Dio cerca casa?

4ª Domenica di Avvento (B)

Dio cerca casa?

2Sam 7,1-5.8-12.14.16Sal 89Rm 16,25-27Lc 1,26-38

Arrivati alla quarta domenica di Avvento ci troviamo ancora una volta a Nazareth, in casa di Maria, e riascoltiamo la pagina dell’Annunciazione, che abbiamo già meditato il giorno dell’Immacolata.

Ci verrebbe da dire: «ancora? Ma non hanno un po’ di fantasia questi liturgisti?»

Una pagina sempre nuova

Siamo sinceri: se quando la leggiamo ci mettessimo nei panni di Maria, sarebbe ogni volta una nuova storia. Chi di noi potrebbe dire di essere e sentirsi esattamente come l’8 dicembre scorso? Io no.

Cosa risponderei – oggi, adesso – al Signore che mi chiede di mettermi a Sua disposizione? Sarei pronto ad accogliere le Sue proposte? Di che umore sarei?

Ma non è principalmente per contemplare Maria che la liturgia di oggi ci propone nuovamente questa pagina, o – almeno – non primariamente.

Una prospettiva diversa

Oggi il brano dell’Annunciazione è da leggere come specchio della prima lettura.

Quella che l’arcangelo Gabriele illustra a Maria è la realizzazione delle promesse fatte dal Signore al re Davide mille anni prima:

«Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

Infatti, a Maria, l’angelo dice:

«Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Chi e cosa stiamo attendendo?

Oggi Maria ci invita a non guardare lei, ma a fissare – assieme a lei – il nostro sguardo su Colui che sta per venire, e che anche noi ci stiamo preparando ad accogliere.

I due testi appena citati ci fanno riflettere su chi è Colui che il mondo intero attende. Quel Dio che noi vestiremo nuovamente da bambinello nei nostri Presepi, è in realtà

«il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori» (cfr 1Tim 6,14-16).

Ricordiamoci sempre, come dicevo fin dall’inizio dell’Avvento, che non ci stiamo preparando solo alla festa del Natale, “facendo finta” che Gesù debba ancora nascere… Ci stiamo preparando all’incontro con Cristo Signore, che avviene nella nostra vita di ogni giorno e sarà definitivo alla fine dei tempi!

Non è una cosa scontata: se siamo sinceri dobbiamo ammettere che siamo adulti solo anagraficamente, ma abbiamo ancora una fede da bambini (nel senso deteriore del termine, ovvero: non siamo cresciuti e non abbiamo approfondito un granché la nostra conoscenza di Dio).

Ci prepariamo al Natale con tante lucine e ninna-nanne, come da piccoli, dimenticandoci che il Signore è già nato nella storia, una volta per sempre, e noi ora lo stiamo attendendo perché torni non come “Gesù-bambino”, ma come Re glorioso, e prenda in mano le sorti del mondo, per ricapitolare tutto in sé.

Se no, cosa la ripetiamo a fare ogni volta l’invocazione «venga il tuo regno»?

Una casa tutta per Dio…

Torniamo alla prima lettura:

«Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: “Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda”…»

Come se dicesse: «devo trovare una sistemazione anche al Signore…»

Sembriamo noi quando – sotto le Feste – ci mettiamo all’opera: andiamo in soffitta a cercare lo scatolone del Presepio, e chiamiamo a raccolta i nostri figli per prepararlo assieme.

Tutto molto bello! Meno male che almeno una volta l’anno riusciamo a dedicare del tempo per fare qualcosa con loro!

Ma… non ci accorgiamo che – nello scegliere l’angolo in cui approntare il Presepe – stiamo replicando plasticamente quello che in realtà facciamo ogni giorno?

Cerchiamo un posto “sistemare” il Signore, dove “parcheggiarlo” giusto per quei giorni delle festività in cui «è tradizione», per poi rimetterlo in soffitta dopo l’Epifania, fino al prossimo Natale.

Quanti di noi hanno nella propria casa (normalmente, stabilmente e per tutto l’anno) un “angolino” dedicato al Signore? Un crocifisso, un mobiletto con sopra una Bibbia e una candela accesa… Pochi mi sa.

Anche noi come il re Davide, cerchiamo di “sistemare” Dio in un posto comodo, ma che – possibilmente – sia fuori da casa nostra.

Quella del costruire chiese e templi magnifici è stata (e sempre sarà) l’usanza di tutti i tempi e di tutte le religioni.

Si costruiscono luoghi sacri, “deputati” all’incontro con Dio, definendo – allo stesso tempo – tutto il resto come “profano”, ovvero, qualcosa con cui Dio non c’entra nulla (e non deve mettere piede).

Dio vuole abitare con noi

Ascoltiamo il rimprovero del Signore a Davide, e facciamolo nostro:

«Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato…
Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti… Il Signore ti annuncia che farà a te una casa».

L’uomo pensa di poter “inscatolare” Dio, di poterlo prendere, spostare e mettere dove vuole, a proprio piacimento, per poterne disporne quando ne ha bisogno e riporlo in un angolo quando «non gli serve»…

Come Davide, anche noi dimentichiamo che se esistiamo è solo perché il Signore ci ha creati e ha fatto per noi questa “casa” che è il mondo, e ci ha preparato tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Dimentichiamo che il desiderio del Signore è stare con noi, avere a che fare con noi, e non come un ospite di passaggio, ma «uno di casa».

Pensiamo di essere noi a dover fare qualcosa per il Signore, senza ricordare che è Lui – invece – ad aver già fatto tutto per noi. Giova leggere (e pregare) il Salmo 127:

«Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori…
Invano vi alzate di buon mattino
e tardi andate a riposare,
voi che mangiate un pane di fatica:
al suo prediletto egli lo darà nel sonno».

Accogliere Dio nella nostra casa

Ecco – allora – che ci viene in soccorso Maria: lei non ha pensato né preteso di preparare chissà quale casa al Signore, perché era perfettamente conscia di non avere nulla di suo da dargli.

Nel chiedere spiegazioni a Gabriele – infatti – dice:

«Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?»

Non è solo un modo per sottolineare che non si è ancora sposata, ma per dire una condizione che – nella cultura ebraica del tempo – era l’equivalente di «essere ancora un nulla» (una donna non ancora maritata e che non aveva mai messo al mondo figli valeva poco più di niente).

È come se Maria chiedesse: «come farai con me, Signore, che non ho nulla da offrirti?»

Proprio l’esatto contrario di Davide, che – nel suo orgoglio di re – credeva di poter fare qualcosa per il Signore.

Quello che oggi ci insegna Maria – a pochi giorni dal Natale – è l’atteggiamento più consono per metterci in attesa di Dio: l’umiltà del riconoscere che non abbiamo nulla da offrirgli se non il nostro “grembo” ancora vuoto e sterile, e accettare che – se qualcosa potrà essere generato in noi – sarà solo frutto della Sua grazia e della Sua misericordia.

Siamo invitati a farci “casa” per Dio, accettando che a costruire questa “casa” sia Lui stesso, lasciandoci plasmare con docilità, dicendogli anche noi, con Maria:

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

Smettiamola di ritagliargli solo dei miseri “angolini”, e diciamogli: «vieni, Signore! Qui sei a casa Tua».