Bisogna far festa! 4ª Domenica di Quaresima (C)

Bisognava far festa

Dio non pretende il nostro pentimento: gli basta solo la nostra disponibilità a lasciarci amare. Se gli diremo di sì, per Lui sarà già motivo di far festa|

Gs 5,9-12; Sal 33 (34); 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Siamo già alla quarta domenica di Quaresima, quella che la Liturgia chiama Laetare (“rallégrati”), invitandoci ad una sorta di “pausa” di gioia nel cammino penitenziale verso la Pasqua, ed è bello che questo invito alla festa prenda il volto di una delle parabole più conosciute del vangelo.

La pagina evangelica di oggi inizia e termina con un banchetto: quello di Gesù (e di Dio Padre) coi peccatori.

È qualcosa da far tremare i polsi! Infatti:

I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Questa parabola è per noi

È proprio per spiegare loro il “motivo” del comportamento “dissennato” di Dio che Gesù racconta le tre “parabole della misericordia” (cfr Lc 15).

Insomma: Dio deve dare spiegazioni all’uomo riguardo la Sua bontà.

Viviamo proprio in un mondo ribaltato: da quando in qua è Dio che deve giustificarsi davanti all’uomo e non il contrario?

Ma, siamo sinceri: non siamo sempre noi a lanciare “frecce” verso il cielo con scritto il messaggio «Signore, perché?»

Anche stavolta – dunque – non chiamiamoci fuori dal gioco: la parabola “del figliol prodigo” è per noi.

E – già che ci siamo – vi dico subito che forse il titolo non è il più azzeccato, perché non è il figlio più giovane “l’attore protagonista” di questa pagina.

E forse non è nemmeno il Padre Misericordioso (titolo che abbiamo scelto da anni in ambienti “più religiosi”).

Chi è il protagonista?

Mi perdoneranno i miei due o tre lettori per questo azzardo, ma credo che il “protagonista” di questa parabola non sia umano: al centro di questo racconto c’è la festa.

Non la “festa” che il più piccolo dei figli vorrebbe fare in autonomia, lasciando quella casa che sentiva come una prigione e facendo della sua vita quel che vuole (in una parola: baldoria)…

Non la “festa” che il fratello più grande avrebbe voluto organizzare da tempo coi suoi amici, senza mai riuscirvi, a causa di un padre che non gli aveva mai dato un capretto (in una parola: vacanza)…

Non la festa che il Padre credeva e voleva regnasse nella Sua casa, e invece dovette constatare con amarezza che i figli si sentivano come all’inferno…

Al centro di questa parabola c’è la festa che – alla fine – quel Padre cerca in tutti i modi di mettere in piedi per il prodigo ritrovato, e poi di non far subito naufragare davanti alla gelosia del figlio maggiore, geloso e indignato.

Perché mai dovremmo festeggiare?

«Mai una gioia!» direbbero i ragazzi di oggi.

Ma d’altronde, che motivo c’era di far festa in quella casa?

E che motivo abbiamo noi – oggi – per festeggiare, in un mondo di disgrazie, di uomini violenti e peccatori?

Se lo chiedevano i farisei allora, e ce lo chiediamo noi, oggi, immersi negli strascichi della pandemia e nell’angoscia di una guerra che sembra prendere sempre più una brutta piega.

Ma il Signore non si arrende.

La festa è un bisogno

Come nelle due parabole precedenti (della pecorella smarrita e della moneta perduta), Dio continua a ripeterci

«Rallegratevi con me!» (cfr Lc 15,3-10)

ma noi gli rispondiamo «che vuoi da me, Signore? Non vedi come sto messo?»

Quante volte – proprio per la tristezza e le delusioni che ci portiamo dentro – abbiamo risposto così a Dio e ai Suoi inviti a far festa, a celebrare l’Eucaristia, a ritrovarci coi nostri fratelli?

La gioia è un sentimento spontaneo… e allora come si può pretendere di far festa se abbiamo il cuore listato a lutto?

Nella nostra società, quando c’è un lutto si annullano tutte le feste (a parte le partite di calcio).

Eppure, alla fine della parabola, risuona perentorio un verbo che noi di solito non associamo alla festa:

«bisogna far festa».

Senza festa non si vive

Il bisogno di gioire, di far festa (lo sappiamo da soli), è primordiale; ne va del nostro equilibrio psichico, della nostra vita… ma – purtroppo – abbiamo imparato a farne a meno: «ormai ce ne siamo fatti una ragione», e affermiamo laconicamente che «la felicità non è di questo mondo».

Non siamo più capaci di far festa e abbiamo spento dentro di noi l’anelito alla gioia. È proprio per questo che abbiamo bisogno di riascoltare questa parabola e immedesimarci profondamente.

Se non cambiamo strada, rischiamo davvero di perderci per sempre, di credere che per divertirci basti fare baldoria (come il figlio minore) o di vivere con pesantezza il quotidiano (come il fratello maggiore), al punto da non saper gustare le gioie della vita e non renderci conto che abbiamo già tanti motivi di far festa, ogni giorno.

Ancora una volta sembra risuonare il monito ascoltato nel vangelo della settimana scorsa:

«se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Ovvero: se non ci apriamo alla gioia e alla festa, moriamo nel profondo. Dentro questo racconto c’è nascosto il senso della vita.

Bisogna perché…

La supplica sconsolata del Padre per convincere il figlio maggiore ad entrare in casa termina così:

«bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Perché il Padre vuole far festa?

Non certo per il ravvedimento del figlio minore: infatti era tornato sui suoi passi solo per la fame e l’indigenza, e con un bel “discorsetto” preparato in anticipo, per trovare una sorta di “pertugio” attraverso il quale rientrare in casa…

Non certo per aver riavuto indietro il suo patrimonio, che – invece – era andato irrimediabilmente sprecato…

Non certo per la (magra) consolazione di avere in casa almeno un figlio in gamba: infatti anche quello non aspettava altro che sbottare e lamentarsi per il trattamento servile.

Il Padre vuol far festa perché Gli è data un’altra possibilità di amare!

È Dio che si “converte”!

È incredibile questa pagina: non è il racconto dell’uomo che si converte, ma di Dio che – con sollievo – trova una nuova e insperata occasione per salvarlo, prima che sia troppo tardi.

Questo è il Vangelo, la “Buona Notizia”: Dio non pretende anzitutto il nostro pentimento, ma chiede la nostra disponibilità a lasciarci amare da Lui! E confida che sarà questo “bagno d’amore” nella Sua misericordia a farci sciogliere nel pentimento sincero.

Da questa prospettiva si capisce il motivo dell’invito accorato di san Paolo nella seconda lettura:

Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.

Dio, infatti, attende con angoscia il nostro ritorno e ci corre incontro se (per qualsiasi motivo) decidiamo di tornare a Lui; e poi “molla tutto”, esce fuori, perché non vuole far festa finché nella Sua casa non ci sono tutti i Suoi figli!

Come col fico della parabola di domenica scorsa, i Signore non smette di zapparci attorno e mettere il concime, in attesa del nostro portare frutto, ovvero: che diamo segno anche solo di essere disposti a lasciarci amare da Lui.

Allora Dio fa festa! Allora non può far altro che gioire, perché

«vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (cfr Lc 15,7 e Lc 15,10).

Ambasciatori di Dio

Riprendendo gli altri versetti della seconda lettura, mi sento chiamato in causa molto personalmente nel mio ministero di confessore (che svolgo in abbondanza qui a Sotto il Monte), perché mi rendo conto che Dio mi chiede una grande mano nell’aiutarlo a realizzare il Suo sogno:

Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo …ha affidato a noi il ministero della riconciliazione… In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta.

Voglio mettercela tutta, perché in quel confessionale si realizzino i sogni di Dio e quelli di tanti Suoi figli: che la si smetta di dire «mai una gioia!», e si cominci a fare festa, una festa vera, sincera, che nasce dal cuore gioioso di Dio per il nostro ritorno a Lui.

Ma posso farlo solo se mi sento anzitutto io riconciliato con Lui mediante Cristo, se mi sperimento figlio minore abbracciato e accolto dopo il mio errare lontano da Lui, oppure figlio maggiore pregato e supplicato di scendere dal mio piedistallo per rallegrarmi finalmente con Lui e i miei fratelli.

Allora potrò veramente far festa, nell’attesa della domenica senza tramonto1 e del banchetto che tutti insieme celebreremo nel Suo Regno.


Note

1. Prefazio X domeniche tempo ordinario