Chi è il tuo pastore?4ª Domenica di Pasqua (B)

Io sono il buon pastore

Da chi siamo disposti a farci guidare? A chi “andiamo dietro” nella nostra vita? È Cristo il pastore e custode delle nostre anime?|

At 4,8-12; Sal 118; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Gesù sapeva farsi ascoltare: dai grandi e dai piccoli, dagli intelligenti e dai semplici. Lo faceva con immagini quotidiane, che erano sotto gli occhi di tutti.

L’immagine di oggi è quella del pastore (figura che troviamo ogni anno nella quarta domenica di Pasqua, “pescando” alcuni versetti dal capitolo 10 del quarto vangelo).

Un mestiere umile ma non semplice

La pastorizia era stata una delle attività prevalenti del popolo ebraico quando ancora era nomade, e lo era anche al tempo di Gesù; perciò quella del pastore era una figura molto famigliare alla gente.

Non era semplice fare il pastore: significava trascorrere lunghi periodi in luoghi solitari e impervi, esposti alle intemperie e ai pericoli di predatori (animali o umani), sempre in cerca di un pascolo e di corsi d’acqua (e non era facile in terra di Palestina).

Un lavoro che allontanava dal resto della società, e anche da una vita “dignitosa” dal punto di vista civile e religioso (non potendo partecipare regolarmente agli incontri del sabato in sinagoga, i pastori erano visti come dei miscredenti).

Pastori diventati “famosi”

Eppure grandi personaggi biblici – prima di diventare tali – erano stati pastori: Abramo (cfr Gen 13,2.5), Mosè (cfr Es 3,1), Davide (cfr 1Sam 16,11-13)…

Da questa categoria di gente semplice Dio aveva scelto le guide del Suo popolo. E forse è questo il motivo della predilezione di questa allegoria per descrivere Se stesso:

«Egli rimprovera, corregge, ammaestra
e guida come un pastore il suo gregge»
(Sir 18,13);

«Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri»
(Is 40,11);

«Ascoltate, genti, la parola del Signore,
annunciatela alle isole più lontane e dite:
“Chi ha disperso Israele lo raduna
e lo custodisce come un pastore il suo gregge”»
(Ger 31,10).

Proprio come un pastore guida e conduce il suo gregge con sicurezza e dedizione, così fa Dio col suo popolo.

Quella usata da Gesù non era quindi un’immagine nuova, nemmeno per gli scribi e i sapienti del tempo.

La grande pretesa

Solo che, prendere questa immagine e attribuirsela, equivaleva – appunto – a identificarsi nientepopodimeno che con Dio stesso… un bel problema!

Tanto più che Gesù – contrapponendo se stesso (il buon pastore) ai cattivi pastori (i mercenari) – faceva un chiaro e diretto riferimento a un durissimo testo profetico:

«Dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite…

Perciò, pastori, ascoltate la parola del Signore: Com’è vero ch’io vivo… chiederò loro conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così i pastori non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto.

Perché dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse… Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia» (cfr Ez 34 passim).

Una grande pretesa, quella del Rabbì di Nazareth! Ecco perché faceva tanto imbestialire le autorità religiose del suo tempo!

Bello e buono

L’aggettivo che Gesù “appiccica” al Suo pastore (che la nostra traduzione ha reso con “buono”) in realtà è un vocabolo molto più complesso e ricco di significati: si tratta del termine greco καλός (kalòs), che letteralmente significa “bello”, ma – figurativamente – vuol dire “buono, eccellente”.

Perciò, potremmo riscrivere così l’affermazione di Gesù: «Io sono il vero pastore, quello in gamba, il migliore di tutti».

Non si accontenta di rimarcare la distanza tra sé e i “mestieranti” (interessati solo al guadagno), ma sottolinea una netta differenza di natura sostanziale. Ciò che traccia un solco profondo tra Gesù e i mercenari è che le pecore gli appartengono, sono sue.

Non solo: per Lui le pecore sono così preziose da essere il Suo tesoro, da esser disposto a rischiare la vita per loro, anzi, promettendo fin dall’inizio di volerla donare:

«Il buon pastore dà la propria vita per le pecore… Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita».

Fine della favola

E con questa affermazione si interrompe ogni allegoria e similitudine: quale essere umano, anche se il gregge fosse la sua unica proprietà, sarebbe così coraggioso e avventato da combattere da solo con un lupo (o un branco di lupi)?

Giovane Buon Pastore

La gente deve essere rimasta colpita e disorientata, allo stesso modo di quando Gesù raccontò la parabola della pecorella smarrita:

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?» (Lc 15,4)

La risposta più ovvia – dal punto di vista umano – è «Io no!»

Ma – appunto – Gesù non è solo un pastore: Lui è «il pastore quello bello, il migliore di tutti».

Proprio come canta il salmista del bellissimo Salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla…

Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza».

Non siamo pecoroni

Partendo da questa stupenda dichiarazione di fede in Dio, veniamo a noi: ci piace questa immagine allegorica, oppure facciamo subito quelli che storcono il naso, pensando a ciò che richiama per noi oggi l’immagine delle pecore?

Se c’è una cosa che non piace all’uomo contemporaneo è l’essere considerato un “pecorone”, ovvero uno che non ha personalità e si fa trascinare dagli altri. Questo in teoria… la pratica è ben diversa.

Infatti, se c’è una costante dei nostri giorni è proprio la “massificazione”, l’agire tutti in base alle mode (basterebbe guardare dall’alto il movimento di una delle nostre città: folle che si agitano, si accalcano a orari prefissati e si muovono in maniera caotica, come formiche, attirate da questa o quell’altra pubblicità).

In ogni caso, il modo di pascere del nostro Pastore è proprio l’opposto: non ci sono pecoroni nel suo gregge. Nei versetti precedenti del capitolo, infatti, leggiamo:

«egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome… e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei» (cfr Gv 10,3-5).

Mi vengono in mente i contadini, che – sugli alpeggi delle mie montagne – chiamano davvero ciascuna delle loro mucche con un nome e un richiamo tutto particolare: c’è un affetto, un legame speciale, che solo chi fa quel mestiere conosce.

È una conoscenza unica e particolare, come quella che c’è tra Gesù e il Padre celeste:

«conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre».

Usando questa immagine, Gesù ci vuole assicurare che per Lui non siamo una massa indistinta di persone, di numeri: per Lui siamo unici, ci conosce uno a uno, ci chiama per nome. Per ognuno di noi, questo pastore farebbe follie se dovessimo perderci!

Per me, proprio per me

Per ciascuno di noi – singolarmente – è disposto a rimetterci la vita.

Il dono della Sua vita in Croce Gesù non l’ha fatto per tutti “in generale”, ma per ciascuno di noi personalmente.

Il predicatore C.H. Spurgeon disse una volta:

«La mia teologia completa può essere compressa in queste quattro parole: Gesù morì per me!»

Un po’ quello che aveva già capito l’apostolo Paolo:

«Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tim 1,15).

È un messaggio grandioso! Davvero, non c’è un Pastore più grande di questo; davvero non abbiamo più nulla da temere!

Chiamati, uno ad uno, ma tutti

Proprio sulla scorta di questo chiamarci per nome, uno ad uno, la Chiesa celebra oggi la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.

Su ciascuno di noi Dio ha un progetto tutto particolare: non solo sui preti, le suore, i religiosi. E non solo sui cristiani:

«E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore».

Questo è un rimprovero molto forte per noi, che di fronte all’assottigliarsi del numero dei credenti pensiamo tranquillamente «meglio pochi ma buoni»…

Il nostro cuore deve invece diventare inquieto come quello del Buon Pastore, che non si dà pace finché non abbia condotto tutti ai suoi verdi pascoli, nessuno escluso, nemmeno uno!

Anche questo è rispondere alla vocazione di Dio: ascoltare il Suo cuore e partecipare ai Suoi più grandi desideri, con la nostra vita prima di tutto e poi con la preghiera, perché si realizzi il Suo sogno.

Chi è il nostro pastore?

Infine, dobbiamo assolutamente capire una cosa: nessuno di noi è guida e pastore di se stesso. Se non è il Signore a guidarci come Pastore, senz’altro qualcuno o qualcos’altro prenderà questo posto!

Domandiamoci: Chi mi sta guidando adesso? Chi è il “pastore” della mia vita?

È la moda? L’opinione comune? Il commercio? L’economia? Lo spread? Gli eventi ineluttabili della mia quotidianità?

E dove mi vogliono portare? Senz’altro non ai pascoli della vita!

Speriamo che si compia per ciascuno di noi l’augurio dell’apostolo Pietro:

«Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime»
(1Pt 2,25).