Un po’ di riposo ci vuole. 16ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Un po' di riposo ci vuole

Il riposo che ci propone Gesù non è ozio né indifferenza per gli altri, ma una comunione col Padre che ci fa percepire la Sua stessa compassione per l’uomo.|

Ger 23,1-6; Sal 23; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

Mettendoci nei panni nei Dodici, domenica scorsa abbiamo immaginato che non fossero poi così contenti di andare in missione, dopo aver assistito al flop del loro Maestro a Nazaret.

Oggi invece – di ritorno dalla spedizione – li ritroviamo tutti pimpanti, pieni di entusiasmo, a raccontare a Gesù tutte le loro grandi imprese di evangelizzazione: era andata meglio del previsto, oltre ogni aspettativa!

Probabilmente erano così galvanizzati e carichi di adrenalina, che – se fosse stato per loro – sarebbero ripartiti immediatamente per una nuova missione.

Invece Gesù li “stoppa”, e li invita a ritirarsi, a mettersi a riposo, perché sa che ne hanno bisogno.

Un bisogno primordiale

Tutti sappiamo quanto sia importate il riposo, e spesso – immersi come siamo nei ritmi frenetici del nostro tempo – lo reclamiamo a gran voce, quasi protestando:

«ho bisogno di staccare… mi serve una pausa, una tregua!»

Il riposo (come la fame e la sete) è un bisogno primordiale, una legge scritta nel nostro DNA che viene attivata istintivamente dal senso di fatica, e ci permette di proteggerci e conservarci in salute.

Eppure, a volte scatta dentro di noi un meccanismo strano, che smorza la voce di questo bisogno e mette a tacere le avvisaglie della stanchezza che il nostro organismo ci lancia come allarme.

Negli animali l’unica cosa che fa passare in secondo piano i bisogni fondamentali è la paura, l’istinto di sopravvivenza davanti a un pericolo mortale.

Invece l’essere umano ha imparato a “tenere a bada” i suoi istinti (quasi tutti), e li governa con la razionalità anche in base ad altre regole sociali (come il pudore, il Galateo, la convenienza etc.).

Questo non è un male, soprattutto per quanto riguarda alcuni istinti che nel mondo animale sono governati dalla ferocia (come l’uccidere per procacciarsi cibo o il combattere fino alla morte per accoppiarsi con l’altro sesso).

È un male, invece, se a orientare e far tacere gli istinti primordiali sono altri e nuovi “istinti” più sofisticati, di natura totalmente umana, come la brama di potere, di fama, di ricchezza, di successo…

Una Legge divina

È appunto a causa di questa tendenza tutta umana a mettere in secondo piano i bisogni primari che Dio ha dovuto addirittura comandare all’uomo il riposo:

«Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato» (Es 20,8-11).

Ha dovuto fissarlo come legge sacra, perché nell’uomo c’era già scritta un’altra legge (e c’è ancora, purtroppo)… quella del profitto:

«Ascoltate questo…
voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento…?”» (Am 8,4-6).

Fosse per certi individui, non ci sarebbero ferie né feste, né ricorrenze, perché «il tempo è denaro!»

Quante persone – seguendo questa “legge” tutta umana – perdono la salute, gli affetti… e infine se stessi?

Quante volte sentiamo dire che lo stress è la peggior malattia dei nostri giorni? E quante persone si autodistruggono in quel tremendo epilogo che è il burnout?

Il riposo «come Dio comanda»

Non è solo per proteggere l’uomo dall’autodistruzione che Dio gli ha comandato di riposare, ma anche per insegnargli come vivere questo tempo prezioso.

Il riposo comandato da Dio – infatti – non è semplicemente una sospensione del lavoro, fine a se stessa (anche perché – lo sappiamo bene – l’uomo è capace di una miriade di forme distorte di riposo e di modi per sprecare il tempo: come dice il proverbiol’ozio è il padre dei vizi).

Il riposo comandato da Dio è finalizzato alla contemplazione e alla comunione.

Si riposa per contemplare

Come il Creatore alla fine della Sua opera di creazione, anche l’uomo ha bisogno di fermarsi e contemplare quanto ha fatto con tutto l’impegno profuso durante il tempo del lavoro:

Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gen 1,31).

Mi piace sempre immaginare questa scena con Dio che si mette le mani sui fianchi, si guarda attorno e dice: «caspita! che bravo sono stato!»

I sociologi ci dicono che – con l’avvento della rivoluzione industriale – il lavoro è diventato “alienante”, perché dalla forma artigianale (nella quale il lavoratore vede il frutto e il risultato del suo lavoro) si è passati alle catene di montaggio (dove l’operaio è né più né meno che uno dei tanti “ingranaggi”)…

Oggi possiamo dire che quasi tutte le occupazioni sono diventate alienanti, proprio perché non ci si ferma mai a contemplare l’utilità e la bellezza del nostro apporto al mondo e alla società. Si lavora per lavorare, tutt’al più per guadagnare, e non ci si sente più parte integrante del Creato e della sua crescita.

Si riposa per fare comunione

Dio ha prescritto di non fare alcun lavoro nel giorno di sabato (nemmeno cucinare!) perché esso deve essere interamente dedicato alla comunione coi fratelli, a godere semplicemente della loro compagnia, nella convivialità dello stare assieme.

Viene in mente la scena evangelica di Marta e Maria:

Maria… seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» (Lc 10,39c-42a).

Ovviamente non sto dicendo alle casalinghe (o a chi si occupa di preparare il pranzo) di starsene con le mani in mano (ché non si può campare d’aria), ma il richiamo di Gesù fa riflettere: quante volte invece di “occuparsi” delle cose ce ne preoccupiamo, ci facciamo travolgere dall’ansia e dalle manie di perfezionismo?

Mi fa sempre sentire a disagio – quando vado a pranzo dai miei – vedere mia madre che continua ad alzarsi per andare ai fornelli, anziché starsene tranquilla a tavola col resto della famiglia…

Preparare il cibo il giorno precedente a quelli festivi (come prescrive la legge ebraica), o preparare cose semplici (ad esempio un piatto unico) potrebbe essere un modo per permettere a tutti (cuochi compresi) di stare a tavola con gioia e con calma, gustando in modo pieno e autentico la festa e il riposo.

Il nostro falso riposo

L’estate è anche tempo di riposo, di ferie (per chi ha la grazia di viverle): ma cosa intendiamo noi per ferie, per vacanze?

In latino feria significa «giorno dedicato al culto» (non a caso l’equivalente inglese holidays vuol dire “i giorni santi”). “Vacanza” – invece – viene dal verbo latino vacare, che significa “fermarsi”.

Proprio quello che facciamo noi quando andiamo in ferie, vero?

Non avete idea di quanti cristiani tornano dalle vacanze confidandomi di essere più stanchi di prima: perché non hanno fatto altro che girare come delle trottole, per «vedere tutto», per non perdere nessuna occasione, nessuna proposta inclusa nel “pacchetto” dell’agenzia (o della compagnia di crociera).

Ma soprattutto quanti tornano ammettendo bellamente di aver «mandato in ferie» pure il Signore, disertando la Santa Messa domenicale per tutto il periodo estivo: proprio “giorni santi”, direi!

Si incrociano centinaia, migliaia di persone, ma non si incontra né si conosce veramente nessuno, anzi: spesso nemmeno i membri della stessa famiglia si vedono o si incontrano tra loro, intenti come sono a correre dietro alle iniziative proposte per questa o quella fascia d’età (senza parlare dei tanti che fanno ferie separate, anche tra marito e moglie).

Proprio il contrario del riposo e della tranquillità, della contemplazione e della comunione… Da montanaro quale sono, sapeste che tristezza provo nel vedere turisti che – anche in mezzo a quella “cattedrale” naturale che è il Creato – si stordiscono di musica ad alto volume e di connessione internet!

Riposare col Signore

Il Signore invita i suoi discepoli (e noi) a prendersi del tempo per ripensare con calma a quanto stanno vivendo, ma soprattutto li invita a fare la stessa esperienza che Lui faceva spesso:

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava (Mc 1,35).

Il riposo che ci vuole insegnare Gesù è il luogo del silenzio, del rimanere soli con noi stessi per renderci pronti all’incontro con Dio: due cose nelle quali difettiamo.

La nostra fatica a pregare ha la stessa origine della nostra incapacità di vivere il riposo in modo proficuo: abbiamo paura del silenzio, perché non abbiamo il coraggio di prendere in mano la nostra interiorità, e – di conseguenza – temiamo di metterci faccia a faccia con Dio, per timore che Egli ci sveli il nostro vero io.

Vacanze rovinate?

Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

Il momento di pausa dei discepoli con Gesù è durato ben poco: il tempo di una traversata da una riva all’altra.

Immaginate come si sentirebbe un medico se – appena sdraiato sul suo lettino in capo al mondo per le agognate ferie – dovesse sentirsi chiamare dal suo paziente più ipocondriaco: «ah, dottore! Anche lei qui?! Che bello! Avevo giusto bisogno di chiederle un consiglio per questo strano dolorino…»

Ecco: anche la nostra idea di “meritato riposo” (in cui nessuno deve permettersi di disturbarci, in cui «non ci siamo per nessuno») deriva dall’idea sbagliata che ne abbiamo.

Come dicevo sopra: quando andiamo in ferie siamo così occupati a “riempire il tempo” che non abbiamo più tempo per nessuno e non incontriamo nessuno (né gli altri, né noi stessi); invece il Signore ci invita a ritagliare del tempo proprio per questo.

Noi al posto di Gesù ci saremmo arrabbiati (e anche i discepoli si sono spazientiti, come vedremo domenica prossima, ascoltando il seguito del racconto), invece Lui non si indispettisce con la folla che non gli dà tregua, ma «si commuove per loro».

La compassione di Dio

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro…

Il verbo scelto da Marco, in greco indica – letteralmente – lo sconvolgimento delle viscere, ed è usato nella Bibbia soprattutto per indicare la somatizzazione dell’affetto che solo una madre può provare per le sue creature (avendole portato in grembo).

Questo sentimento Gesù l’aveva provato anzitutto per i Suoi discepoli: era stata questa capacità di leggere dentro il loro cuore (e non solo nel loro fisico affaticato) che l’aveva spinto a tirarli in disparte per riposare.

Ora Gesù si commuove per la folla perché la vede sbandata:

…erano come pecore che non hanno pastore

C’è bisogno di pastori

L’immagine delle pecore senza pastore a noi magari non dice nulla, ma è molto evocativa, se ci pensiamo.

La pecora, a differenza di altre bestie, è un animale dipendente, nel senso che non sa gestirsi in modo autonomo: ha sempre bisogno di qualcuno che la guidi, che la porti a pascolare, altrimenti non riuscirebbe a provvedere a se stessa e a sopravvivere.

L’umanità è proprio così: fragile e spaesata.

Noi cristiani facciamo l’errore di guardare il mondo con occhi che giudicano, che condannano, emettendo sentenze definitive verso un’umanità che definiamo «senza Dio».

È vero: l’uomo di oggi sembra proprio non avere una guida né una meta, ma non è colpa sua: egli è continuamente in cerca di qualcuno che lo faccia sentire al sicuro, solo che nessuno glielo indica.

Anche noi preti (e tutti i cristiani) siamo spesso come i pastori denunciati da Geremia nella prima lettura: invece di commuoverci per il senso di disorientamento dell’umanità, ne siamo indispettiti e ci ergiamo su improbabili piedistalli da cui ci sentiamo in diritto di giudicare, dall’altro verso il basso (pensiamo – ad esempio – ai tanti strali lanciati contro i giovani, colpevoli di assembrarsi per lo spritz in tempo di pandemia).

Lo scopo del riposo

Abbiamo capito come dobbiamo sfruttare le nostre ferie da buoni cristiani? Dedicando tempo anche ad imparare da Gesù l’arte della compassione.

Tutti ne abbiamo bisogno, perché ad ognuno di noi è affidato il compito di essere “pastori”: ai genitori verso i figli, agli insegnanti verso gli alunni, alla moglie verso il marito e viceversa…

Ma solo se viviamo il riposo come l’abbiamo descritto sopra (entrando nel cuore di Dio e imparando la Sua stessa compassione per l’uomo) possiamo diventare veri “pastori” gli uni degli altri.

Io me ne rendo conto ogni giorno, avendo il compito di essere ufficialmente “pastore” (per il ministero che ho ricevuto): se non prego, se non entro in intimità col Signore, difficilmente riesco a vivere la compassione verso l’uomo; e a darmi fastidio non sono solo i lestofanti (che si intrufolano tra i tanti bisognosi che mi cercano soldi), ma anche la povera anima che cerca solo ascolto e comprensione.

Che il Signore ci aiuti a far davvero riposare in Lui le nostre anime, per poterle trasformare in luoghi di “vacanza” e riposo per le fatiche e le tristezze dei nostri fratelli!