Infedeltà, alture e vitelli

Infedeltà, vitelli e alture
Omelia per sabato 10 febbraio 2024

Letture: 1Re 12,26-32; 13,33-34; Sal 105 (106); Mc 8,1-10

Oggi ci congediamo dalla lettura del Primo Libro dei Re: il brano racconta la degenerazione religiosa operata da Geroboamo, a cui – come abbiamo ascoltato ieri – Dio aveva consegnato le dieci tribù del nord.

Politica e religione

Per timore che i continui pellegrinaggi religiosi verso il tempio di Gerusalemme potessero far ri-affezionare le sue dieci tribù a Roboamo (discendente di Salomone e re di Giuda), Geroboamo escogita stratagemmi pratici che, però, disorientano il popolo.

Per fini politici, vuole tenere sotto controllo la sua gente, e così ripristina e valorizza due santuari più vicini, che erano già venerati prima della costruzione del Tempio.1

Egli non cambia divinità, ma punta a rendere “visibile” il Dio invisibile: all’arca dell’alleanza che era nel tempio di Gerusalemme oppone il giovane toro, simbolo del piedistallo di Jaweh, confondendo però la sensibilità religiosa della sua gente.2

Infedeltà antiche e nuove

A commento di questo brano (che racconta tragicamente come la sete di potere di Geroboamo porti il popolo all’idolatria), il Lezionario propone alcuni versetti del Salmo 106, che mette a confronto in modo impietoso la fedeltà di Dio e l’infedeltà del popolo.

Ripercorrendo le vicende dell’Esodo, il salmista cita il peccato di idolatria del popolo, quando, su incitamento di Aronne, si costruì un vitello d’oro da adorare al posto di Jaweh.3

Geroboamo, di vitelli, ne fa confezionare addirittura due! Insomma: la storia si ripete, anche se per motivi diversi.

Una malizia tremenda…

Pur di non perdere potere, egli mistifica la realtà e plagia la sua gente: rispolvera antichi simboli e santuari, inventa nuovi riti e nuove feste (con relativi funzionari sacri), perché sa che l’uomo non può fare a meno del sacro e di tutto ciò che lo aiuti a esprimere la sua religiosità.

Quella di Geroboamo, però, è una “furbata” molto maliziosa, perché non è solo un inganno politico, ma va a ferire la parte più profonda e intima dell’animo umano, quella del bisogno di infinito.

Quando la religione si mette a servizio della politica, l’infedeltà e l’idolatria sono servite su un piatto d’argento!

…che succede anche oggi

Quante volte è successo nella storia, e quante volte capita anche oggi! C’è un fiorire di “feste” che vanno a sostituire le ricorrenze religiose e le manifestazioni della fede vera e sincera della gente.

Tutto ciò che, delle nostre feste cristiane, ci riportava col cuore al Signore, l’abbiamo eliminato: abbiamo “defenestrato” Dio dal riposo, dalla domenica, dal festeggiare la nascita di una nuova vita, l’inizio della storia d’amore di una coppia, perfino l’ultimo congedo da una persona cara…

Ovvio che, poi, tutto questo vuoto (creato dall’aver tolto di mezzo Dio) lo dobbiamo riempire con altro: regali, ostentazione di ricchezza, cliché

Sono queste le “alture” e i “vitelli” delle nostre moderne infedeltà, che ovviamente ci fanno percepire in modo impietoso tutto il non-senso della nostra esistenza.

  1. Cfr Gen 12,8; Gdc 17 – 18. ↩︎
  2. Il toro era un simbolo ambiguo, essendo lo stesso usato per Baal. ↩︎
  3. Cfr Es 32,1-6: il «vitello d’oro», così chiamato per derisione, è un’immagine di un giovane toro, uno dei simboli divini dell’antico Oriente. Un gruppo rivale a quello di Mosè, o una fazione dissidente, ha voluto avere come simbolo della presenza di Dio una figura di toro invece dell’arca dell’alleanza, ma il testo lascia chiaramente intendere che si tratta pur sempre di Jaweh, che aveva fatto uscire il popolo dall’Egitto. ↩︎