Chi vuol essere profeta? 4ª Domenica del Tempo Ordinario (C)

Chi vuol essere profeta?

Fare il profeta significa accettare di identificarsi con la sorte della Parola di Dio: essere rifiutati, imprigionati, eliminati… Chi di noi ne è capace?|

Ger 1,4-5.17-19; Sal 70 (71); 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30

Per scegliere il titolo di questa omelia ho voluto parafrasare quello di una famosa trasmissione televisiva, ma se alla domanda «Chi vuol essere milionario?» tutti risponderebbero di sì, non così alla domanda «Chi vuol essere profeta?»

Non è facile fare il profeta: non è un “mestiere” gratificante, e spesso – anzi – è rischioso, come dimostra l’intera vicenda personale di Geremia, di cui oggi ascoltiamo la vocazione nella prima lettura.

Un compito ingrato

I profeti dell’Antico Testamento avevano quasi sempre la funzione di denunciare le infedeltà di Israele, e per questo venivano odiati e perseguitati:

Questa parola fu rivolta dal Signore a Geremia: «Riferisci agli uomini di Giuda e agli abitanti di Gerusalemme: …Maledetto l’uomo che non ascolta le parole di questa alleanza, che io imposi ai vostri padri quando li feci uscire dalla terra d’Egitto»…

E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me…

…vogliono la mia vita e mi dicono: «Non profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra» (cfr Ger 11).

Spesso dovevano compiere azioni scriteriate e incomprensibili, gesti simbolici per attirare l’attenzione e cercare di far riflettere (cfr Ez 12; Ez 24,15-27), ma ottenevano invece dileggio e disprezzo (cfr 2Re 2,23).

Il profeta è tutt’uno con la Parola

Il profeta non può dire «ambasciator non porta pena», perché la sua missione è proprio identificarsi con la Parola che Dio lo ha mandato ad annunciare. E – come la Parola di Dio viene rifiutata e addirittura bruciata (cfr Ger 36) – così il profeta viene catturato ed eliminato (cfr Ger 37,11-16 e Ger 38).

Così è stato per Geremia , così è stato per Giovanni Battista, che Gesù definisce «più che un profeta» (cfr Lc 7,24-30).

Così sarà per Gesù stesso, che intravede nella vicenda del Battista la sorte che attende anche lui:

«Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro» (cfr Mt 17,10-13).

Per questo, ai suoi compaesani che lo guardano straniti, dice la celebre espressione:

«nessun profeta è bene accetto nella sua patria».

Il morbo dell’abitudine

In realtà Gesù non aveva annunciato sventure, ma – anzi – il compimento delle promesse di bene fatte da Dio, come abbiamo sentito domenica scorsa.

Perché allora tanta diffidenza?

Perché di lui erano ormai così assuefatti da credere di sapere già tutto e non aver altro da ascoltare:

«Non è costui il figlio di Giuseppe?»

Come a dire: «cosa vorrà venire ad insegnare questo qui! Di lui sappiamo già tutto! L’abbiamo visto crescere!»

Quello che capita con Gesù nel Suo paese sembra un po’ ciò che succede a noi Italiani: siamo così abituati a vivere nel Paese più bello del mondo (dal punto di vista artistico, enogastronomico etc.) che non riusciamo nemmeno a renderci conto della fortuna che abbiamo, e perciò ci industriamo per andare in vacanza nei posti più esotici, magari senza aver prima visitato almeno le principali ricchezze del nostro territorio!

Dal punto di vista della fede succede la stessa cosa: noi cristiani siamo così “abituati” ad ascoltare il Vangelo che ormai per noi è una noia mortale e non ci tocca più il cuore. E molti vanno in cerca di “novità” (la celebrazione più “originale” o “fuori dagli schemi”, il gruppo di preghiera esclusivo che sembra una setta segreta, etc.).

Coloro che lo ascoltano per la prima volta, invece, ne rimangono affascinati e lo accolgono con gioia.

È così da secoli… perfino l’apostolo Paolo ne aveva fatto esperienza:

Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani».
…Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero (cfr At 13,44-52).

Un “dio” a propria misura

Dio aveva scelto e privilegiato un piccolo popolo perseguitato e reietto, rendendolo oggetto del Suo Amore (cfr Dt 7,7-8), ma questo non aveva fatto altro che dimenticare e rifiutare la Sua alleanza, andando in cerca di altre divinità “più controllabili” (cfr Es 32,1-6).

Il profeta si fa voce del lamento di Dio di fronte all’infedeltà e all’ingratitudine del Suo popolo:

il mio popolo ha cambiato me, sua gloria,
con un idolo inutile...
Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo:
ha abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
e si è scavato cisterne,
cisterne piene di crepe,
che non trattengono l’acqua» (cfr Ger 2).

La tentazione dell’idolatria è sempre presente nell’uomo: potersi fare un “dio” a propria immagine (ovvero: il contrario di quanto Dio aveva fatto nella creazione, creandoci Lui a Sua immagine – cfr Gen 1,26), un “dio” controllabile, manovrabile, ricattabile…

Avere a disposizione un “dio” on demand, da “tirar fuori dal cilindro” solo quando serve… è questa abitudine che Gesù ravvisa anche nei Suoi compaesani:

«Certamente voi mi [direte]: “…Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”»

Ai Nazaretani non serviva un “compaesano illustre” (a meno che non se ne potesse trarre qualche vantaggio): preferivano andare avanti con le proprie “pratiche di pietà”, così da poter “regolare” in modo pratico i propri rapporti con Dio, secondo la regola del «do ut des», come si era sempre fatto.

E tantomeno volevano un profeta, perché i profeti non facevano altro che condannare proprio quel tipo di religiosità (cfr Is 1,10-17).

Non vogliamo profeti

Gesù era “piombato” nella quotidianità dei Suoi compaesani «portando Dio in terra», dicendo che era possibile incontrarlo nella quotidianità, renderlo presente «oggi» compiendo i Suoi desideri di bene per l’uomo: fare i poveri oggetto della Buona Notizia, i prigionieri della liberazione, i ciechi della vista, gli oppressi destinatari della libertà…

Un Dio così – però – non solo era inutile, ma perfino “dannoso”, perché troppo impegnativo; era più facile andare avanti con i soliti rituali: i digiuni, le elemosine, i sabati… così da tenerlo lontano e “a bada”.

Invece, un Dio che si “incarna”, ti interroga e ti chiede di “sporcarti le mani” dà fastidio…

Allo stesso modo, molti “cristiani” di oggi sono infastiditi dai richiami del “profeta” Papa Francesco a saper intravedere il volto di Dio nelle povertà e nelle diseguaglianze, a farsi «Chiesa in uscita»… preferiscono rimanere nella religiosità tradizionale, fatta di santelle e santuari, dove andare in cerca di un “mago” da imbonire quando serve ottenere qualcosa che non si possa comprare normalmente col denaro.

Vogliono un “dio” da tirare in ballo quando le cose non girano più come devono: un “dio” che si chiama a sé in modo magico, con speciali rituali, preghiere, benedizioni, accensione di ceri…

I profeti danno fastidio, perché svelano la falsità di questo tipo di rapporto con Dio e denunciano la totale assenza di fede.

Cristiani senza fede

Nostro Signore sta facendo a noi la stessa “ramanzina” che fece agli abitanti di Nazareth: a noi che vogliamo “avere l’esclusiva” su Dio, ricorda che Dio non si “possiede”, non si compra, non si “manovra”.

L’unico modo di entrare in rapporto con Dio è quello della fede, e di questa difettiamo grandemente, soprattutto noi “gente del mestiere”, noi “cristiani della domenica”.

Quante volte in Confessionale mi sento dire: «Vado a Messa tutte le domeniche, prego, non rubo, non faccio del male a nessuno… però nella vita me ne capitano di tutti i colori. Sembra che Dio ce l’abbia con me». Come se la fede fosse una formula matematica:

io mi comporto bene = Dio deve esaudirmi

Avere fede è rinunciare a “tenere in mano” Dio e abbandonarci noi alle Sue mani, come avevano fatto la vedova di Sarèpta di Sidòne e Naamàn, il lebbroso siriano… due stranieri: stranieri per noi, ma famigliari a Dio.

Meno preti, più profeti!

Ce n’è anche per noi sacerdoti di rimbrotti in questa pagina di vangelo: i cristiani di oggi non vogliono profeti? E noi preti li accontentiamo!

D’altronde, dire parole scomode mette in serio pericolo, perché si rischia di fare la stessa fine di Gesù e di tutti i profeti:

…lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù.

E non è solo Papa Francesco ad avere un sacco di detrattori: quanti preti sono stati mal digeriti e infine cacciati dalle parrocchie perché troppo profetici, come ricordavo in un’omelia l’anno scorso

Il “quieto vivere” di una religiosità tradizionale è un comodo rifugio anche per noi ministri, purtroppo: tante iniziative pastorali, celebrazioni curate, agende fittissime… ma poi perdiamo di vista l’essenziale, il Vangelo, che è una lama che taglia a metà le nostre ipocrisie (cfr Eb 4,12).

Uscire e rimettersi in cammino

Che poi – a voler ben vedere – profezia e fede vengono meno quando manca l’amore, come ci ricorda l’apostolo Paolo nella seconda lettura:

se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.

L’Amore, la carità: questo è il cuore del Vangelo, questo dobbiamo rimettere al centro del nostro rapporto con Dio.

È un cammino di grande conversione quello che ci è richiesto: un cammino dietro a Gesù che ci precede:

…egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

A conclusione di questa omelia, vi (e mi) lascio le parole profetiche e taglienti di Papa Francesco:

La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono…

“Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi…

Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce.


(cfr Evangelii Gaudium 24)