32a Domenica del Tempo Ordinario

2Mac 7,1-2.9-14Sal 172Ts 2,16-3,5Lc 20,27-38

Gesù è ormai arrivato alla meta del suo lungo viaggio, e noi con Lui. Ci eravamo incamminati alla fine di giugno (v. 13a Domenica del Tempo ordinario), ma siamo giunti – finalmente – a Gerusalemme.

Qui Gesù incontra i vari gruppi religiosi della Città Santa e si confronta con loro.

Siamo seri!

I sadducèi erano i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, e non credevano alla risurrezione. Il loro unico punto di riferimento era la Torah (quello che per noi è il Pentateuco). Non accettavano alcun altro testo biblico.

Essi vanno da Gesù per prenderlo in giro e gli raccontano una sorta di barzelletta, pensando di metterlo in difficoltà.

A volte siamo così anche noi: scherziamo sulle cose più serie, proprio quelle che più ci mettono in difficoltà (come il pensiero della morte e dell’aldilà), forse per esorcizzare la paura…

Come sempre Gesù non se la prende. Anzi, prende l’argomento su serio e aiuta anche l’interlocutore più disonesto ad alzare lo sguardo verso il cielo, verso Dio.

E istruisce i sadducèi aiutandoli a leggere meglio proprio i testi ai quali erano così affezionati («Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè»).

In cosa crediamo?

Molti cristiani hanno dubbi sulla risurrezione. E questo è un problema serio: san Paolo si straccerebbe le vesti (basti leggere questa “sgridata” ai Corinzi, che avevano proprio gli stessi dubbi)!

Ma anche quelli che credono nella risurrezione (o che – comunque – ammettono anche solo che «qualcosa ci deve pur essere dopo la morte») fanno il grosso errore di proiettare nell’aldilà ciò che si vive su questa terra. Come se il Paradiso fosse semplicemente la somma di tutte le cose che ci piacciono e ci fanno stare bene, e la sottrazione di tutto ciò che ci fa soffrire.

Risultato? A noi basta che nella vita eterna ci siano i nostri cari e i nostri amici: quelle quattro-cinque persone che mi fanno stare bene e sentire “a casa”… Di tutto il resto non ci interessa poi un granché. Potrebbe – al limite – non esserci nemmeno il Padre Eterno!

Sto esagerando? Non credo. Facciamoci un serio esame di coscienza e proviamo ad andare con la mente alle volte in cui abbiamo esclamato «questo è il paradiso!»… c’era forse Dio in quella visione? O solo un miraggio dell’avverarsi dei nostri sogni?

Basta pensare a quanto spazio hanno i nostri cari defunti nelle nostre preghiere e nei nostri pensieri. Lo dico spesso: noi cristiani preghiamo, in ordine:

  1. i nostri defunti
  2. la Madonna
  3. i Santi
  4. (alla fine, ogni tanto, forse, se ci ricordiamo…) il Signore

Sotto sotto siamo tutti un po’ “idolatri”, perché il nostro cuore non cerca Dio, ma i propri affetti. Ecco il senso di quelle parole forti di rimprovero che Gesù ci diceva diverse domeniche fa: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre… non può essere mio discepolo».

Solo mettendo Dio al primo posto anche gli altri amori diventano sinceri, disinteressati, gratuiti, sensati… Se siamo sinceri – però – ci rendiamo conto che non è la vita con Dio che desideriamo, ma solo la prosecuzione in eterno di quello che ci fa stare bene. Siamo ancora legati alla logica del “mio”.

Vita mutatur, non tollitur *

Attenti bene: Gesù non ci sta dicendo che nell’aldilà verrà raso al suolo tutto quello che abbiamo costruito in questa vita. Ma tutto sarà trasfigurato e spogliato della sua fragilità. Davvero l’amore umano sarà elevato al modo di Amare di Dio, che non fa torti, preferenze, sotterfugi… un amore non basato sulle invidie e le gelosie.

Per assurdo, se pure dovesse esserci una moglie di sette mariti, non si porrebbero problemi! Ma – in ogni caso – Gesù ci dice che:

«…quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

Per quanto l’istituzione sociale della famiglia umana possa sembrarci qualcosa di bello, per quanto – per noi credenti – sia sicuramente una “invenzione di Dio”, Gesù ci assicura che il Padre Celeste ha in mente qualcosa di ancora più grandioso.

La risurrezione e la vita eterna non saranno un semplice “aggiustamento di questa vita”, ma una “nuova creazione”. Ascoltiamo il grido di gioia dell’Agnello alla fine dell’Apocalisse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

La vita da figli di Dio sarà caratterizzata da un Amore inclusivo (dove cioè ci possono stare dentro tutti e dove anche noi vorremo che ci siano dentro tutti), non esclusivo (come gli “amori” che costruiamo su questa terra, caratterizzati – invece – dal restringere il più possibile la cerchia di chi ci sta a cuore e considerare tutti gli altri dei nemici, delle minacce).

Cominciamo subito

Bene: se così sarà, e se vorremo essere «giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti» non è il caso di cominciare a guardare le cose in questa prospettiva fin da subito? Di allargare i nostri orizzonti? Di vivere “con un piede già in cielo”?

Un po’ come ci consiglia l’apostolo Paolo, prima esortandoci così:

«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2).

e poi, dandoci questi consigli pratici:

«Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!» (1Cor 7,29-31)