Oltre i pregiudizi. 14ª Domenica del Tempo Ordinario (B)

Oltre i pregiudizi

Il Vangelo del Regno non si fa abbattere dai pregiudizi e dalle cattiverie. Impariamo da Gesù a non perdere tempo dietro alle maldicenze!|

Ez 2,2-5; Sal 123; 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

Se c’è una cosa che ci fa imbestialire è che qualcuno ci interrompa mentre stiamo parlando, magari dicendo «ho capito dove vuoi arrivare».

Un po’ come quando – da bambini – cercavamo di raccontare una barzelletta e un compagno saltava su a urlare «la so, la so!» e rovinava la suspense, rivelando anzitempo il finale.

Marco annota che Gesù aveva appena cominciato ad insegnare nella sinagoga e i suoi compaesani – invece di ascoltare quello che diceva – si erano messi subito a questionare.

Io mi sarei arrabbiato nero!

Ma c’era ben altro di cui arrabbiarsi che non l’essere interrotto a metà…

Pregiudizi

«Come fa a parlare così “istruito” quello lì? Sappiamo bene chi è, e da che famiglia viene!»

Stupore, contrarietà e scandalo, addirittura! Perché?

Perché il “contenuto” non corrispondeva al “contenitore”: un artigiano non poteva mica “masticare” la Bibbia! Bisognava “aver studiato” per parlare così!

E – se proprio bisognava ascoltare qualcuno nel loro paesino sperduto della Galilea – di sicuro non era lui quello più adatto!

Di Gesù pensavano di sapere già tutto quel che c’era da sapere: mestiere, ceto sociale, origini, parentele…

«L’artigiano»

«Non è costui il falegname?»

La traduzione attuale riporta “falegname”, ma – letteralmente – sarebbe “l’artigiano”.

In questa domanda non c’è solo l’indicazione del mestiere di Gesù, ma un giudizio sociale: secondo alcuni biblisti, quello dell’artigiano era il ripiego di chi non possedeva terreni da coltivare (o bestie da allevare) e che – perciò – diventava il tuttofare della comunità.

«Il figlio di Maria»

«Non è costui… il figlio di Maria?»

Qui il giudizio diventa anche peggiore: di ordine morale.

Nella cultura ebraica il “cognome” di una persona veniva creato con la locuzione “figlio di” (in ebraico bar) e l’aggiunta del nome del padre (lo si constata chiaramente in Mc 10,46: «il figlio di Timeo, Bartimeo»).

Mentre Matteo e Luca citano Giuseppe come padre (cfr Mt 13,55 e Lc 4,22), Marco riporta una domanda più dura, che nasconde un’allusione esplicita, maliziosa.

«Joshua bar Joseph» dovevano essere nome e cognome ufficiali di Gesù… definirlo – invece – «il figlio di Maria» era come sottolineare il fatto che girasse più di una voce sulla reale paternità di Giuseppe (e sui comportamenti di Maria): «Mater semper certa, pater nunquam».

Preconcetti

Siamo così anche noi, no? Abilissimi a stilare “carte d’identità” di chiunque, sempre pronti ad emettere “scontrini fiscali” e “schede biografiche” di tutti e di ciascuno, come degli esperti catalogatori di “casi umani”.

Se si conosce qualcuno anche solo di vista, lo si “misura” da come si veste, dalla macchina che guida, dal lavoro fa, dalla sua famiglia («tale padre, tale figlio»).

Se invece è un semplice passante lo si “incasella” a partire dalla fisionomia (manco fossimo dei moderni Lombroso!), dal portamento, dal gesticolare, dalla tonalità della voce…

Quante chiusure mentali ci guidano! Quante occasioni di incontri sinceri e nuove amicizie perdiamo, semplicemente perché ci facciamo condizionare dalle impressioni, dai cliché, e dai giudizi affrettati!

La macchina del fango

E se i fatti ci sconfessano, dimostrando che ci eravamo sbagliati, che ci eravamo fatti trarre in inganno dai nostri pregiudizi, rimaniamo confusi, indispettiti, «scandalizzati», come i Nazaretani, appunto.

Non riusciamo ad accettare di aver preso una cantonata, ad ammettere che l’apparenza inganna, che l’abito non fa il monaco.

Perciò puntiamo sul creare discredito, cercando (o inventando) “scheletri nell’armadio”, infangando le persone che avevamo giudicato male.

Solo nei nostri confronti non accettiamo giudizi sommari e affrettati: chissà come mai…

In quanto cristiani, dovremmo attaccare sulla testiera del nostro letto l’ammonimento di Gesù:

«Non giudicate, per non essere giudicati…» (cfr Mt 7,1-5).

Sacrestie e chiese che puzzano

Quello che fa più male di questo episodio è il contesto: le critiche a Gesù non avvengono in piazza, per la strada, dal fruttivendolo, ma «di sabato nella sinagoga». Attualizzando, sarebbe come a dire «la domenica a Messa»!

Se siamo sinceri, la cosa non è molto distante dalla realtà: non è difficile trovare gente che dice «non metto più piede in oratorio perché c’è un ambiente avvelenato!»

Certo, a volte sono solo delle comode scuse, ma spesso sono la descrizione reale di quello che succede nelle nostre Comunità: maldicenze e calunnie fanno di un paese, di una Parrocchia un luogo invivibile.

Gruppi parrocchiali che si sono trasformati in “caste” impenetrabili di persone che – pur di non “mollare” il loro incarico, o di condividerlo con chi si affaccia da “nuovo” e ha voglia di fare – inventa regole, condizioni, e alza muri.

Oppure – non potendo impedire l’ingresso di nuovi membri – getta discredito sui medesimi con malelingue e pettegolezzi (ancor più oggi, che le cattiverie possono essere veicolate via Social).

Ammirazione o stupore?

Per uscire da questo atteggiamento c’è una sola cura: lasciarsi stupire, anzi, meravigliare. Così diceva Papa Francesco nell’Omelia della Domenica delle Palme:

«Chiediamo la grazia dello stupore. La vita cristiana, senza stupore, diventa grigiore. Come si può testimoniare la gioia di aver incontrato Gesù, se non ci lasciamo stupire ogni giorno dal suo amore sorprendente, che ci perdona e ci fa ricominciare? Se la fede perde lo stupore diventa sorda: non sente più la meraviglia della Grazia, non sente più il gusto del Pane di vita e della Parola, non percepisce più la bellezza dei fratelli e il dono del creato. E non ha un’altra via che rifugiarsi nei legalismi, nei clericalismi».

Inizialmente, anche la gente di Nazaret sembra rimanere stupita, ma si chiude subito in sé stessa, nel pregiudizio che impedisce di accogliere quello che non rientra nei propri schemi mentali.

Ben più sincero era stato lo stupore di quelli di Cafarnao davanti all’insegnamento di Gesù, così autorevole e diverso rispetto a quello degli scribi: una reazione di timore reverenziale (cfr il vangelo della 4ª Domenica del Tempo Ordinario).

Diceva ancora il Papa nella suddetta Omelia:

«Lo stupore è diverso dall’ammirazione. L’ammirazione può essere mondana, perché ricerca i propri gusti e le proprie attese; lo stupore, invece, rimane aperto all’altro, alla sua novità. Anche oggi tanti ammirano Gesù: “ha parlato bene, ha amato e perdonato, il suo esempio ha cambiato la storia…” e così via. Lo ammirano, ma la loro vita non cambia. Perché ammirare Gesù non basta. Occorre seguirlo sulla sua via, lasciarsi mettere in discussione da Lui: passare dall’ammirazione allo stupore».

Noi siamo i compaesani di Gesù

Questa pagina evangelica è una forte provocazione anche per il fatto che – a ben vedere – i “compaesani” di Gesù oggi siamo noi: Italiani ed Europei sono coloro che hanno accolto la fede cristiana da più tempo. Potremmo dire che siamo “nati e cresciuti” con Gesù.

Per assurdo, quanto raccontato nel vangelo sta accadendo di nuovo: la culla, la patria del Cristianesimo sta rifiutando Cristo! Forse pensa di conoscerlo fin troppo bene, di sapere a memoria che cosa abbia da proporre all’uomo d’oggi per perdere altro tempo ad ascoltarlo, per lasciarsi ancora meravigliare dal Suo annuncio di grazia.

A forza di “sentirlo” (badate bene che – appositamente – non ho detto “ascoltarlo”), il Vangelo è diventato una cosa così ordinaria che non ci fa più né caldo né freddo.

Se poi ad annunciarlo sono dei poveracci come noi, di cui sappiamo vita, morte e miracoli, di cui ogni giorno salta fuori una pecca (gli scandali dei preti), sentiamo di aver tutte le ragioni per considerarlo non degno di fede.

È vero: nelle nostre chiese spesso si trovano preti noiosi, “strani”, prolissi, anziani… ma non facciamo l’errore di buttare il bambino con l’acqua sporca!

Il Vangelo rimane tale, chiunque lo annunci!

Assetati di esteriorità

Ma oggi – purtroppo – contano più la presentazione e la forma che non la sostanza.

Per questo l’uomo contemporaneo (e anche tanti cristiani) va in cerca di cose che “luccicano”, che stuzzicano il suo desiderio di “novità”: nuove “spiritualità”, esperienze particolari che lo appaghino, o – peggio – superstizioni e sette segrete.

Si cercano cose misteriose e inspiegabili, tanto quanto la gente del tempo di Gesù cercava da Lui «segni dal cielo» (cfr Mc 8,11-13).

Se oggi non avvengono più miracoli (o pochi), non è di certo perché il Signore non ne voglia più fare, ma perché – a causa della nostra incredulità – anche tra noi Gesù non può compiere alcun prodigio.

Noi pensiamo che siano i miracoli a suscitare la fede, ma è l’esatto contrario: Gesù compiva miracoli solo dove trovava una grande fede (e – viceversa – non poteva compierne dove essa non c’era, come è attestato dal brano di oggi).

Il miracolo nascosto

Dopo aver detto che l’incredulità dei Nazaretani impedì a Gesù di compiere prodigi, Marco sembra “correggere il tiro”, aggiungendo «ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì».

In realtà, anche le guarigioni sono dei miracoli, o no?

E allora qual è il succo? Che Gesù rimase deluso perché proprio nel Suo paese poté fare meno miracoli di quelli che avrebbe voluto? Può darsi (l’evangelista – infatti – sottolinea che «si meravigliava della loro incredulità»)…

Ma io credo che Marco volesse richiamare la nostra attenzione su un “miracolo” meno evidente, nascosto nell’ultima frase:

«Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando».

Gesù non si lascia intimorire o scoraggiare dalle critiche; non lo fermano i pregiudizi e le maldicenze, perché Lui annuncia il Regno di Dio, che è piccolo e invisibile come quel seme di cui ci parlava tre domeniche fa, ma porta dentro di sé una forza misteriosa e inarrestabile!

Quel «dorma o vegli, di notte o di giorno» potremmo tradurlo – nel brano di oggi – con «parlino bene o parlino male»… oppure con la raccomandazione di Dio al profeta Ezechiele nella prima lettura: «Ascoltino o non ascoltino».

Il “miracolo nascosto” è la resilienza di Dio davanti al nostro rifiuto.

L’antidoto alla cattiveria

Dovremmo imparare da Gesù anche noi.

È deludente spendere forze e incontrare il rifiuto o la critica, e a noi cristiani (soprattutto a noi preti) piace di più il brano che troviamo poco più avanti:

«Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro» (Mc 6,11).

Ma Lui non ha fatto così: dopo il rifiuto ha continuato a predicare altrove (forse sperando intimamente di suscitare una sana gelosia in quelli di Nazaret quando avessero sentito parlare del successo nei villaggi vicini).

Come non si era “seduto sugli allori” a Cafarnao, dove tutti lo cercavano e acclamavano (cfr Mc 1,36-39), così non si è fatto abbattere dal rifiuto dei Suoi compaesani.

Anche noi non dobbiamo perdere tempo dietro a tante maldicenze, mezze frasi, insinuazioni: riprendiamo il nostro cammino dietro a Lui, e tiriamo avanti.

Un antidoto alla maldicenza è proprio tirarsi indietro le maniche e trovare qualcosa da fare per il Signore.

Questa regola vale non solo per i preti, ma anche per i catechisti, i genitori, gli sposi cristiani…

Qualcuno di interessato al Regno di Dio – alla fine – ci dovrà pur essere; chi invece vuole continuare a parlar male e ad avere pregiudizi su tutto e tutti, si accorgerà che la Parola di Dio è molto più efficace delle calunnie.