Vogliamo guarire?

6ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Vogliamo davvero guarire?

Se vogliamo guarire dobbiamo ammettere di essere malati, chiedere aiuto e inginocchiarci davanti al Signore. E accettare di vivere il tempo della convalescenza.

Lv 13,1-2.45-46; Sal 32; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45

Per capire la potenza del gesto di Gesù nel vangelo di oggi, occorrerebbe aver visto anche solo un lebbroso (non vi voglio disgustare qui… ma se avete lo stomaco forte, basta che cercate qualche immagine su Google).

La lebbra è una malattia che – già fisicamente – è devastante, inesorabile, orribile, ti consuma pian piano.

Punizione divina?

A livello sociale era quasi peggio: come abbiamo ascoltato nella prima lettura, la Legge di Mosè imponeva ai lebbrosi di stare alla larga dai centri abitati, di gridare forte la propria miserevole condizione a chi li avvicinasse inavvertitamente.

Già domenica scorsa accennavo al fatto che per la religione ebraica ogni malattia era segno di una maledizione di Dio (a causa di peccati commessi); tra tutte, la condizione dei lebbrosi era la più insopportabile: niente più della lebbra era “LA” punizione di Dio.

Oltre alla terribile sofferenza fisica, il lebbroso era condannato all’abbandono totale, alla solitudine, al confino umano e spirituale.

I “lebbrosi” di oggi

Forse crediamo che sia un problema superato, ma – anche se è stato fatto molto per curare questo terribile morbo – tante persone ne soffrono ancora nelle zone più povere del mondo.

E poi anche nel “primo mondo” abbiamo i nostri “lebbrosi”… i malati di AIDS, per esempio, che anche noi – come i più “santi” israeliti di allora – guardiamo con pregiudizio e condanniamo: «sarà stato un tossico, o un omosessuale, o uno che andava a prostitute»…

Costruiamo anche noi i nostri “ghetti” (fisici o mentali) in cui relegare la “feccia”, per evitare di “contaminarci”.

Per non parlare delle tante persone che emarginiamo perché – nella nostra «cultura dello scarto» – sono solo una “zavorra” per la società produttiva: quanti anziani e ammalati abbiamo relegato nella solitudine e nel dimenticatoio degli ospizi!

Impossibile rimanere indifferenti

A fronte di tutto ciò, anche oggi il vangelo è una doccia fredda, perché – se vogliamo seguire Gesù – dobbiamo abbattere in noi ogni barriera umana, sociale e religiosa:

«Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò».

In greco quel «ne ebbe compassione» è letteralmente: «si sentì contorcere le viscere». È un’espressione che può essere interpretata in due modi:

  1. senz’altro per dire la profonda condivisione dello stato di sofferenza fisica e spirituale del lebbroso, che porta Gesù a “somatizzare”, facendo sì che l’emozione sia tanto forte da diventare anche “fisica”.
  2. Ma può essere anche interpretato con un «fremere dentro» per lo sdegno, l’arrabbiatura. Ovviamente non verso il lebbroso, ma verso tutto quel sistema di pensiero legalistico che aveva fatto sì che la religione diventasse motivo di emarginazione anziché di solidarietà, che Dio fosse dipinto come un arcigno “castigamatti”, anziché un Padre buono e misericordioso.

Tutta l’opera e il ministero di Gesù – in parole e in opere – è teso a scalzare questa falsa immagine di Dio e a rivelarne il vero volto.

Farsi prossimo

È nella preghiera intensa, fatta al mattino presto (v. il vangelo di domenica scorsa), che Gesù stabilisce quella intima e profonda comunione col Padre, che lo fa “fremere” interiormente di compassione verso i poveri e gli ultimi del mondo, e lo fa “ribollire” di sdegno verso l’indifferenza e la cattiveria del mondo.

È di questi sentimenti che dobbiamo vivere anche noi cristiani, se vogliamo essere degni di questo nome:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (cfr Fil 2,5-11).

Se siamo discepoli di Gesù, se cioè vogliamo lasciare che sia Cristo a vivere in noi (cfr Gal 2,20), non basta pregare per gli ammalati (che sarebbe già qualcosa), ma occorre condividerne la condizione, fino in fondo, fino a farci consumare dentro e a comprometterci del tutto.

Non si può amare a distanza, “per corrispondenza”! Si deve toccare il male e la sofferenza dell’uomo: ci si deve sporcare le mani.

Solo se ci lasceremo adoperare da Cristo, se saremo il Suo sguardo amorevole, le Sue mani tenere, potremo rendere vero e attuale anche oggi – per ogni uomo – quel

«Lo voglio, sii purificato!»

Cosa vuole Dio? Di sicuro non vuole il nostro male, la nostra sofferenza! Dio ci vuole guarire, ci vuole donare tutto se stesso!

È questo l’annuncio che dobbiamo fare, ma non lo si può fare a parole: solo col nostro essere un «alter Christus», proprio come San Francesco d’Assisi quando abbracciò il lebbroso.

Chi ci può guarire?

Un altro tema di riflessione ce lo suggerisce l’atteggiamento del lebbroso:

«lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”»

Non sono particolari secondari; dicono un profondo atto di fede:

«chi impara a credere impara ad inginocchiarsi» (Joseph RatzingerIntroduzione allo spirito della liturgia).

Il lebbroso riconosce in Gesù la presenza di Dio stesso: solo davanti a Dio – infatti – ci si poteva mettere in ginocchio, e solo Dio poteva purificare dalla malattia che – secondo la concezione religiosa mosaica – Lui stesso aveva inflitto come conseguenza di un peccato.

Da notare – poi – che non chiede la semplice guarigione (del corpo) ma la purificazione: ovvero di essere sanato in profondità, fino alla radice morale di quella sofferenza.

Riflettiamoci un po’:

  1. Siamo capaci – anzitutto – di riconoscerci malati e bisognosi di guarigione?
  2. A chi ci rivolgiamo quando la sofferenza si affaccia alla nostra vita?
  3. Di quali malattie ci rendiamo conto? Solo di quelle fisiche o anche di quelle nascoste nel profondo della nostra anima?
  4. Riconosciamo che solo Dio ci può guarire dal peccato? Ci mettiamo con umiltà nelle Sue mani?

Vogliamo davvero guarire?

Siamo chiamati a fare gli stessi passi compiuti dal lebbroso:

Anzitutto riconoscerci bisognosi. La malattia è il tempo in cui ci si rivela inequivocabilmente la nostra fragilità, la nostra finitudine, l’effimero dei nostri deliri di onnipotenza.

Abbiamo bisogno, di tutto e di tutti (prima ancora che di Dio); ma occorre riconoscerlo: chiosando il proverbio, «non c’è peggior malato di chi non vuole guarire», di chi non vuole ammettere di essere nel bisogno.

In secondo luogo, chiedere aiuto. Forse la prima malattia da cui dobbiamo guarire è l’orgoglio invincibile che ci impedisce di supplicare, di tendere la mano: piuttosto di ammettere i nostri bisogni, le nostre necessità, le nostre povertà… ci lasciamo morire!

Delirio di onnipotenza

A differenza del lebbroso (che era escluso dalla società), spesso siamo noi stessi ad auto-isolarci in una falsa e ostentata autosufficienza. Siamo incapaci di chiedere e di ricevere: questa è la malattia più grave!

Viviamo in un mondo che continuamente idealizza il bastare a se stessi, «l’uomo che non deve chiedere, mai».

Basti pensare a quanti giovani di oggi pongono come obbiettivo l’andare ad abitare da soli, il vivere da single, senza dover dipendere da alcuno né rendere conto a nessuno.

Ma proprio questo atteggiamento di boriosa onnipotenza è anche ciò che crea la ripulsa verso tutti i poveri e i diseredati del mondo: appena raggiunta una certa autonomia, ci si sente in diritto di guardare con disprezzo chi si trova nel bisogno e di giudicarlo: «come mi sono arrangiato io, ce la può fare anche lui! Un lavoro lo trova, se ha voglia di faticare, invece di fare il barbone e di pesare sulla società!»

Il tempo della convalescenza

L’ultimo spunto di riflessione che voglio condividere con voi parte dall’atteggiamento di Gesù subito dopo aver compiuto il miracolo:

«ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno”».

A prima vista è incomprensibile il motivo per il quale Gesù scacci via così il lebbroso guarito e gli imponga il silenzio.

Gli esegeti portano a giustificazione il famoso tema del “segreto messianico” (ovvero il tentativo di Gesù di fermare ogni falsa immagine di sé presso la gente del tempo, come una sorta di “stregone” a buon mercato, da cercare per risolvere velocemente tutti i propri problemi).

Ma l’interpretazione più bella (tra le tante che ho letto e ascoltato in questi giorni) è quella di don Fabio Rosini, che suggerisce di leggere il monito di Gesù come un invito (al lebbroso e a noi oggi) a vivere il necessario “tempo di convalescenza” dopo la guarigione.

Noi viviamo in un mondo in cui sembra importante sapere e far sapere tutto e subito, quello dei Social, dove ogni cosa deve essere immediatamente condivisa, pubblicata… ma alcune cose richiedono interiorità: guarire e non capire perché e come si è guariti è perdere un’occasione; è quasi come non essere guariti affatto!

La Grazia di Dio ci viene data per qualcosa di ben più grande di quanto possiamo percepire alla prima impressione. Non possiamo trattare le cose di Dio con lo stesso atteggiamento “spettacolare” del linguaggio odierno dei media, che ruota attorno all’istinto e all’istante.

Non tutto può essere condiviso con tutti, urlato ai quattro venti, gettato in pasto ai cani (cfr Mt 7,6). Quando si ha a che fare con Dio, occorre l’atteggiamento che ci sarà raccomandato tra qualche giorno, nella celebrazione delle Sante Ceneri:

«quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6).

Non possiamo vivere la nostra fede (e specialmente i momenti di conversione del cuore) con un atteggiamento epidermico, superficiale. Altrimenti la parola di Dio in noi avrà lo stesso effetto del seme caduto sulla strada o tra i rovi (cfr Mc 4,3-8).

Quello che Dio non vuole

Anche stavolta vi lascio una riflessione in musica, con una bellissima canzone del compianto Alex Baroni, per continuare a meditare su ciò che Dio vuole o non vuole per l’umanità: «male che fa male Tu non vuoi»