Romani).
Insomma: ancora una volta siamo invitati a leggere queste parabole non tanto (e non solo) come la storia dei nostri fallimenti e delle conseguenti delusioni di Dio, ma come il racconto della Sua tenace speranza. Esse sono l’assicurazione che Egli non si dà mai per vinto di fronte ai nostri rifiuti. Dio continua – tenacemente – a farci la proposta di ricominciare ancora una volta la nostra storia d’Amore con Lui: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna» (Mt 21,28).

Cambiare si può, e si deve!

26ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

cambiare si può

Gesù ci chiede di cambiare profondamente, di smetterla di crederci perfetti e di atteggiarci come se lo fossimo. Sì, perché anche noi – come i «capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» – crediamo di essere “a posto”, di poter vantare dei crediti verso Dio e verso il resto del mondo. Pensiamo di non dover cambiare una virgola nella nostra vita perché andiamo a Messa la domenica, facciamo l’elemosina etc… ma allora siamo esattamente come il secondo figlio del racconto, che dice di «sì» solo a parole, esteriormente, ma poi non fa la volontà del padre…
Ma Dio non è in cerca di “soldatini” che marciano tutti in fila seguendo una “cerimonia”, ma di persone libere, che si giocano giorno per giorno rispondendo alla Sua chiamata, alle Sue sfide. Egli ci ha donato la libertà, pur sapendo che era un dono difficile da gestire, perché ha deciso di fidarsi di noi, nonostante le nostre fragilità.
Se ci diamo da fare, mettendo in gioco la nostra libertà e tutto noi stessi, ci «sporcheremo le mani», è ovvio… sbaglieremo anche, ma è questo che siamo chiamati a fare.

Distanza siderale

25ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

distanza siderale

La vigna è il Regno di Dio che Cristo ha inaugurato e nel quale tutti gli uomini sono invitati a lavorare, per contribuire alla sua costruzione e realizzazione. Far parte di questo progetto è un onore e una gioia. Ma le parole di mormorazione degli operai della prima ora denotano con chiara evidenza che – spesso – i credenti percepiscono il loro cammino di fede come un peso piuttosto che una gioia («noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo»). Non c’è solo la protesta per il trattamento di favore riservato agli ultimi arrivati, ma la lamentela per la fatica che si è dovuta sopportare.
Ma una vita, una “fede” vissuta così è veramente cristiana? In una mentalità siffatta, il rapporto con Dio è un contratto di lavoro (duro) con un padrone esigente, piuttosto che la gioia di avere un Padre che ci ama e ci affida con fiducia tutte le Sue cose.
Quando un cristiano è invidioso della bontà di Dio significa che sta vivendo la sua vita solo come peso, e non ha capito molto della fede, e deve domandare a Dio la grazia di recuperare la bellezza di credere.
Riappropriamoci della coscienza di essere lavoratori della vigna del Signore, di aver ricevuto da Lui l’onorevole compito di contribuire alla costruzione del Suo Regno!
Siamo gioiosi di quel che siamo e che facciamo, non cristiani “musoni” e sempre pronti a criticare e a guardarsi con sospetto l’un l’altro!

4 in matematica

24ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

4 in matematica

Se si parla di perdono, il calcolo è proprio l’ultimo degli argomenti. Il perdono è la forma più grande di amore, e come tale non può essere quantificato. Dio non ragiona con la matematica, e invita l’uomo a fare altrettanto. Ma l’uomo ha bisogno di calcolare, di misurare tutto, perché ciò di cui non vede il limite lo spaventa. Siamo tutti così: quando le cose ci sembrano difficili proviamo ad “inscatolarle”, ad inscriverle in una formula matematica che ci permetta di misurarle e affrontarle.
Perdonare – a livello umano – non è solo difficile, ma è quasi insensato. Altre culture e religioni della storia hanno proposto la non-belligeranza e la non-violenza (il buddhismo, per esempio), ma il perdono cristiano va ben al di là, perché non supera soltanto la legge del taglione, ma riscrive addirittura da capo la “regola d’oro”.
La nuova legge del perdono è «quello che Dio ha fatto a te, tu fallo ai tuoi fratelli». Si passa – cioè – dall’io (egoismo) al tu (altruismo) a Dio (fede).
Rimane la domanda «perché devo perdonare?». È legittima, tanto che Gesù ci ha dato una risposta, anzi due:
1. La prima è: perché tu sei già un perdonato, un forte debitore insolvente miracolosamente condonato.
2. La seconda è: perché Dio ha bisogno di te per “estendere” il Suo perdono a tutti.