3a Domenica di Quaresima

Es 17,3-7; Sal 95; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

La liturgia della Quaresima (specialmente in questo Anno A) ci fa percorrere un cammino catecumenale, di riscoperta del nostro Battesimo. Ogni domenica una nuova tappa, un nuovo gradino.

Un cammino alla riscoperta del nostro essere figli di Dio

Il primo passo l’abbiamo compiuto nel deserto con Gesù, dove ci siamo imbattuti subito nella tentazione, nel dubbio insinuato dal Diavolo, che ci ha chiesto: «Sei davvero figlio di Dio?».

Lo stesso dubbio tremendo di Adamo ed Eva: che Dio non li amasse come un Padre, ma li vedesse come degli avversari, riservando alcune cose gelosamente solo per Sé…

Fin da subito Gesù ci ha mostrato che Dio non ci lascia soli nella prova, non ci abbandona alla tentazione, ma la affronta con noi, da vero Figlio del Padre.

E proprio per assicurarci che Dio è davvero nostro Padre (e noi siamo davvero Suoi figli), nel secondo passo Gesù ci ha portati sul Tabor, per “sbirciare” la Gloria e la gioia di Dio che ci attendono.

Con Pietro, Giacomo e Giovanni, abbiamo intravisto anche noi ciò che un giorno contempleremo in eterno. Dio ci ha voluto rassicurare che c’è una meta luminosa all’orizzonte di questo nostro cammino.

Ma per essere figli col Figlio e nel Figlio, occorre ascoltarlo, prenderlo sul serio, seguirlo, non fare solo gli “spettatori” del suo cammino verso la Croce.

La nostra sete

Il terzo passo, avviene nell’ora più calda del giorno, quella che fa ardere in noi la sete.

La sete, per l’uomo (e per tutte le creature) è il simbolo più eloquente della sua fragilità, della sua condizione di povertà assoluta.

L’uomo che soffre la sete rischia la propria vita: è nella condizione di implorare aiuto e misericordia… ma anche – purtroppo – di imprecare, di perdersi, e perdere Dio per la disperazione.

La prima lettura ci racconta – infatti – di come il popolo d’Israele nel deserto, a causa della sete, imprecò contro Mosè e contro Dio: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»

In questa situazione – ancora una volta – Dio non ci abbandona a noi stessi, alla nostra sete; non ci abbandona alla tentazione, non ci lascia soli nella prova.

La sete di Dio

Dio – in Gesù – si fa uomo come noi, si fa debole e povero, e con noi sperimenta la sete, il bisogno.

Proprio mentre noi – assieme alla Samaritana – andiamo in cerca di acqua, troviamo Gesù seduto sul bordo del pozzo che… ci chiede da bere!

Dio ha sete!

Come può Dio aver sete, Lui che è eterno, infinito, Onnipotente?

Spulciando i Vangeli, c’è solo un altro caso nel quel Gesù cerchi da bere: è il momento immediatamente precedente alla sua morte in croce, quando – per adempiere la Scrittura – dice «Ho sete» (Gv 19,28).

E come quel giorno, sulla croce, anche al pozzo di Sicar non si tratta della sete di acqua, che – tutt’al più – porta refrigerio alla gola riarsa… Infatti «chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete».

E’ un’altra la sete in questione.

La sete di Dio è sete di noi, della nostra amicizia, della nostra fede.

Egli desidera incontrarci, e suscitare nel nostro cuore un desiderio di Lui, pari a quello che Lui ha di noi.

Il mistero del cuore dell’uomo

Noi siamo fatti di desideri. Continuiamo a desiderare qualcosa e non siamo mai sazi, mai soddisfatti, mai contenti… e – quel che è peggio – mai felici.

E’ il mistero del cuore dell’uomo, che non è mai colmo e cerca di riempirsi a forza di cose che non lo riempiono, che non lo dissetano veramente. Già il profeta Geremia lo denunciava fortemente:

«Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13).

Anche la Samaritana, nella sua vita aveva cercato disperatamente di placare la sua sete d’amore: aveva già avuto cinque mariti e adesso conviveva con un altro uomo…

Quanto siamo bravi – anche noi – a far tacere il nostro cuore che si lamenta per la sete! Quanti inganni gli facciamo sorbire per non intraprendere mai il cammino di ricerca della vera fonte della Vita… Quanta “acqua stagnante” gli facciamo sorbire per illuderlo… per paura di sentire anche solo una volta la vera sete, quella di Dio!

Sant’Agostino aveva capito benissimo questa dinamica. Aveva capito che il nostro cuore, creato da Dio, è stato fatto capax Dei (“capace di Dio”, cioè «in grado di contenere Dio»!), e perciò non potrà mai trovar pace, finché non dimorerà in Lui.

L’immensità infinita di Dio è l’unica grandezza che può riempire, dissetare il nostro cuore e farlo sentire appagato, soddisfatto, felice. E’ l’unica acqua viva che spegne la sete e il desiderio infinito che assillano il cuore dell’uomo.

Il mistero del cuore di Dio

Ma la cosa più incredibile è sentirci dire da Dio che anche il Suo cuore è fatto così, che anche Dio non trova pace finché non dimora in noi!

Questo è il significato di quel «dammi da bere» detto alla Samaritana, di quel «ho sete!» urlato dalla croce.

Scopriamo allora che il nostro essere cristiani non è una questione religiosa e rituale (dove, come, quando pregare Dio), ma di fede, di incontro, di Amore, di intimità con Lui.

Dio «cerca chi lo adori in spirito e verità», cioè nel profondo più intimo del proprio cuore (che non è solo il centro dei sentimenti e delle emozioni, ma la nostra anima, il nostro stesso spirito).

Dobbiamo riscoprire il luogo privilegiato dell’incontro con Dio, facendovi nascere l’intimo desiderio di Lui: la Pienezza che colma ogni nostro vuoto, l’Acqua che spegne ogni nostra sete, l’Amico che anela Lui stesso alla comunione con noi…

Un nuovo passo nel nostro cammino battesimale

Il nuovo passo che la Liturgia quaresimale ci propone di fare in questo cammino catecumenale, è di cantare con il salmista:

«O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua»
(Sal 62,2).

Svuotarsi per riempirsi

L’immagine che mi colpisce di più in questo brano evangelico è l’anfora, vuota, lasciata sul bordo del pozzo dalla Samaritana quando corre a chiamare i suoi compaesani…

Era venuta ad attingere un’acqua stagnante e invece se ne va via con un’altra acqua, zampillante, fresca, viva: il desiderio di Gesù di incontrarla e donarle se stesso («Sono io, che parlo con te»).

La Samaritana ha avuto la grazia di fare il contrario di quanto denunciato dal profeta Geremia: ha svuotato la cisterna ormai screpolata del suo cuore da tutte quelle false “bevande” con cui aveva avidamente cercato di dissetarsi (i cinque mariti e il convivente attuale), ed è davvero diventata – come le aveva promesso Gesù – «una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna»!

E così è pronta a correre dai suoi compaesani (dai quali prima si nascondeva, per vergogna) a far venire anche a loro la sete di Dio!

L’anfora screpolata e incapace di trattenere acqua (il suo cuore vecchio) è abbandonata sul bordo del pozzo… il cuore nuovo, nuova anfora, ripieno dell’acqua viva dello Spirito Santo di Dio, ora corre a zampillare dappertutto!

E anche il cuore di Gesù è colmo, colmo d’Amore infinito, per aver ridonato la vita ad una figlia perduta (che poi è l’immagine e il simbolo della Chiesa, che era stata infedele al suo vero Sposo e ora l’ha finalmente ritrovato).

Una preghiera…

Vorremmo chiederti anche noi l’acqua viva, Signore, come la Samaritana… ma ancora una volta ci fai capire che prima di tutto dobbiamo chiederti di sentire sete, sete di Te, come Tu hai sete di noi!
Dacci ancora e sempre questa sete; che non manchi mai nel nostro cuore un desiderio ardente di Te, come grande e inquieto è il Tuo ardente desiderio di noi!


Termino lasciandovi alcune parole di una bellissima poesia di Padre Turoldo:

«…anche Tu
sei un Dio in pena, e noi
il tuo dramma di essere Dio».

(David Maria Turoldo, Neanche Dio può stare solo, Veglie Eucaristiche, PIEMME 1991, p.36)