Ascensione del Signore

At 1,1-11; Sal 47; Eb 9,24-28;10,19-23; Lc 24,46-53

I discepoli erano proprio uomini come noi, sempre un po’ “fuori posto”.

Mi riferisco al loro fare spesso domande fuori luogo.

Basta leggere l’inizio del capitolo 14 del vangelo di Giovanni, per farci un’idea: prima Tommaso che domanda «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». E poi Filippo: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!».

Ma sono domande, che – rivelando la fatica degli apostoli ad entrare nel “mondo” e nel cuore di Gesù, ci delineano non solo la nostra stessa fatica a credere, ma ci hanno ottenuto pure le risposte e le istruzioni più illuminanti del Maestro. Con Tommaso e Filippo, infatti, ci siamo guadagnati ben due delle più grandi affermazioni cristologiche:

«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

«Chi ha visto me, ha visto il Padre».

Ma torniamo alla domanda “fuori luogo” di questa solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo.

La troviamo nella prima lettura: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?».

La curiosità (in particolare quella nei confronti del futuro) non era un difetto solo dei nostri cari discepoli. È un atteggiamento costante dell’essere umano, e – in realtà – è ciò che lo mantiene vivo, in una costante tensione verso il mistero che lo chiama a continuare il suo cammino, senza mai fermarsi, senza perdere la speranza.

Ma la curiosità sulla “fine dei tempi” (quella che l’uomo contemporaneo chiama – banalmente – la “fine del mondo”) è sempre stata un “pallino” dell’umanità, ed era tipica anche di alcune frange del mondo giudaico:

I farisei gli domandarono: «Quando verrà il regno di Dio?» (Lc 17,20)

I primi cristiani parlavano spesso della parusìa, la seconda e definitiva venuta di Cristo, tanto che Paolo si trova spesso a dover “calmare gli animi” dando spiegazioni e interpretazioni con toni  di volta in volta diversi, a seconda della situazione che la Chiesa e l’Apostolo stesso si trovano a vivere (consiglio vivamente di leggere la catechesi su San Paolo tenuta da Benedetto XVI all’Udienza Generale del 12 novembre 2008, intitolata «Escatologia: l’attesa della parusia»).

E ci siamo dentro anche noi, con modalità più o meno superstiziose.

Ma puntare lo sguardo sul futuro in questo modo è sbagliato.

Rendere ossessiva la curiosità su come e quando sarà la “fine del mondo” è una “spia d’emergenza” che ci segnala che stanno vacillando la nostra fede e la nostra speranza cristiana, che il nostro fondamento sicuro, Cristo, rischia di essere scalzato da teorie fantasiose come quelle del Medioevo (il famoso «mille e non più mille») o quelle più moderne del Calendario dei Maya.

Perciò anche la domanda “fuori luogo” dei discepoli il giorno dell’Ascensione ci è davvero necessaria, perché ci ottiene un’altrettanto fondamentale risposta di Gesù, che è l’orientamento per tutta la vita del cristiano.

La prima parte della risposta non è certamente un altro modo garbato di dire «la cosa non vi riguarda». Gesù – rispondendo – dice ai suoi discepoli che quei «tempi o momenti il Padre li ha riservati al suo potere»: è – perciò – l’assicurazione che «Dio sa quello che sta facendo», che la storia e il mondo sono saldamente nelle sue mani, e perciò l’uomo non ha di che preoccuparsi.

Ciò è profondamente consolante: il credente dovrebbe continuare a ripetere (e a ripetersi): «non temere! siamo in buone mani!» (qui voglio invece invitare tutti – specialmente il nostro Coretto – ad ascoltare e imparare il bellissimo canto di M. Giombini “È un tetto la mano di Dio”)

La seconda parte della risposta invece è una sorta di programma di vita del discepolo: «riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni…».

Quello che segue alla Pentecoste (la solennità che vivremo domenica prossima) è il “Tempo della Chiesa”, quello che noi Battezzati e Confermati siamo chiamati a vivere ogni giorno, «nell’attesa della Sua venuta».  Anche a noi gli angeli che quel giorno “richiamarono all’ordine” gli apostoli continuano a ripetere un sottile ma costante e sollecito rimprovero:

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11)

che vuol dire: non potete perdere tempo a vivere nell’ansia del chiedervi quando tornerà il Signore, quando sarà la fine del mondo (o la fine della vostra vita – che poi, fondamentalmente, è lo stesso)… voi intanto non dovete preoccuparvi di nulla, perché Dio sa quel che sta facendo: a voi adesso è dato il compito di portare avanti la crescita del Suo Regno, lasciando agire in voi lo Spirito Santo che avete ricevuto, e che vi darà la forza e il coraggio di essere testimoni, fino ai confini della terra, fino al giorno del Suo ritorno.