Via la mascherina! · Maria Santissima Madre di Dio

Via la mascherina!
Una delle foto simbolo dell’anno 2020

Nm 6,22-27; Sal 67; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

Desideriamo tutti abbandonare al più presto la mascherina, perché vogliamo rivedere il viso dei nostri cari. Dio la sua l’ha tolta fin da subito, per sempre.

Quante persone in queste ore stanno dicendo – tra lo sfinimento e la disillusione – «eccoci finalmente alla fine di questo Annus horribilis»!

Ma noi cristiani possiamo esprimerci così?

No. Perché siamo uomini e donne di fede, e la liturgia ci invita – come alla fine di ogni anno – a cantare il Te Deum.

Siamo chiamati a dire «grazie» anche per questo anno.

È una sfida, bella grande, ma credo che valga la pena accettarla e lasciarsi convertire, ancora una volta, dalla Parola di Dio.

Il desiderio più grande

mascherina stretta in mano

Tra i tanti messaggini benauguranti inoltratimi oggi, c’è anche questo pensiero anonimo:

«Verrà il giorno in cui nella tasca interna di una giacca, dentro la tasca interna di una borsa o nel bauletto di un motorino ritroveremo, dimenticata, una vecchia mascherina sgualcita.

Guardandola la strofineremo tra le mani come per assicurarci di aver davvero vissuto quel lungo incubo. Mentre chiuderemo le nostre mani, accartocciando quei ricordi lontani, respireremo profondamente liberi per sottolineare a noi stessi quanto è bella la vita».

Sì, anche io mi sono immaginato tante volte la fine di questo incubo come una scena epica, simile alla festa di laurea, dove però – al posto del tocco – ognuno lancia in aria la propria mascherina…

Un simbolo indelebile

Delle tante immagini scioccanti che ci sono passate davanti agli occhi e rimaste nel profondo in questi mesi difficili, la mascherina è senz’altro un simbolo condensato, perché l’abbiamo condivisa tutti.

Non è solo una limitazione, un fastidio fisico, ma una privazione: la privazione dello sguardo.

Da quando siamo stati obbligati ad indossarla, abbiamo dovuto rinunciare a vedere il viso della maggior parte delle persone.

Abbiamo dovuto imparare a leggere, a capire i sentimenti e lo stato d’animo degli amici, dei colleghi, dei parenti meno prossimi, solo dagli occhi.

Non è una cosa facile… ci vuole un intuito particolare. O meglio: serve intelletto, cioè la capacità di non fermarsi alla superficie, e di andare in profondità.

Forse abbiamo imparato a nostre spese che gli occhi sono la porta del cuore.

Gesù con la mascherina?

Gesù bambino con la mascherina

Mi è capitato perfino di imbattermi in Presepi dove Gesù bambino indossava la mascherina…

Può essere un tentativo di dire in modo attuale il mistero dell’Incarnazione: Dio si è “vestito” in tutto e per tutto (eccetto il peccato) della nostra natura umana, le nostre fragilità e debolezze.

Ma io credo che – in questo caso – nostro Signore abbia scelto di abdicare, proprio per rispondere al nostro desiderio più grande:

«Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto»
(Sal 27,8b-9a).

Lo dicevo già nell’omelia di un anno fa: nulla è più importante per noi dello sguardo dell’altro. Per questo Dio ha scelto di non smettere un attimo di guardarci col volto radioso e sorridente, come leggiamo nella prima lettura:

«Così benedirete gli Israeliti: direte loro:
“Ti benedica il Signore e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto

e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto

e ti conceda pace”».

Il dono di quest’anno

Quante privazioni abbiamo dovuto subire in questi mesi tremendi! Non solo lo sguardo, ma anche i gesti “fisici” di affetto: gli abbracci, i baci, le strette di mano, le pacche sulle spalle…

Quanta sofferenza ci ha segnato e ci sta segnando il cuore!

Ma forse – anche stavolta – la sofferenza può farsi nostra maestra.

Ho detto un miliardo di volte che non è Dio a mandarci le tragedie, tantomeno per insegnarci qualcosa; e quindi nemmeno questa pandemia da Coronavirus.

Ma ho detto altrettante volte (facendo eco al Papa) che non possiamo sprecare questa situazione, piangendoci addosso e concentrandoci solo su quello che non possiamo fare:

«peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Papa Francesco, 31 maggio 2020).

Dio non ci manda le prove, ma ci dà la forza per affrontarle, e per trasformarle in opportunità di crescita.

Partiamo da ciò che ora ci manca per convertirlo e viverlo in modo nuovo quando ci sarà restituito!

Il tempo della conversione

Ci mancano gli abbracci? I gesti di affetto?

Ebbene: forse è il caso che nei mesi in cui ancora ne saremo privati, facciamo una lista di tutte le persone alle quali ora desideriamo darli, e che tante volte non abbiamo abbracciato perché «eravamo di fretta».

Ci sentiamo soli e isolati?

Ebbene: ora è il momento di lottare contro la malattia della segregazione, alla quale – se non stiamo attenti – possiamo assuefarci (se non addirittura affezionarci), convincendoci che «stiamo meglio da soli, senza nessuno che ci infastidisca».

Già ora possiamo incontrarci, anche se limitatamente, o anche solo tenerci in contatto per telefono, via email…

Ci mancano gli sguardi e i sorrisi a pieno viso?

Ebbene: esercitiamoci (fosse anche davanti al nostro specchio) a sfoderare i nostri più bei sorrisi per quando potremo togliere la mascherina, e far sì che siano sinceri, e non solo sorrisetti “di circostanza”, diplomatici, sardonici, commiseratori.

Dio ci ha dato il Suo corpo

Nell’Incarnazione, attraverso la maternità di Maria (che oggi celebriamo con solennità) Dio ha preso un corpo, il nostro corpo, proprio per farci scoprire la bellezza di questi gesti “fisici” che oggi ci mancano tanto.

Dio si è fatto corpo per poter essere abbracciato e abbracciare, ascoltato e ascoltare, guardato e guardare, toccato e toccare… Lui che era il Verbo invisibile. Quanti miracoli di Gesù si svolgono attraverso gesti “plastici” (cfr Gv 9,1-7)!

Dio ci ha donato il Suo corpo consegnandosi alla Passione e lasciandosi annientare sulla croce.

Dio oggi ci chiede di essere il Suo corpo, facendoci prolungamento e “sostituti” delle Sue membra per continuare ad incontrare “corporalmente” e “fisicamente” i Suoi e nostri fratelli.

Un tempo di purificazione e conversione

Perciò il tempo dell’attesa di recuperare tutti i nostri gesti consueti deve essere per noi credenti un tempo di conversione, di purificazione.

Dobbiamo educarci a sguardi puri e casti, che non denudano, non riducono gli altri ad oggetto del desiderio, ma li guardano con lo stesso sguardo d’Amore di Cristo (cfr Mc 10,21).

Tolta la mascherina, il nostro volto dovrà essere limpido e trasparente (cfr Mt 6,22-23), non falso, sfacciato o cattivo.

Dobbiamo preparaci ad abbracci che siano davvero segno tangibile di affetto fraterno (cfr Rm 12,10 e 1Pt 3,8).

Allora, e solo allora, sarà il momento di mettere via la mascherina.