Figlio mio, figlio mio!

Figlio mio!
Omelia per martedì 30 gennaio 2024

Letture: 2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4; Sal 85 (86); Mc 5,21-43

Anche il brano del Secondo Libro di Samuele proposto dalla Liturgia di oggi è una pagina straziante, che presenta il dolore disperato di un padre per la morte del figlio.

Un contesto tragico

Il tutto è reso ancora più tragico dal contesto: il padre che piange, infatti, è Davide, ma il figlio è Assalonne, che da anni stava cercando di usurpargli il regno e di ucciderlo!

Pragmatismo o sentimento?

In una situazione come questa si possono assumere due posizioni diverse:

  1. quella pragmatica e spietata di Ioab (comandante dell’esercito di Davide), che non pensa ad altro che a risolvere il problema alla radice, eliminando l’usurpatore;
  2. quella di Davide, che cerca di difendersi ma non riesce a smettere di amare chi lo perseguita, perché rimane pur sempre suo figlio.

Si ripropone, come per l’episodio meditato ieri, il confronto tra l’atteggiamento mite e umile di Davide verso chi lo insultava, e quello stizzito, irato e vendicativo di Abisài, figlio di Seruià.

Pietà o vendetta?

Anche per questo brano, il mio consiglio è di leggere con calma tutto il racconto per intero (senza i tagli operati dal Lezionario), perché si trovano messe a confronto, con ancora più dettagli, le sfaccettature di questi due opposti atteggiamenti:

  1. Davide che ordina ai suoi comandanti «Trattatemi con riguardo il giovane Assalonne!» (cfr 2Sam 18,5);
  2. Ioab che si infastidisce con un soldato che ha risparmiato Assalonne e va ad ucciderlo personalmente (cfr 2Sam 18,10-17).

Davide immagine di Dio

La Scrittura ci invita chiaramente a entrare nel cuore di Davide, assumendo i suoi stessi sentimenti e scacciando da noi quelli istintivi (ma disumani) di Ioab.

Per noi cristiani, poi, questo racconto non è solo un fatto storico, ma una sorta di una “profezia”, perché – nella vicenda di Davide – ci fa intravedere come sta il cuore di Dio quando ci allontaniamo da Lui distruggendo noi stessi con il peccato.

Tutti noi siamo figli di Dio, e tutti – nessuno escluso – ci comportiamo con Lui come Assalonne fece con Davide: siamo figli ingrati che vogliono usurpare il Suo Regno.

E Dio – come Davide – soffre per il male che facciamo (a Lui e ai nostri fratelli), ma non potrà mai volgersi contro di noi con atteggiamenti da “giustiziere” vendicativo, perché rimaniamo pur sempre Suoi figli.

Figlio mio, fossi morto io!

Anche Dio, quando noi ricorriamo alla vendetta, ai giudizi e alle azioni sommarie, piange e urla come Davide: «figlio mio! Fossi morto io invece di te, figlio mio!»

Ed ecco la profezia compiuta: quell’urlo è ciò che – alla fine – ha scelto di fare salendo sulla croce: per vincere la nostra cattiveria è morto Lui al posto di noi peccatori.

Mettersi nei panni di Dio

Perciò, ribadisco qui quello che consiglio in confessionale: quando qualcuno dei nostri fratelli ci fa del male, smettiamola di pensarci nel giusto e invocare la giustizia divina, invitando Dio a punirlo e a vendicarci.

Mettiamoci nei Suoi panni di Padre, e guardiamo i nostri nemici come Suoi figli e nostri fratelli.

Per ognuno dei Suoi figli, anche per il più incallito dei peccatori, Dio viene scosso da un fremito, e non smette di piangere, pieno di dolore:

«Figlio mio, figlio mio! Fossi morto io invece di te, figlio mio!»