13a Domenica del Tempo Ordinario

1Re 19,16.19-21; Sal 16; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Nella seconda lettura di questa domenica l’apostolo Paolo, rivolgendosi ai Galati, esclama:

«fratelli, siete stati chiamati a libertà»

Cos’è la libertà?

Uno dei desideri più grandi dell’uomo? Una delle conquiste più importanti dell’era moderna?

Io credo che l’idea di libertà dell’uomo contemporaneo sia la più grande di tutte le illusioni e delusioni.

L’uomo di oggi è convinto che “libertà” significhi poter fare sempre e comunque quello che si vuole.

Ma, perseguendo questo ideale e modello di libertà, immancabilmente ci si scontra con altri individui che hanno la stessa pretesa, e – subito – ci si rende conto che l’altro è un ostacolo alla mia “libertà”.

Tant’è che – di conseguenza – si è arrivati a dire «la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri» (in modo rassegnato e pessimista, come John Stuart Mill, o in modo più positivo e orientato al bene, come Martin Luther King).

Ma, quand’anche un uomo dovesse conseguire questo traguardo, di non aver più nessun ostacolo, nessun freno, nessun altro individuo a limitare la propria libertà, potrebbe dirsi davvero libero?

O non sarebbe tristemente schiavo… della propria  solitudine?

E poi c’è una schiavitù dalla quale non riusciremo mai ad affrancarci da soli: il nostro io, che spesso (anzi, quasi sempre) agisce in modo non libero.

Già il poeta latino Ovidio (che non era certo un moralista), scriveva:

«vedo il bene e lo approvo, ma poi faccio il male» (Ovidio, Metamorfosi, Libro VII, vv. 20-21)

Dal punto di vista del credente, penso che nessuno abbia descritto meglio questa “tragedia” interiore, dello stesso Paolo:

«Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto… non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rom 7,15-24 passim).

Per questo l’Apostolo ci parla di una libertà diversa (che lui stesso ha sperimentato su di sé), che non è nostra conquista personale, ma dono ricevuto da Cristo:

«Cristo ci ha liberati per la libertà!»

La libertà è un dono che Cristo ci ha conquistato a caro prezzo: quello del suo sangue (cfr 1Pt 1,18-19; 1Cor 6,20; 1Cor 7,23).

Un dono difficile da gestire, perché – pur avendolo ricevuto in dote – abbiamo sempre la tentazione di adoperarlo male. E infatti ci mette in guardia:

«Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne».

Ovvero: una volta liberati dal fare le cose per semplice obbligo o per paura di una punizione (come nel passato, o da piccoli), attenti a non cadere nel rischio di pensare che non esista più alcuna legge né norma vincolante, ma tutto ci sia concesso!

Così è nel nostro mondo, purtroppo: ci siamo liberati dai tabù per diventare schiavi del libertinismo, dei nostri istinti più beceri.

Ma una libertà fine a se stessa non solo è inutile: è dannosa!

Come una bottiglia che svuotassi dall’acqua che contiene (magari perché è un po’ calda), e rimanesse poi vuota (e inutile) perché non ho dell’altra acqua fresca con cui riempirla di nuovo.

Anche per seguire Gesù occorre essere liberi. Per davvero.

Ecco perché nei tre “casi” del vangelo di questa domenica non si realizza l’incontro decisivo tra Maestro e discepolo.

Ci sono tre ostacoli seri alla vera libertà portata da Cristo:

  1. Nel primo caso («Le volpi hanno le loro tane…») Gesù mette in guardia dalla tentazione di “riempire” la propria libertà con la tranquillità dello stare comodamente «in santa pace», nel proprio “nido”, indisponibili ad abbandonare le proprie sicurezze.
  2. Nel secondo caso («Lascia che i morti seppelliscano i loro morti»), il Maestro che aveva sempre ribadito l’importanza del quarto comandamento, mette in guardia dal come persino gli affetti più santi, se vissuti come legami troppo stretti e insolubili, privino della libertà necessaria a diventare sui discepoli e annunciatori del Regno.
  3. Nel terzo caso («Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio») mette in guardia dalla nostalgia e dai rimpianti di ciò che si lascia indietro… Ma se non si è disposti a lasciarsi sfilare dalle mani ciò che ci trattiene, non saremo mai liberi per davvero. Se una mongolfiera non getta a terra i sacchetti di sabbia non può spiccare il volo, se una nave non leva l’ancora e non molla gli ormeggi, non potrà mai prendere il largo…

Cristo ci ha liberati, da noi stessi e dalle nostre catene (spesso auto-imposte) perché fossimo davvero liberi, pronti per spiccare il volo con Lui.

Liberi da noi stessi, liberi per vivere con Cristo e in Cristo, di Cristo!

«e non vivo più io, ma Cristo vive in me»  (Gal 2,20).