Assomigliami adesso. 7ª Domenica del Tempo Ordinario (C)

Assomigliare a Dio

Non è un’imposizione quella di amare i nemici, ma una supplica accorata del nostro Padre Celeste, che ci chiede di assomigliargli nel suo essere misericordioso|

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102 (103); 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38

In principio Dio creò gli uomini a Sua immagine, secondo la Sua somiglianza (cfr Gen 1,26-27), e disse loro:

«Voi siete dèi,
siete tutti figli dell’Altissimo»
(cfr Sal 82,6).

Ma – fin da quel primo giorno – l’umanità si è impegnata sempre di più a non assomigliargli troppo… Prova ne è il fatto di quanto ci suonano distanti e impossibili le parole di Gesù nel vangelo di oggi:

Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla… e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Insomma: per essere figli di Dio, per assomigliargli, l’unica strada è fare quello che fa Lui: amare in perdita.

Davvero vogliamo assomigliare a Dio?

Essere come Dio è un desiderio insopprimibile fin dai primordi: lo raccontano tante mitologie antiche, e non fa eccezione la Sacra Scrittura (cfr Gen 3,4-6)… Ma appena Dio ci fa vedere “di che pasta è fatto”, subito ci viene voglia di cambiare idea.

Oppure – come è successo in tutte le religioni – si sceglie la via più facile: dipingere Dio come un uomo, né più né meno, così da assomigliargli per forza.

È più facile no? Se non riusciamo a saltare più in alto, abbassiamo l’asticella…

Non è solo l’Olimpo dei Greci ad essere popolato da divinità invidiose e capricciose fin troppo simili agli uomini… anche l’Antico Testamento è pieno di tentativi di descrivere Dio come un uomo semplicemente più “in alto”… tanto che tornano frequenti i rimproveri di Jawhé:

sono Dio e non uomo;
sono il Santo in mezzo a te
(cfr Os 11,9).

Forse credevi che io fossi come te! (cfr Sal 50,21)

i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie
(cfr Is 55,8).

Preferiamo un “dio” che ci assomigli

Anche oggi siamo continuamente in cerca di un “dio” che la pensi come noi, che risolva tutte le questioni in modo potente e violento: di fronte alle ingiustizie del mondo, il nostro modo di pregare è veramente simile a quello dei giudei sotto la croce:

«Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!» (Mt 27,39).

Davanti a un Gesù che ci parla di sofferenza e croce, siamo anche noi come san Pietro:

«Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (cfr Mt 16,21-22).

Siccome non vogliamo farci mettere i piedi in testa, vogliamo che anche Dio sia così: uno che «non la fa passare franca» a nessuno, altro che perdono!

Pedofili, stupratori, evasori, guerrafondai? Devono bruciare all’inferno! E siccome questo non succede mai, ce la prendiamo col Signore, lamentandoci che è troppo buono.

«Io perdono, ma non dimentico»

E così – da “bravi cristiani” – di fronte alle richieste evangeliche, siamo subito pronti a tirar fuori i nostri adattamenti:

«buono sì, ma mica fesso! Se no – poi – se ne approfittano!»

Il nostro è un “perdono a condizione”, col “contatore”, ancora una volta come quello dell’apostolo Pietro:

«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (cfr Mt 18,21)

Vogliamo rendere tutto “più umano”, non capendo che così ci sminuiamo rispetto a quello che siamo e che siamo chiamati ad essere veramente.

Aquile che si credono polli

Siamo uomini, creature divine, ma ci ostiniamo a “regredire” allo stadio animale, a farci guidare dai nostri istinti. Gli esempi di Gesù rimproverano proprio questo:

Se amate quelli che vi amano… se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi… E se prestate a coloro da cui sperate ricevere… cosa fate di straordinario?

Anche il cagnolino scodinzola gioioso a chi gli dà un biscotto e ringhia mostrando i denti a chi gli dà un calcio, no?

Quando ci accontentiamo di “agire naturalmente”, mossi solo dall’istinto, siamo come quell’aquila che si credeva un pollo

Amare i nemici è possibile

Di fronte alla sublimità della pagina di oggi, il rischio – come sempre – è pensare che essa sia utopia, un modello irrealizzabile, tutt’al più destinato a pochissimi grandi uomini, che nella storia si contano sulle dita di una mano.

Eppure la Parola di Dio cerca di farci capire che non è così.

È vero: amare il nemico non è spontaneo, e sembra disumano, ma è una cosa di cui siamo capaci se ne capiamo le ragioni e l’origine.

Nella prima lettura Davide ha la possibilità di sbarazzarsi di Saul, che lo perseguita ingiustamente, per gelosia, e ha cercato più volte di ucciderlo, eppure non lo fa… perché? Solo per uno slancio di magnanimità?

No, il motivo è un altro: Davide è capace di vedere in Saul non solo il suo nemico, ma – anzitutto – il «consacrato del Signore», un uomo che – nonostante tutto – sta a cuore a Dio.

Quando Gesù ci chiede di amare i nostri nemici, non ci dice «dovete per forza», come un’imposizione, ma ci mette di fronte – come motivo – il fatto che l’Altissimo «è benevolo verso gli ingrati e i malvagi».

Perché Dio è benevolo con i malvagi? Non certo perché è un “bonaccione”, ma perché tutti gli uomini sono Suoi figli. E nessun padre potrà mai odiare il proprio figlio, nemmeno dopo il più grande sgarbo (quando penso a questa cosa mi viene sempre in mente il coraggio dell’ingegner Francesco De Nardo, padre di Erika, la coautrice del terribile delitto di Novi Ligure).

Amare i nemici in quanto amati da Dio

Il motivo per cui siamo chiamati ad amare anche i nemici è che essi sono figli di Dio, e quindi nostri fratelli.

Fino a quando non riusciremo a capire questa cosa, la pagina di oggi rimarrà sempre qualcosa di impossibile, e il vangelo non sarà affatto una “buona notizia”, ma una pesante imposizione che continueremo a masticare amaramente.

Il brano di oggi inizia con queste parole:

«A voi che ascoltate, io dico…»

I destinatari sono gli stessi soggetti dei versetti precedenti (cfr il vangelo di domenica scorsa), a cui Gesù aveva detto:

«Beati voi, poveri…
Beati voi, che ora avete fame…
Beati voi, che ora piangete…
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno…»

Il motivo della felicità e della beatitudine non è certo la povertà, la fame, la tristezza, l’odio altrui… ma la coscienza di essere figli amati da Dio.

Se ci sentiamo figli amati da Dio, possiamo entrare dentro un’ottica totalmente diversa: vedere i nostri nemici come persone che si possono amare, perché Qualcuno a noi caro le ama…

Trasformare i nemici in amici

Un giorno qualcuno criticò Abramo Lincoln per essere troppo indulgente verso i suoi nemici e gli ricordò che era suo dovere, come presidente degli Stati Uniti, distruggere i nemici. Egli rispose:

«Non distruggo forse i miei nemici quando li trasformo in amici?»

Dobbiamo smetterla di guardare le persone come “avversari”, col solito “mantra” del «fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio».

Già questo ci rende impossibile guardare con simpatia a qualsiasi creatura che non ci abbia dato più di una prova di affidabilità, figuriamoci a chi ci avesse fatto un torto!

L’amore vero rende liberi

L’amore verso i nemici è l’unico amore vero, non tanto perché è insensato, e nemmeno perché è totalmente gratuito, ma prima di tutto perché è un amore “liberante”, ovvero: un atteggiamento che consente alle persone di porsi davanti a noi per quello che sono, e non per quello che noi vorremmo che fossero.

La prima forma di amore verso gli altri è riconoscere loro il diritto ad esistere di fronte a noi anche se non la pensano come noi o non ci capiscono; è lasciarli liberi di essere se stessi.

Viviamo dentro un mondo malato, dove per accettare e farsi accettare bisogna uniformarsi a degli schemi ben precisi e rispondere a certe regole; un mondo dove – appunto – per farsi rispettare e farsi “amare” bisogna adeguarsi ad ogni compromesso…

La cosa ci dà fastidio quando la subiamo noi, in prima persona, ma – stranamente – la facciamo diventare regola per “selezionare” i nostri “amici”…

Siamo sinceri: noi non cerchiamo amici, ma ammiratori, schiavi dipendenti dal nostro io.

Da Adamo a Cristo

Per imparare ad amare anche i nemici abbiamo bisogno di una vera conversione; è la “trasformazione” (da semplici “animali” a persone) di cui parla Paolo nella seconda lettura, ricordando la Creazione (cfr Gen 2,7):

il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo…
E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.

Se vogliamo assomigliare veramente a Dio non c’è altra strada che questa: crescere nell’amore, per passare dall’essere “semplici” creature (che hanno ancora molto in comune col resto del genere animale) all’essere veri figli di Dio, secondo il modello del Figlio unigenito, Cristo, il nuovo Adamo.

L’amore che ci propone Gesù non si ferma al livello terreno, naturale, istintivo, ma chiede un “di più”.

Di fronte a questo “di più” provo anzitutto lo smarrimento per i miei tanti “di meno”: il mio chiudermi “a riccio” davanti ai problemi, alle sofferenze, il mio assuefarmi al male del mondo (e anche a quello che c’è nel mio cuore), il mio non sapere amare, le mie pretese… E mi chiedo: ma è possibile amare così?

La risposta che mi è venuta, nel silenzio della preghiera, è «sì», perché l’uomo nuovo Gesù ce l’ha mostrato concretamente.

Egli non si limitato a dirci di amare i nemici, ma ce ne ha anche dato l’esempio, morendo per noi che eravamo suoi nemici (cfr Rm 5,7-8); non ci ha solo chiesto di benedire chi ci maledice, di pregare per chi ci maltratta, ma Egli stesso ha perdonato coloro che lo mettevano in croce, affidandoli al Padre (cfr Lc 23,34).

Non è un comando, ma una supplica

La pagina evangelica di oggi (che ci chiede di amare i nemici) non è un comandamento, un’imposizione, ma una supplica tenera e accorata del nostro Padre Celeste, che ci chiede di assomigliargli anche solo un po’, come il Suo Figlio Gesù ha fatto.

Mi piace perciò terminare questa riflessione lasciandovi una canzone stupenda di Biagio Antonacci (che ho avuto l’onore di conoscere personalmente quando ero a Rozzano), immaginando che sia Dio stesso a cantarcela: si intitola Assomigliami.

Vi faccio notare – in particolare – le parole che chiudono il ritornello:

Arriverà l’amore
il primo gioco che non vincerai

…come a ricordarci che in questo “gioco” non ci sono vincitori e vinti, amici e nemici, ma si “vince” soltanto arrendendosi all’Amore infinito di Dio, e lasciando che esso scorra attraverso il nostro cuore verso quello di tutti gli uomini, che siano capaci o meno di amarci.