Guardare ma non toccare

Non toccare
Omelia per lunedì 5 febbraio 2024

Letture: 1Re 8,1-7.9-13; Sal 131 (132); Mc 6,53-56

Ci siamo lasciati sabato scorso con il sogno di Salomone che chiede in dono a Dio un cuore docile, capace di ascoltare.

Le puntate mancanti

Riprendendo la lettura del Primo Libro dei Re, come sempre, il Lezionario fa un bel salto, tralasciando di farci ascoltare i “frutti” di questa richiesta esaudita dal Signore:

  • anzitutto la sapienza e la capacità di giudizio di Salomone (cfr 1Re 3,16-28; 1Re 5,9-14);
  • poi, l’aggiunta di quanto – pur non domandato – viene concesso da Dio;1 infatti, dal capitolo successivo, sono elencati i numerosi funzionari di corte ed è descritta la ricchezza del regno e dei possedimenti di Salomone (cfr 1Re 4,1 – 5,8).

Da metà del quinto capitolo alla fine del settimo si descrivono i preparativi e la costruzione del Tempio e di tutti gli arredi sacri (cfr 1Re 5,15 – 7,51).

Dalle tende alle case

La pagina che ascoltiamo oggi narra del trasporto dell’arca dell’alleanza nella sua collocazione definitiva: il Santo dei Santi, nella parte più interna del Tempio appena costruito.

È un momento importante per la storia di Israele: il raggiungimento della stabilità dopo il lungo cammino cominciato con l’Esodo.

Si conclude gloriosamente una lunga fase segnata dalla provvisorietà di una vita nomade che aveva caratterizzato l’esperienza del popolo per secoli.

E così, anche Dio, da “nomade” che abita sotto una tenda, si stabilisce in una casa in mezzo al Suo popolo.

Incontenibile

Ho già spiegato qualche giorno fa che questo passaggio è “rischioso” e delicato, in quanto c’è la tentazione di “inscatolare” il mistero di Dio in un luogo ben preciso, delimitando il Suo spazio sacro e definendo tutto il resto come “profano”, ovvero: non di Sua competenza…

Salomone sembra convinto che Dio abbia accettato la “sistemazione” che gli ha preparato:

«Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura.
Ho voluto costruirti una casa eccelsa,
un luogo per la tua dimora in eterno».

Ma rimane pur sempre vero che la presenza dell’Altissimo non è circoscrivibile né contenibile; infatti, qualche versetto prima il testo annota che

la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore.

Un mistero che si può toccare

Tutto il racconto lascia trasparire un grande alone di mistero, che dipinge Dio come qualcosa di non misurabile né tangibile, perché la Sua gloria appare come una nube, la stessa nube-colonna di fuoco (luminosa e oscura allo stesso tempo) che guidò il popolo durante il cammino dell’Esodo (cfr Es 13,21-22; Es 14,20.24).

È l’esperienza di un Dio che si sente, di cui si vede qualcosa ma che… non si può toccare.

Per contrasto, il brano di vangelo ci presenta un Dio che – in Gesù – non solo si fa visibile e vicino, ma anche toccabile:

là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Toccatemi!

Grazie al cielo, il nostro è un Dio in carne e ossa, che si può toccare e sperimentare nel quotidiano: non è relegato in qualche posto misterioso e non appare sotto forme spaventose e respingenti.

L’assurdo è che oggi sembra di essere tornati indietro: molti cristiani vanno in cerca di forme sempre più orfiche e misteriche di religione, attaccandosi ai riti antichi, al latino, all’incenso, a liturgie pompose, e rifuggono dalla vita e dalla presenza reale di Dio che si fa carne nei fratelli, soprattutto nei più poveri e sofferenti.

Oggi il Signore Gesù, è costretto a implorarci di toccare la Sua carne, come il giorno di Pasqua ai Suoi discepoli che credevano di vedere un fantasma (cfr Lc 24,39).

  1. «Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita» (1Re 3,13). ↩︎