15a Domenica del Tempo Ordinario

Dt 30,10-14; Sal 19; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Il buon samaritano

Anche la parabola più bella di Gesù (che ascoltiamo nel vangelo di questa domenica) nasce da una domanda subdola e tentatrice di un dottore della legge.

Questi cerca semplicemente di mettere alla prova Gesù, servendosi in modo profano di una questione spirituale di somma importanza: la ricerca della vita eterna.

Ma l’atteggiamento di Gesù verso il suo interlocutore è già la realizzazione concreta dell’insegnamento centrale della parabola che sta per narrare: potrebbe tranquillamente smascherarne le intenzioni cattive (sapendo leggere nel cuore di ogni uomo), e invece gli si fa vicino, gli si fa prossimo, aiutandolo ad entrare nel cuore della Legge di Dio, non solo come una pura teoria da imparare e insegnare a memoria, ma come vera via per la vita.

Gesù vive quanto insegna prima ancora di dirlo a parole.

L’umanità intera chiamata a rapporto

L’incipit della parabola del buon samaritano è di quelli così famosi che si potrebbe dire universalmente conosciuto, un po’ come le note iniziali della 5a Sinfonia di Beethoven:

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico…»

Credo che tutto il senso del racconto di Gesù stia racchiuso proprio nelle prime due parole: «un uomo».

Il protagonista di questa parabola non è un individuo specifico. Non ha una qualifica, un aggettivo, una descrizione, un nome…

È – semplicemente – “un uomo”.

È come se ci fosse scritto «Adamo scendeva da Gerusalemme a Gèrico…».

Tutta l’umanità è racchiusa in quell’uomo!

Questo è il primo insegnamento della parabola: ricordare a tutti cosa siamo: semplicemente uomini.

Va di moda (purtroppo) usare ogni tanto lo slogan «restiamo umani»… lo si pronuncia nei casi tragici in cui l’essere umano dà il peggio di sé, rimarcando così fortemente le differenze che lo contraddistinguono rispetto ad altri individui da giungere a derive di una totale disumanità (come nei casi di razzismo e intolleranza).

Credo che mai come oggi ci siamo dimenticati di essere tutti uomini.

Il linguaggio che caratterizza il confronto – a tutti i livelli – è sempre più divisivo: «lei non sa chi sono io! …io sono qui, io sono là, io ho fatto questo, io ho fatto quello…»

Si sottolinea sempre solo (o anzitutto) ciò che ci distingue da qualcun altro, e non ciò che ci accomuna tutti.

Abbiamo dimenticato ben presto anche noi Bergamaschi le parole di San Giovanni XXIII: «Cerchiamo sempre ciò che ci unisce, mai quello che ci divide».

Anzi, proprio in terra bergamasca fa molto audience e riscuote grande consenso il grido «prima gli Italiani!» (non siamo gli unici, certo… basta constatare come sempre più Stati europei cerchino di affermare nazionalismi e sovranismi che hanno tutti l’unica radice comune dell’egoismo).

Prima di tutto “uomini”

L’insegnamento di Gesù con la parabola del buon samaritano è anzitutto ricordarci che siamo uomini.

Ma riconoscere che siamo uomini non può rimanere una semplice costatazione di ordine teorico, basata su osservazioni biologiche o sociali.

Essere uomini è un dovere, non un automatismo!

Sappiamo bene (e lo riconosciamo, nei casi limite) che l’essere umano può spesso “degradare”, regredire allo stato animale e comportarsi da bestia.

Lo affermiamo istintivamente (appunto) quando un rappresentante del genere umano suscita la nostra indignazione per aver commesso qualcosa di disdicevole, come l’autista di quel SUV, ubriaco e drogato, che ha falciato due cuginetti di 11 e 12 anni ieri a Vittoria, come nei tanti casi di pedofilia o femminicidio che intasano quotidianamente i nostri telegiornali…

Ma non è solo in quei casi che l’uomo regredisce allo stato “primordiale”.

Ogni individuo che non vede nell’altro un uomo come lui, sta – inesorabilmente – regredendo ad uno stato bestiale (non dico “animale”, perché spesso gli animali danno lezioni di civiltà a noi uomini moderni, nell’atteggiamento istintivo di protezione della prole, di solidarietà nella specie di fronte ai pericoli esterni, di collaborazione…).

Il samaritano della parabola si è comportato così non tanto perché era “un santo”, o animato da chissà quale sentimento superiore di filantropia, ma perché ha saputo riconoscere nel malcapitato che scendeva a Gèrico anzitutto un uomo.

Non è stato a chiedersi chi fosse, perché fosse conciato così, se fosse stato a sua volta un brigante, se fosse malato e contagioso…

Non si è posto problemi, come i primi due passanti.

Il sacerdote e il levita avevano davanti un dilemma: trasgredire la legge dell’amore per il prossimo, oppure quella della purezza rituale (che raccomandava di evitare il contatto col sangue), e hanno scelto la cosa più comoda e più facile: non toccare, non intervenire, aggirare l’uomo, e… restare puri.

Il samaritano invece ha annullato ogni distanza.

Questo è il significato del “farsi prossimo”.

Che è esattamente il contrario di quello che facciamo noi quando – per affermare noi stessi – rimarchiamo fortemente “chi siamo” rispetto agli altri. Segniamo fortemente una linea di demarcazione, una distanza abissale tra noi e “gli altri”.

Negli anni in cui ho fatto il Baloo (così è chiamato l’Assistente Spirituale nello Scoutismo), mi è sempre piaciuta un sacco la “parola maestra” di Chil, l’avvoltoio del Libro della Giungla:

«Siamo dello stesso sangue, fratellino, tu ed io».

In quanto cristiani e credenti abbiamo anzitutto il dovere di ricordarci che siamo tutti figli di Dio, che abbiamo tutti, dentro di noi, la Sua vita che scorre.

Anche nel vangelo di Matteo, la motivazione che spinge il credente ad agire in modo misericordioso non è altri che questa: l’essere figli di Dio:

«Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45).

Prima di essere “buono” o “cattivo”, l’uomo è uomo, ed è figlio di Dio.

Questo è quello che vede il Padre in noi: dei figli suoi (così come fa il Padre dell’altra stupenda parabola lucana, quella del “figliol prodigo”: non vede nel poveraccio che torna a casa per rimediare un tozzo di pane un mascalzone alla ricerca disperata di una soluzione alle proprie miserie, ma solo il suo figlio amato e prediletto, che aveva temuto di perdere e invece ha ritrovato).

Semplicemente uomini

Il vocabolo “uomo”, nella nostra lingua, ha un’affinità e un legame abbastanza evidente con l’termine termine latino humus: “terra”.

La cosa non ci ricorda solo l’ineluttabile realtà del nostro essere semplicemente polvere, ma ci invita a non perdere mai il contatto con quella terra con la quale Dio ci ha plasmati, a rimanere umili (altro termine legato a doppio filo con humus), appunto.

Rimanere umili e rimanere uomini sono il fondamento del comandamento dell’amore, l’imprescindibile condizione della carità cristiana.

Non si può agire con carità se non vivendo una profonda e universale “umanità”.

Ecco allora che il comandamento che Gesù ci insegna non è poi così lontano da noi (come dice in modo mirabilmente poetico la prima lettura di oggi), anzi è:

«nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

È la legge che Dio ha scritto nel nostro cuore proprio quando ci ha plasmati con la terra… perciò può essere messa in pratica solo non allontanandoci mai da quella terra di cui tutti siamo fatti (rimanendo umili, appunto, legati a doppio filo all’humus).

E il primo passo è chiamare ogni essere umano col suo vero nome (che è quello di ognuno): “uomo”.