omelie, pensieri e riflessioni

distanza siderale

Distanza siderale

25ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

La vigna è il Regno di Dio che Cristo ha inaugurato e nel quale tutti gli uomini sono invitati a lavorare, per contribuire alla sua costruzione e realizzazione. Far parte di questo progetto è un onore e una gioia. Ma le parole di mormorazione degli operai della prima ora denotano con chiara evidenza che – spesso – i credenti percepiscono il loro cammino di fede come un peso piuttosto che una gioia («noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo»). Non c’è solo la protesta per il trattamento di favore riservato agli ultimi arrivati, ma la lamentela per la fatica che si è dovuta sopportare.
Ma una vita, una “fede” vissuta così è veramente cristiana? In una mentalità siffatta, il rapporto con Dio è un contratto di lavoro (duro) con un padrone esigente, piuttosto che la gioia di avere un Padre che ci ama e ci affida con fiducia tutte le Sue cose.
Quando un cristiano è invidioso della bontà di Dio significa che sta vivendo la sua vita solo come peso, e non ha capito molto della fede, e deve domandare a Dio la grazia di recuperare la bellezza di credere.
Riappropriamoci della coscienza di essere lavoratori della vigna del Signore, di aver ricevuto da Lui l’onorevole compito di contribuire alla costruzione del Suo Regno!
Siamo gioiosi di quel che siamo e che facciamo, non cristiani “musoni” e sempre pronti a criticare e a guardarsi con sospetto l’un l’altro!

4 in matematica

4 in matematica

24ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

Se si parla di perdono, il calcolo è proprio l’ultimo degli argomenti. Il perdono è la forma più grande di amore, e come tale non può essere quantificato. Dio non ragiona con la matematica, e invita l’uomo a fare altrettanto. Ma l’uomo ha bisogno di calcolare, di misurare tutto, perché ciò di cui non vede il limite lo spaventa. Siamo tutti così: quando le cose ci sembrano difficili proviamo ad “inscatolarle”, ad inscriverle in una formula matematica che ci permetta di misurarle e affrontarle.
Perdonare – a livello umano – non è solo difficile, ma è quasi insensato. Altre culture e religioni della storia hanno proposto la non-belligeranza e la non-violenza (il buddhismo, per esempio), ma il perdono cristiano va ben al di là, perché non supera soltanto la legge del taglione, ma riscrive addirittura da capo la “regola d’oro”.
La nuova legge del perdono è «quello che Dio ha fatto a te, tu fallo ai tuoi fratelli». Si passa – cioè – dall’io (egoismo) al tu (altruismo) a Dio (fede).
Rimane la domanda «perché devo perdonare?». È legittima, tanto che Gesù ci ha dato una risposta, anzi due:
1. La prima è: perché tu sei già un perdonato, un forte debitore insolvente miracolosamente condonato.
2. La seconda è: perché Dio ha bisogno di te per “estendere” il Suo perdono a tutti.

interconnessi

Siamo interconnessi

23ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

I nostri fratelli ci devono interessare non solo perché stanno a cuore a Dio (che è Padre nostro e loro), ma perché la fraternità umana è il progetto stesso di Dio. Dio non ha creato un mondo di single, ma degli esseri di relazione, tutti strettamente “interconnessi” tra di loro. È una considerazione che dovremmo fare spesso, noi che viviamo in una società malata di individualismo, che ha trasformato anche la religione in un “fatto privato”.
Nessuno di noi è autosufficiente, in nulla. Non solo a livello materiale, ma anche e soprattutto spirituale. Abbiamo bisogno degli altri! Perciò non è la stessa cosa che il fratello cammini con me oppure no, che io cammini da solo o assieme ad una comunità di fratelli. Per i figli di Dio il «pochi ma buoni» è una bestemmia, perché Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tim 2,4).

Quando ci presenteremo al cospetto dell’Onnipotente, Egli non ci chiederà se siamo andati a Messa la domenica o se abbiamo fatto le offerte per le Missioni… ci chiederà – come quel giorno a Caino – : «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9).

Star dietro a Gesù

Star dietro

22ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

L’esperienza dolorosa e tragica di Pietro ci mostra come dentro ciascuno di noi ci sia una sorta di “tribunale”, con due scranni: quello dell’accusa e quello della difesa. In mezzo – come un giudice – sta seduto il nostro “io”, la nostra coscienza. A seconda dell’avvocato che facciamo prevalere, cambia totalmente l’esito del nostro giudizio, delle nostre scelte.
Chi sono questi due avvocati?
1. Il Paràclito, lo Spirito Santo, in noi parla sempre a difesa di Dio, e riferendoci le Parole del Padre (proprio come aveva fatto un attimo prima, rivelando a Pietro la vera natura messianica di Gesù).
2. Satana, lo spirito del Maligno – invece – parla sempre contro Dio, accusandolo o storpiandone le parole: basti pensare alla scena di Adamo ed Eva col serpente (cfr Gen 3,1-5).
Se vogliamo agire saggiamente e prendere le decisioni giuste nella nostra vita dobbiamo ascoltare quel “Maestro interiore” (come lo chiamava Sant’Agostino) che è lo Spirito Santo, il Verbo stesso di Dio che parla in noi. Dobbiamo «tornare dietro» a Gesù, lasciarci istruire da Lui.

la fede non è un'opinione

La fede non è un’opinione

21ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

Pietro prova a rispondere alla domanda tagliente di Gesù, mosso dalla sua solita generosità istintiva e irruente.
E Gesù gli fa i complimenti. Ma non gli dice “bravo”: lo chiama – invece – «beato», perché quello che è successo dentro di lui non è stato un “indovinare la risposta giusta”, ma entrare in una relazione.
Capire che Gesù è il Cristo è frutto di una rivelazione, e il Rivelatore è Dio!
La fede (quella di Pietro e quella di ogni credente) non è frutto di un’opinione, di una scelta tra più opzioni, ma l’accettare di entrare in una relazione del tutto particolare con Dio.
Quello che ci lega a Dio non è un’idea, un’opinione che abbiamo su di Lui, ma riconoscere che – dal momento in cui noi L’abbiamo lasciato entrare nella nostra esistenza – Lui ha profondamente cambiato la nostra storia.
Quante persone (e anche tanti cristiani) al giorno d’oggi si limitano a dire le solite cose su Gesù, “rispostine da catechismo”, luoghi comuni… come fosse un “argomento da bar”!
Come sono poche – invece – (anche tra noi preti) le persone che parlano di Cristo come una persona viva e presente nella loro vita!
Tanti sono i cristiani (di nome) ma pochi i credenti, pochi i veri testimoni (e Dio sa quanto il mondo abbia bisogno di testimoni!)

distillare la fede

“Distillare” la fede

20ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

Quante volte ci presentiamo al cospetto di Dio con l’intima convinzione che a noi Lui debba qualcosa, che debba ascoltarci ed esaudirci per forza, perché noi siamo quelli che vanno a Messa tutte le domeniche e feste comandate, che fanno i fioretti in Quaresima, che fanno l’elemosina… E se non ci esaudisce arriviamo subito alla conclusione che «Dio è ingiusto, è cattivo!» e diciamo «Basta! Non prego più!»
Dio non è una “macchinetta distributrice” di grazie (materiali o spirituali), in cui basta inserire la quantità esatta di monete per far scendere il “prodotto” che desideriamo!
La preghiera non è un “mercanteggiare” col Signore, ma entrare in una confidenza tale con Dio, da arrivare a capire cosa possiamo chiedergli (e cosa no), come, quando, e in che misura.
Per arrivare a tale confidenza nella preghiera c’è una sola via: quella percorsa dalla donna del vangelo di oggi. Dobbiamo farci piccoli, riconoscerci poveri “cagnolini” di fronte ad un Padre immensamente buono. Allora Lui ci solleverà a sé come una mamma «solleva il bimbo alla sua guancia» (cfr Os 11,4).