Una cosa nuova. 5ª Domenica di Quaresima (C)

Faccio una cosa nuova

La misericordia di Dio è una cosa nuova, forse troppo nuova per noi, tanto da non riuscire a capirla e accoglierla… ma è l’unica che può spalancarci il futuro

Letture: Is 43,16-21; Sal 125 (126); Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

Per questa quinta domenica di quaresima la Liturgia prende in prestito un testo di Giovanni, interrompendo la lettura e l’ascolto del nostro “catechista di turno” (l’evangelista Luca).

Come mai?

In realtà il testo ha una storia del tutto particolare, e non è affatto lontano dal terzo vangelo e dal suo “pallino” per la divina misericordia.

La strana storia del testo

Quello di oggi è un brano che la Chiesa ha sempre ritenuto autentico (ovvero: appartenente al canone dei libri biblici ispirati), eppure ha conosciuto una storia strana e particolare: è ignorato dai Padri della Chiesa greca fino al XII secolo e ancora nel 1546 (in occasione del Concilio di Trento) vi furono alcuni che volevano espungere questa pericope dai vangeli.

Nei più antichi manoscritti il testo manca del tutto, poi lungo i secoli vaga come un masso erratico della tradizione evangelica: lo si trova ora all’interno del vangelo secondo Luca, ora in quello secondo Giovanni…

Il motivo? Era sentito come un brano scandaloso e imbarazzante, e – se siamo onesti – imbarazza ancora pure noi, che lo ascoltiamo oggi.

Sì, perché la misericordia ci scandalizza: è talmente una “cosa nuova” che ci disorienta.

Dimenticare le cose vecchie

Le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura sembrano belle e promettenti:

«Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?»

ma – allo stesso tempo – hanno qualcosa di “devastante” al loro interno, perché chiedono di smetterla di pensare al passato e di volgere lo sguardo avanti:

«Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!»

Il fatto è che le cose passate a cui Dio si riferisce non sono tanto le abitudini umane (il nostro classico «abbiamo sempre fatto così»), ma le Sue stesse grandi opere:

Così dice il Signore,
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno

È la descrizione del passaggio glorioso attraverso il Mar Rosso per la liberazione dalla schiavitù d’Egitto (cfr Es 14,15-31): il ricordo più grandioso del popolo di Israele, il motivo stesso dell’Alleanza con Dio sul Sinai!

Praticamente, Dio sta chiedendo al Suo popolo di non fossilizzarsi nemmeno sul “fulcro” della propria religiosità, sulle fondamenta della propria fede!

Una cosa nuova, troppo nuova

Non è semplice: è come se Dio oggi ci chiedesse di ri-fondare il nostro essere cristiani su delle nuove basi, totalmente diverse dai principi fondamentali della nostra fede (Passione, Morte e Risurrezione di Gesù)!

E – in effetti – il messaggio della misericordia racchiuso nella pagina evangelica odierna ci invita a una sorta di rivoluzione copernicana: a lasciar da parte l’idea della giustizia di Dio che ci siamo fatti finora.

Dio fa una cosa nuova, e anche noi siamo chiamati a lasciare spazio a questa novità: questa è la conversione che ci è richiesta.

Ma forse è una conversione alla quale non siamo ancora pronti: davanti alla misericordia di Dio ci irrigidiamo, come il figlio maggiore della parabola di domenica scorsa.

La misera e la Misericordia

Il vangelo di oggi è un’icona straordinaria della giustizia e della misericordia di Dio davanti al peccato dell’uomo, una pagina che Sant’Agostino ha riassunto con una celeberrima espressione, ricordata anche da Papa Francesco:

Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera. Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia». Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! …indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro.

(inizio della Lettera apostolica Misericordia et misera del Santo Padre Francesco, a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia, 20/11/2016).

Come e ancor più di domenica scorsa, siamo proiettati davanti al mistero dell’Amore di Dio, un Amore incomprensibile, inaspettato, immotivato, inspiegabile… Una cosa nuova, per l’appunto, fatta da un Dio che ci è estraneo, perché Totalmente Altro:

«i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore»
(Is 55,8).

Il “Totalmente Altro”

La «cosa nuova» di cui parla Dio in Isaia è un totale cambiamento di prospettiva a cui non siamo preparati:

dice il Signore,
che aprì una strada nel mare…

«Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa…
per dissetare il mio popolo, il mio eletto».

Per quanto miracoloso, ci è facile immaginare il prodigio del Mar Rosso che si divide in due e si apre per lasciar passare il popolo di Israele e poi si richiude inesorabilmente sull’esercito del faraone per sterminarlo, perché è l’immagine del nostro “Dio castigamatti”, che punisce severamente chi ha maltrattato i Suoi figli, come aveva già fatto con le “dieci piaghe”, in particolare l’ultima: l’uccisione dei primogeniti (cfr Es 7,14 – 11,10).

Ci è più difficile, invece, immaginare un deserto che fiorisce (per quanto, in natura, accada abbastanza facilmente), perché rappresenta il risorgere a nuova vita quando viene data un’altra possibilità in una situazione che noi avevamo bollato come ormai perduta irrimediabilmente: «non c’è vita nel deserto, punto!»

Così facciamo con chi sbaglia: lo identifichiamo col suo peccato e gli neghiamo qualsiasi possibilità di redenzione.

Per noi “duri e puri” non vale la pena (e non è giusto) perdonare, mai! E non ci piace un Dio che lo faccia con chi non se lo merita.

Dio rimane solo

Lo lasciarono solo…

Abbiamo iniziato la Quaresima con Gesù solo, nel deserto, davanti alla tentazione di un “messianismo facile”, e oggi lo troviamo ancora una volta solo, dopo essere stato messo nuovamente alla prova («dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo»).

A sostenere la “bandiera” della misericordia divina rimane solo Gesù, nel deserto della nostra durezza di cuore.

Ma in questo deserto vuole cercare a tutti i costi di aprire una strada e far scorrere fiumi, i fiumi del perdono e della compassione.

Vuole che impariamo a trattare gli altri (fossero anche peccatori incalliti) non come cose, come oggetti, come “casi umani”, o come occasioni per “farci belli” e discolparci, ma come fratelli:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai» (Lc 17,3-4).

Un Dio umano e umanizzante

Scribi e farisei volevano mettere alla prova Gesù, per verificare se davvero il messaggio di misericordia annunciato con le Sue parabole fosse applicabile e non solo una storiellina, se le parole «non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,37) le avrebbe messe in pratica veramente, Lui per primo, oppure no.

I “funzionari del sacro” si erano messi in piedi, in atteggiamento saccente e sprezzante, sbattendo la donna in mezzo alla piazza del pubblico ludibrio, come se fosse un fenomeno da baraccone, una cavia da vivisezionare…

Gesù, invece, si china davanti a lei, per non ferirla con lo sguardo, non giudicarla, non farla sentire circondata e braccata: Dio è molto più “umano” di noi.

Il vero Maestro scrive per terra la Legge della misericordia, la incide sulla pietra, ricordando agli “esperti della legge” che a forza di travisare la Parola si sono dimenticati di che cosa Dio stesso aveva scritto (proprio col Suo dito!) sulle tavole di pietra consegnate a Mosè sul monte Sinai:

«Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.

Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini
.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (cfr Mc 7,1-13).

Il Dio del Vangelo, il Dio che è Vangelo

Gesù dice una parola sola, ma incisiva (al punto da essere divenuta proverbiale) e autentica; una di quelle domande che ci scuotono e ci fanno leggere in profondità noi stessi, che impedisce a quegli uomini di fare violenza in nome della Legge che essi credevano di interpretare con giustizia e rigore:

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra».

È una parola rivolta a me, a ciascuno di noi, ogni volta che stiamo per giudicare il fratello.

Solo Dio potrebbe condannare quella donna, e solo Gesù sarebbe autorizzato a rendere presente l’agire di Dio, perché

Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18).

«Dio, nessuno l’ha mai visto», ma molti pensano di interpretarlo e di agire in nome Suo (soprattutto la “gente di Chiesa” e i “funzionari del sacro”); e così – di fatto – dipingono e insegnano l’immagine di un Dio perverso.

Invece Gesù “evangelizza” Dio, cioè rende Dio “Vangelo”, “buona notizia”.

Gesù è l’esegesi vivente di Dio, e perciò riafferma ciò che era stato annunciato dai Profeti fin dai tempi antichi:

«Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (cfr Ez 33,11).

Un Dio che paga di persona

Gesù fa cadere le pietre dalle mani degli accusatori-giudici, al prezzo di assumere su di sé la pena riservata alla donna: proprio alla fine di questo capitolo si legge – infatti – che i suoi avversari «raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui» (Gv 8,59).

È un Dio che “si fa mettere i piedi in testa”, si abbassa totalmente (fin sotto il nostro livello), rinunciando alla propria dignità e ad ogni privilegio (cfr Fil 2,6-8) per restituirci la dignità perduta.

Infatti, rivolgendosi alla donna, Gesù la chiama con lo stesso appellativo solenne che userà con Sua madre dalla Croce: «donna» (cfr Gv 19,26).

È un Dio che non condanna, ma – piuttosto – paga di persona, come ci diceva l’apostolo Paolo domenica scorsa:

Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio (2Cor 5,21).

Giustizia e misericordia

Ecco la «cosa nuova», così inconcepibile per noi: il fatto che giustizia e misericordia in Dio possano stare assieme senza escludersi l’un l’altra.

Eccolo il vero Maestro, che non si erge come giudice, che non condanna definitivamente, ma neppure assolve “a buon mercato”, facendo finta che il peccato non sia tale.

Gesù fa una cosa nuova: libera il futuro di quella donna (e il nostro), cambiandole non il passato (che non si può cancellare) ma l’avvenire (che è ancora tutto da scrivere):

«Va’ e d’ora in poi non peccare più».

Sono parole che danno speranza, che fanno riaprire e ripartire la vita!

Così è la misericordia sorprendente di Dio (la stessa che il Padre misericordioso aveva applicato col figliol prodigo): non chiede di confessare il peccato, di espiarlo, non domanda neppure se si è pentiti, perché gli interessa anzitutto perdonare, perché sa benissimo che

«colui al quale si perdona poco, ama poco» (cfr Lc 7,47).

Tutto si rivela nella misericordia

Abbiamo bisogno di sperimentare questa misericordia su di noi, ogni giorno, perché è l’essenza stessa del vivere da cristiani. Sempre nella Lettera apostolica citata all’inizio, Papa Francesco continuava dicendo:

…La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre.

Era un concetto chiaro, che aveva fatto capire fin dalla prima mattina del suo pontificato, quando – correndo a Santa Maria Maggiore per ringraziare e invocare la Madonna – strinse la mano a tutti i padri Domenicani e raccomandò:

«Voi siete i confessori… Misericordia, misericordia, misericordia! Siate misericordiosi verso le anime: ne hanno bisogno».

Che sia un richiamo ancora una volta per noi.

Ora è tempo di gioia

Non posso concludere questa meditazione senza lasciarvi un canto del Gen Rosso al quale sono molto legato fin da ragazzo e che – nel ritornello – ripete insistentemente le parole del profeta Isaia ascoltate nella prima lettura: «Ecco faccio una cosa nuova: nel deserto una strada aprirò».

Lo potete ascoltare cliccando il seguente link di YouTUbe: https://youtu.be/_RVb4knVC9Q