Contenti o felici?Solennità di Tutti i Santi

La vera felicità

Crediamo che il cammino della Santità passi per forza attraverso indicibili sofferenze… ma i Santi sono gli unici davvero felici, nel vero senso della parola!|

Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12

Due anni fa – in questa occasione – mi sono soffermato a cercare di dimostrare che la Santità non è una Missione impossibile, perché i Santi non erano (e non sono) dei Superman, ma soprattutto perché essa è un Dono che ci fa Dio, al quale «nulla è impossibile» (cfr Lc 1,37 e Mc 10,27).

L’anno scorso – invece – ho cercato di spiegare che per diventare Santi bisogna fare un po’ i “copioni”, come i bambini piccoli, che fanno di tutto per assomigliare ai propri genitori: ne copiano le mosse, ne imitano la voce, provano ad indossare di nascosto i loro vestiti…

La Magna Carta del cristiano

Oggi voglio soffermarmi sulla stupenda pagina di vangelo che ci è proposta ogni anno in questa solennità, e che è la Magna Carta del cristianesimo: le Beatitudini; una pagina così singolare e unica che persino il Mahatma Gandhi diceva:

«Le Beatitudini sono l’espressione più alta di tutto il pensiero umano».

Lo stesso grande personaggio – però – aggiungeva immediatamente:

«Ma non divento cristiano perché i cristiani fanno tutto il contrario di quel che Gesù ha detto e vissuto».

Un bel problema… un’accusa pesante, ma – credo – sincera. Infatti, chi di noi – dopo aver ascoltato questa pagina – direbbe immediatamente e sinceramente: «voglio vivere così: povero in spirito, mite, misericordioso…»?

Le Beatitudini sono una sorta di “mondo alla rovescia”: Gesù ha proposto una visione della vita diversa da quella di noi “comuni mortali” che ci diciamo “seguaci di Cristo”.

Ma “beati” de che?!

Cosa vuol dire questo «beati…» che Gesù ripete in continuazione?

Si capisce, fin da subito, che il significato inteso dal nostro Maestro non ha molto a che fare con quello che gli attribuiamo noi. Le frasi che si sentono più spesso in giro sono:

«beato te, che fai un lavoro che ti piace e porti a casa un bello stipendio…
beato te, che sei riuscito a comprare la casa (o l’auto) dei tuoi sogni!
Beato te, che hai una salute di ferro!…»

Ma nessuno di noi direbbe «beati quelli che sono nel pianto»! Certo: si può anche piangere di felicità, ma non è questo il caso…

Se non ne fossimo ancora convinti, l’ultima “beatitudine” arriva proprio chiara e tonda nel ribadire duramente il concetto:

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia…»

Non c’è alcun motivo di invidia per la fortuna altrui in queste caratteristiche e/o condizioni indicate da Gesù!

«Tenetevela voi, questa “beatitudine”», ci verrebbe da dire!

Cos’è la felicità?

Eppure – in greco – il vocabolo che traduciamo con “beati” è μακάριοι (makàrioi), che significa proprio “felici”…

Come si può essere felici se si piange per la disperazione? Se si è insultati, maltrattati, perseguitati?

Cos’è questa “litania” di Gesù? Una presa in giro?

Oppure Dio ha un’idea diversa di felicità?

Cos’è la felicità?

Se dovessimo dare una risposta “filosofica”: la felicità è ciò che ogni uomo cerca più di ogni altra cosa sulla terra.

Ma è una ricerca così ardua che la maggior parte delle persone arriva a dire: «la felicità non esiste!»

Contenti, ma non felici

La realtà delle cose ci dice che – tutt’al più – l’uomo riesce a sperimentare la contentezza… che non è la stessa cosa della felicità.

Qual è la differenza tra le due?

Contentezza è una sorta di stato d’animo “di serie B”: non a caso, da questo vocabolo viene anche il verbo “accontentarsi”… che non ha certo un’accezione positiva.

Felicità è qualcosa che uno immagina e desidera possa durare in eterno.

Quando uno dice «sono felice!» è come se dicesse il proprio nome, la propria essenza, non soltanto uno stato transitorio del suo animo.

Per essere contenti – invece – basta che ci “diamo un contentino” (ad esempio quando decidiamo di farci un regalo, di toglierci uno sfizio)… ma quanto dura? Poco, pochissimo!

È quello che capita ai patiti di tecnologia che comprano l’ultimo iPhone, e dopo sei mesi si sentono “indietro”, “superati”, perché ne è già uscito un modello nuovo, più tecnologico e sofisticato.

Felicità è quando si realizza un sogno, quando accade qualcosa di inaspettato ma segretamente atteso da tempo nel profondo… ed è qualcosa che nessuno ci può rubare dal cuore.

Felicità è qualcosa che riguarda Dio, che viene da altrove, per l’appunto: non ce la possiamo dare da soli.

La felicità viene da Dio

In soldoni: la contentezza è un “prodotto umano”, la felicità è un Dono di Dio!

Contenti si è quando le cose vanno come diciamo noi… Felici si è solo quando le cose vanno secondo i piani di Dio, perché solo Lui – essendo nostro Padre – desidera la nostra felicità, e sa in che cosa essa consista.

Contentezza è il “tesoretto” che cerchiamo di accumulare su questa terra, felicità è il vero tesoro che accumuliamo «in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano» (cfr Mt 6,20), perché è custodito nel cuore di Dio.

Un tesoro che nessuno ci può rubare

Questo tesoro nei cieli è Dio stesso: è l’appartenere a Lui; è rendersi conto di essere quanto Lui ha di più caro.

Non è forse vero che anche noi – nel nostro linguaggio umano – diciamo alle persone che ci rendono felici (e che vogliamo rendere felici): «sei il mio tesoro»?

Per noi cristiani la vera felicità sta nel prendere coscienza che noi siamo il tesoro di Dio, perché Suoi figli carissimi, come ci dice l’apostolo Giovanni nella seconda lettura:

«Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! …noi fin d’ora siamo figli di Dio».

La felicità dei Santi scaturisce da qui: dal rendersi conto di essere “cari a Dio”.

Un cammino impegnativo, ma appagante

Certo, abbiamo ancora molto da camminare, perché la nostra santità è una condizione di cui prendiamo coscienza pian piano, giorno per giorno:

«ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Quando e come avverrà questo? Quando saremo davvero “beati”, felici, “realizzati” secondo il progetto di Dio?

Nel modo più incredibile che potremmo pensare:

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Ben inteso: non è che per diventare Santi dobbiamo andare a cercarci persecuzioni e sofferenze (anche perché quelle arrivano da sole), ma – per assurdo – proprio nelle persecuzioni sperimentiamo che la felicità non è affatto una “merce a buon mercato”, ma è qualcosa che si trova solo “conquistandola”, “afferrandola con le unghie e con i denti”.

La domanda che faccio spesso a chi mi dice che la vita è già difficile, e quella del cristiano lo è ancora di più, è questa:

«Saresti più soddisfatto e appagato nel raggiungere una vetta comodamente in seggiovia o dopo sei ore di estenuante cammino su per un sentiero impervio e dissestato, potendo dire “Me la sono conquistata”?»

Vivere da Santi e per diventare Santi è faticoso, impegnativo… ma è l’unica strada che ci dà soddisfazione e ci fa sentire “realizzati” per quello che siamo, ovvero: per quello che Dio ci ha destinati ad essere.

Dobbiamo fidarci

Anche se sembra pazzesco, dobbiamo fidarci, perché se crediamo che Dio desidera la nostra felicità, e ci dice che per averla occorre passare anche attraverso questa strada irta e tortuosa, non dobbiamo fermarci, per nulla al mondo!

Non lasciamoci ammaliare da chi ci promette facili “felicità”, a “buon prezzo”, ma che poi – invece – non sono altro che piccole “soddisfazioni” di un attimo, così sfuggenti e deludenti che ci lasciano con un pugno di mosche in mano e – spesso – ci derubano della dignità e di tutto quello che siamo e abbiamo (quanti compromessi e umiliazioni siamo disposti a subire per correre dietro a dei “miraggi” di felicità!).

La carta d’identità del cristiano

Quando si è appreso il vero significato della felicità, e la si porta dentro, questa si vede sul volto. Le persone «in cammino verso la santità» le riconosci subito. Il beato Piergiorgio Frassati diceva:

«la carta d’identità di un cristiano è il sorriso sul volto».

Chiediamo al Signore il dono di rallegrarci sempre, per aver scoperto la gioia di essere il Suo tesoro!

A proposito di questa felicità dipinta sul volto, vi lascio con un piccolo racconto che ho trovato tra le tante storielle pubblicate da Bruno Ferrero:

Il sorriso più bello che abbia mai visto

Un bambino voleva conoscere Dio. Sapeva che era un lungo viaggio arrivare dove abita Dio, ed è per questo che un giorno mise dentro al suo cestino dei dolci, marmellata e bibite e cominciò la sua ricerca.

Dopo aver camminato per trecento metri circa, vide una donna anziana seduta su una panchina del parco. Era sola e stava osservando alcune colombe.

Il bambino le si sedette vicino ed aprì suo cestino.

Stava per bere la sua bibita quando gli sembrò che la vecchietta avesse fame, e allora le offrì uno dei suoi dolci.

La vecchietta – riconoscente – accettò e sorrise al bambino. Il suo sorriso era molto bello, tanto bello che il bambino le offrì un altro dolce per vedere di nuovo il suo sorriso.

Il bambino era incantato! Si fermò molto tempo mangiando e sorridendo.

Al tramonto il bambino – stanco – si alzò per andarsene, però prima si volse indietro, corse verso la vecchietta e l’abbracciò.

Ella, dopo averlo abbracciato, gli dette il più bel sorriso della sua vita.

Quando il bambino arrivò a casa sua e aprì la porta, la sua mamma fu sorpresa nel vedere la sua faccia piena di felicità, e gli chiese: «Figlio, cosa hai fatto che sei tanto felice?»

Il bambino rispose: «Oggi ho fatto merenda con Dio!»

E prima che sua mamma gli dicesse qualcosa aggiunse: «E sai? Ha il sorriso più bello che abbia mai visto!»

Anche la vecchietta arrivò a casa raggiante di felicità. Suo figlio restò sorpreso per l’espressione di pace stampata sul suo volto e le domandò: «Mamma, cosa hai fatto oggi che ti ha reso tanto felice?»

La vecchietta rispose: «Oggi ho fatto merenda con Dio, nel parco!»

E prima che suo figlio rispondesse, aggiunse: «E sai? È più giovane di quel che pensassi!»