Non verrà a stare da noi?! · 2ª Domenica dopo Natale

Ma non verrà a stare da noi?!
l’ospite indesiderato

Sir 24,1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

Nell’Incarnazione Dio ha deciso di venire a stare da noi, di fermarsi. Non è l’ospite di passaggio, di un giorno. È «Dio con noi» per sempre. Ci piace l’idea?

Anche quest’anno la disposizione dei giorni festivi durante il periodo natalizio è tale da lasciar spazio alla seconda domenica dopo Natale, quella che anche noi sacerdoti (gente “del mestiere”) facciamo fatica a digerire, perché ripropone nuovamente la difficilissima pagina del Prologo di Giovanni.

Che senso ha far ascoltare ancora una volta questo testo che il Lezionario prescrive già per la Messa principale del giorno di Natale?

Repetita iuvant

Forse è il tentativo di farlo ascoltare a tutti i costi anche a quelli che fossero andati ad una delle altre tre Messe (la vespertina della vigilia, quella della Notte, o quella dell’aurora) e – quindi – non l’avessero meditata quel giorno?

O per mancanza di fantasia dei liturgisti? Un po’ come le programmazioni televisive di queste vacanze, che mandano sempre i soliti film e cartoni animati triti e ritriti?

Nessuna di queste ragioni, ma semplicemente la convinzione che quando un concetto è importante, anzi fondamentale, va ripetuto il più possibile.

La Liturgia è spesso ridondante, proprio perché cerca di esprimere nei riti la sovrabbondanza del Mistero che celebra (prova ne è il fatto che sia la Pasqua che il Natale sono celebrati per otto giorni di fila come se fosse un solo giorno).

Contemplare fino alla sazietà

Il primo messaggio che ci viene dato è che il mistero dell’Incarnazione è talmente grande che – per cercare di “esaurirlo” (cosa di per sé impossibile) – abbiamo bisogno di “esagerare” nella sua contemplazione, al punto di farcene una “scorpacciata” e rimanere salutarmente “indigesti”.

In una società del “mordi e fuggi” come la nostra, direi che la raccomandazione è quanto mai necessaria: siamo abituati a fare le cose sempre di fretta e a qualche modo, pur di farne il più possibile… ma la nostra fede non è una “faccenda da sbrigare”, e perciò la Liturgia non parla il linguaggio della fretta.

L’Eucaristia non è un fast-food. Vivere il nostro essere cristiani è un sedersi con calma al ristorante, non il mangiare un panino veloce in piedi, mentre camminiamo di fretta verso il prossimo appuntamento.

Perciò prendiamoci il tempo necessario; tutto quello che ci vuole.

Il punto centrale

Già nella riflessione dell’anno scorso avevo sottolineato che al centro dell’annuncio del Prologo di Giovanni, stanno proprio le parole potentissime che descrivono l’Incarnazione, e che più volte abbiamo ripetuto come ritornello del Salmo Responsoriale:

«il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi»
(Gv 1,14)

Mi soffermavo – allora – sul fatto che Dio ha sposato tutto della nostra condizione umana (eccetto il peccato), anche quel perenne senso di precarietà che caratterizza la nostra vita (e in questi mesi di pandemia ne abbiamo fatto tutti esperienza diretta).

Provvisorio e stabile allo stesso tempo

La tenda è simbolo di provvisorietà, non è un edificio in cemento armato: è segno concreto della predisposizione ad accamparsi per un po’, per poi smontare tutto e cambiare posto.

Ma è comunque qualcosa che va fissato (chi ha montato una tenda sa quanta attenzione occorra nel piantare bene i picchetti), che suggerisce il radicamento saldo (se pur temporaneo) al terreno prescelto per l’accampamento.

Un’immagine che è ben suggerita anche da un passaggio della prima lettura (che Giovanni richiama nel suo testo):

«il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti”».

I termini che ho rimarcato in grassetto (soprattutto il riferimento al «mettere radici profonde») fanno ben capire che la tenda piantata dal Signore non è la canadese appoggiata sulla spiaggia per ripararsi dal sole, ma una vera e propria dimora, tipica delle popolazioni nomadi, che fanno delle tende le loro abitazioni stabili.

Dio vuole stare con noi

La cosa mi fa pensare al fatto che quando Dio è venuto nel mondo non ci è venuto “da turista”, per “farsi un giro” di qualche giorno, ma ha deciso di stare qui a lungo, anzi, di stabilirsi da noi per sempre.

Già il nome di Cristo profetizzato da Isaia e realizzato nella nascita di Gesù dice questa volontà di permanenza:

«Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
“Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa 
Dio con noi”» (Mt 1,22-23).

È un nome che è promessa: quella di non essere solo un “ospite di passaggio”, ma di stare con l’uomo, di voler permanere nella sua compagnia.

Una promessa che è stata rinnovata davanti allo smarrimento degli apostoli il giorno dell’Ascensione, quando pensavano di essere abbandonati da Lui:

«io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Dio ha assunto la nostra umanità per sempre, non solo in modo temporaneo.

Una scelta definitiva

Il corpo di carne e ossa con il quale ha condiviso la nostra umanità, non l’ha lasciato qui, ma se l’è portato dietro fino al Regno del Padre Suo: il Suo corpo risorto e glorioso (la nostra natura umana redenta) ora è in cielo, unito indissolubilmente alla Sua divinità.

Quella dell’Incarnazione è una scelta definitiva: da allora la Seconda Persona della Santissima Trinità è «vero Dio e vero uomo», e lo sarà per sempre!

Ma a noi le cose definitive non piacciono

Questa volontà di Dio di stare con noi per sempre è stupenda, ma… dall’altra parte richiede la stessa fedeltà.

Quella di Cristo è una venuta che richiede accoglienza, corresponsione, ma – tornando al Prologo di Giovanni:

«Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto».

Mi viene allora da pensare: siamo proprio contenti della venuta definitiva di Dio nella storia? Della Sua presenza sempre attuale?

Noi viviamo un una società che ha paura della provvisorietà (tanto che “il posto fisso” al lavoro e la “casa di proprietà” sono un oggetto del desiderio), ma che – allo stesso tempo – non sopporta le scelte definitive.

Provate a dire ad un giovane di oggi: «questa è una scelta che dovrai portare avanti per sempre» (e non mi riferisco solo al matrimonio cristiano o al sacerdozio), e lo vedrete scappare a gambe levate!

Preferiamo un Dio “on demand”

Noi siamo abituati a ritagliare spazi che devono essere solo nostri, e anche con Dio facciamo così.

A Lui costruiamo templi (spazi “sacri”) e tempi (giorni festivi segnati sul calendario), non per onorarlo, ma per far sì che tutto il resto sia “profano”, ovvero: solo nostro!

L’idea che Dio possa riguardare ogni aspetto e ogni ambito della nostra vita ci dà fastidio.

Noi preferiamo un Dio da “tirare fuori dal cassetto” quando serve, da andare ad invocare solo in chiesa, a cui “ricambiare il favore” solo in determinati momenti (Natale, Pasqua, Battesimi, Matrimoni e funerali).

Però non vogliamo che “metta il naso” nelle nostre cose!

Quante volte, durante una confessione o direzione spirituale, mi son sentito rispondere: «ma don! Cosa c’entra Dio in queste cose? Stiamo parlando di lavoro, di cose concrete… mica di catechismo e di Messa, eh?!»

Un po’ come quando si ospita un lontano parente che ha problemi temporanei di alloggio, e – prolungandosi la situazione – uno dei figli guarda i genitori esclamando: «ma non verrà mica a stare da noi per sempre, eh!?»

Vivere l’Incarnazione

Presa coscienza del “fastidio” che lo stare qui di Dio ci crea, abbiamo bisogno di una vera conversione. L’Incarnazione non sarà compiuta fintantoché noi non saremo disposti ad accogliere stabilmente Dio nella nostra vita.

L’accoglienza richiesta non è quella che si riserva ad un ospite invitato a pranzo, ma quella dovuta ad un membro effettivo e stabile della famiglia, come quando due persone si sposano, e un coniuge accoglie l’altro nella sua casa; come quando nasce un figlio e immediatamente diventa non solo “uno di famiglia”, ma il centro della vita di quella famiglia.

A Dio dobbiamo “dare le chiavi di casa” della nostra esistenza: dobbiamo ripensare tutto il nostro essere come a uno “stare con Dio”, sempre, non solo in qualche momento.

Stare alla presenza di Dio

Il Prologo, infatti, prosegue dicendo:

«A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio».

Nell’Incarnazione Dio ha scelto di diventare “Figlio dell’uomo”… Accogliendolo nella nostra umanità, ora tocca a noi diventare figli di Dio: dopo il Natale del Signore (la Sua nascita), è tempo del nostro natale (la nostra nascita)!

Ed essere figli è una condizione stabile, definitiva, che riguarda l’essenza: un figlio è tale in ogni momento, anche quando non è sotto gli occhi dei suoi genitori, e sa che ogni cosa che farà in loro assenza onorerà oppure disonorerà la loro immagine.

Accogliere Dio significa vivere da figli di Dio, ovvero: stare sempre alla Sua presenza, in ogni momento (non solo in chiesa), rendendolo orgoglioso di averci come figli.

È quello che la Liturgia ci ricorderà domenica prossima, Festa del Battesimo del Signore:

«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».