Natale del Signore

Is 9,1-6; Sal 96; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 (Messa della notte)

È disarmante ascoltare con quale semplicità e stringatezza Luca descriva un evento così grandioso:

«Mentre si trovavano in quel luogo si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio».

È la semplicità di un Dio che si adatta al fieno se non c’è posto altrove.

Un Natale tragico

A noi – fin da bambini – restano impressi la stella luminosa in cielo, le schiere di angeli che cantano “Gloria”, i pastori che accorrono meravigliati, i Magi che giungono solenni… ma il succo della vicenda è che Dio sta dormendo in una stalla, in una sperduta e insignificante borgata della Giudea.

Il mondo di allora non era poi così diverso da quello di oggi. Se Gesù dovesse nascere stanotte, Maria e Giuseppe vivrebbero le stesse difficoltà, se non peggio.

Oggi come allora

Quando Dio è sceso su questa terra gli uomini erano intenti a fare altro: l’Imperatore romano a contare i suoi sudditi (come fossero delle cose), per poter esigere in modo ancora più stringente i tributi. Oggi, i moderni “Cesare” dei sondaggi continuano a fare i loro “censimenti” per capire mode e tendenze e capitalizzare il profitto.

Idem gli abitanti di Betlemme: da chi sarà andato Giuseppe (che – secondo la tradizione – era originario di Betlemme) a cercare ospitalità se non dai suoi parenti? Ma proprio nella sua casa natale non trova un posto per far sistemare la moglie incinta perché – come tutti gli abitanti del villaggio – anche là avevano affittato ogni angolo, a mo’ di Bed & Breakfast, per farci due soldi!

I legami famigliari barattati per denaro… Questa è la situazione reale, non quella dell’albergatore cattivo e insensibile che ci è sempre stata raccontata da bambini! Ma oggi certe cose non succedono, no?

Probabilmente Maria e Giuseppe starebbero suonando a casa di parenti e la troverebbero vuota, perché son tutti fuori in qualche ristorante per il cenone. Oppure – pur essendo dentro – non sentirebbero suonare, per il chiasso dell’ennesimo brindisi.

Duemila anni fa nessuno si avvide di nulla, o fece di tutto per negare l’evidenza (vedi i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo interrogati da Erode).

E oggi siamo al punto di partenza: abbiamo tutti un gran daffare per festeggiare il Natale… senza il Festeggiato!

La scelta sorprendente di Dio

Mettiamoci nei panni di Maria e di Giuseppe: si saranno fatti qualche domanda… per esempio se davvero quello fosse o no il Figlio di Dio, per trovarsi in una situazione simile, fin dalle prime ore della sua vita.

Ma nella loro umile semplicità, nell’ascolto che li ha sempre contraddistinti (li abbiamo meditati nel secondo e nel quarto giorno della Novena di Natale), hanno lasciato spazio nel loro cuore per lasciarsi stupire dal Signore. Infatti, poco dopo, raccontando della visita dei pastori, l’evangelista annota:

«Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,18-19).

Dimentichiamoci i pastori come delle figure dolci e soavi. Erano dei pezzenti, il corrispondente dei nostri “barboni”: senza istruzione, senza educazione (in tutti i sensi), senza religione… poveri: economicamente e umanamente parlando.

Questi sono i personaggi che Dio chiama in causa come primi testimoni della sua nascita, di cui si circonda. Solo i pastori si sentono dire: «oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore»; non Erode, non gli scribi e i sacerdoti del Tempio.

Il mondo sceglie la gloria; Dio invece il nascondimento.

L’uomo scalpita per arrampicarsi sempre più in alto sulla scala sociale; Dio fa di tutto per scendere sempre più in basso.

Il Natale è altrove

Non so se l’abbiamo capito, ma se non riusciamo mai a sentire Dio vicino è perché siamo nel posto sbagliato, anche (e soprattutto) la notte di Natale. Domani, nella Messa solenne del giorno di Natale, sentiremo risuonare queste parole dell’evangelista Giovanni:

«Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (Gv 1,11-12).

Facciamoci trovare nel posto giusto questa volta: il presepe va addobbato nella semplice umiltà di un cuore povero e disarmato, che sa ancora lasciarsi stupire dai segni piccoli e quotidiani, che non fa orecchi da mercante davanti al grido di dolore di un’umanità povera, ma crede e accoglie Dio nel fratello più piccolo.