La fede non è un’opinione

21ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

la fede non è un'opinione

Is 22,19-23; Sal 138; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Potremmo dire – senza esagerare – che nella nostra società i sondaggi sono il “motore” di tutto.

Nella politica – ormai da tempo – si dà retta alle opinioni della gente e all’indice di gradimento, più che al bene della collettività.

In TV un programma viene promosso e remunerato se sfonda l’auditel, non se è utile e istruttivo.

Anche la Chiesa (purtroppo) non è estranea ai sondaggi, e spesso si sono scomodati fior di sociologi per intervistare i cristiani e cercare di capire le motivazioni – ad esempio – del crollo di partecipazione alla Santa Messa.

Il comodo “paravento” dell’opinione comune

Somministrare questionari, raccogliere opinioni ed elaborare dati sembra la panacea di tutti i mali…

Io non credo ai sondaggi, perché essi non riflettono veramente quello che le persone pensano, ma quello che esse dicono per sentirsi “parte del tutto”, o per essere considerate.

I questionari a risposta chiusa (quelli con le crocette, per intenderci), sono un facile “paravento” dietro il quale rifugiarsi per non aprire veramente il proprio cuore (non solo agli altri, ma – prima di tutto – a se stessi).

È facile – dopotutto – esprimere un’opinione accodandosi ai modi di vedere della gente: «Cosa mi costa? Tanto lo dicono tutti, lo pensa la maggioranza…». Poco importa se nessuna delle opzioni di risposta soddisfa quello che penso veramente.

Un Maestro… di trabocchetti

Anche a Gesù non piacevano i sondaggi, e raccomandava di non seguire l’onda delle opinioni e dei consensi (cfr Mt 6,1-2.5).

Tuttavia, ben conoscendo i suoi “polli”, quel giorno a Cesarea di Filippo sfoderò una bella “indagine a regola d’arte”, stile ISTAT, per “creare l’atmosfera” e “prendere all’amo” i Dodici (con lo stesso procedimento di suspense che creava raccontando una parabola provocatoria e “a trabocchetto”).

E infatti, quei “pettegoli” dei discepoli (così ce li dipinge spesso il vangelo) abboccarono subito, infuocandosi alla domanda posta da Gesù. Avranno pensato: «finalmente chiede anche la nostra opinione! Finalmente ci domanda di fargli sapere come vanno le cose attorno a lui…»

Colpo di scena

Ma – sorpresa delle sorprese! – l’intervistatore diventa intervistato, e rimane senza parole, senza vie di fuga:

«Ma voi, chi dite che io sia?»

Tocca al discepolo ora parlare… è non è facile. Non ci si può più barricare dietro frasi fatte o risposte preconfezionate.

A Gesù non stanno bene gli escamotage che usano i ragazzi quando – interrogati sulla propria opinione – rispondono con il solito e laconico «la penso anch’io come lui… volevo dire la stessa cosa».

Per Dio noi non siamo dei numeri o delle percentuali: con ciascuno di noi Egli vuole stabilire un rapporto unico e personale!

«Chi è veramente Gesù per te?» – Questa domanda è il punto cruciale, di svolta, per ogni discepolo. Qualsiasi cosa risponderà, da quel momento in poi cambierà la sua esistenza!

“Beato”, non “bravo”

Ci prova Pietro, mosso dalla sua solita generosità istintiva e irruente.

E Gesù gli fa i complimenti. Ma non gli dice “bravo”: lo chiama – invece – «beato», perché quello che è successo dentro di lui non è stato un “indovinare la risposta giusta”, ma entrare in una relazione.

Capire che Gesù è il Cristo è frutto di una rivelazione, e il Rivelatore è Dio! (cfr Mt 11,27)

La fede (quella di Pietro e quella di ogni credente) non è frutto di un’opinione, di una scelta tra più opzioni possibili, ma l’accettare di entrare in una relazione del tutto particolare con Dio.

Spiegandogli quello che è successo in lui, Gesù dice a Pietro che è entrato in una relazione nuova:

«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro…»

Parafrasando: «fino ad ora sei stato Simone, figlio di Giona, pescatore, figlio e fratello di pescatori. D’ora in poi entrerai a far parte della stessa relazione che tu hai riconosciuto a me, chiamandomi “Figlio del Dio vivente”: farai parte del progetto e della storia del Padre mio, perché io ti ho scelto come roccia!»

Gesù invita Pietro a guardarsi dentro, e a scoprirsi trasformato dall’opera di Dio in lui, come Maria si riconobbe trasformata, e nel suo Magnificat cantò:

«D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno “beata”.
(perché) Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,48b-49).

Fede, non opinione

Quello che ci lega a Dio non è un’idea, un’opinione che abbiamo su di Lui, ma riconoscere che – dal momento in cui noi L’abbiamo lasciato entrare nella nostra esistenza – Lui ha profondamente cambiato la nostra storia.

Quante persone (e anche tanti cristiani) al giorno d’oggi si limitano a dire le solite cose su Gesù, “rispostine da catechismo”, luoghi comuni… come fosse un “argomento da bar”!

Come sono poche – invece – (anche tra noi preti) le persone che parlano di Cristo come una persona viva e presente, che ha cambiato la loro vita!

Tanti sono i cristiani (di nome) ma pochi i credenti, pochi i veri testimoni (e Dio sa quanto il mondo abbia bisogno di testimoni!)

L’opinione si può mutare (per ripensamento o per comodo, come succede ai politici quando vogliono tenere il sedere incollato alla poltrona), la fede no.

Mutando le circostanze posso cambiare opinione, ma la fede rimane salda, sempre quella.

Essere cristiani per davvero, vuol dire che Gesù è il Signore della mia vita sempre, ogni giorno, non solo «quando mi va».

Aver fede non è ascoltare Cristo solo «quando mi fa comodo» e far finta di non averlo sentito quando – invece – mi propone la Croce!

Credere che Gesù è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» significa andare avanti dritto, fino a sbattere il naso sul quel palo di legno duro piantato sul Calvario!

Per crescere nella fede occorre il coraggio di arrivare fino in fondo, finanche all’umiliazione, come abbiamo imparato dalla donna cananea del vangelo di domenica scorsa.

La roccia della fede

È sulla fede di Pietro (che è dono di Dio) che Gesù intende edificare la Sua Chiesa.

Pietro è una “roccia” (è la traduzione esatta dell’aramaico KēfāCefa) in quanto credente.

Non perché è bravo, forte e coraggioso (si mostrerà tutt’altro, e lo scopriremo già domenica prossima, continuando la lettura dei versetti successivi), ma perché è “uomo di fede”, ha deciso di fidarsi di Dio.

Pietro aveva iniziato a fidarsi di Dio intuendo – fin dall’inizio – che Dio per primo faceva affidamento su di lui, e lo chiamava in causa a mettere a disposizione le sue povere doti di pescatore (cfr Lc 5,1-11).

Gesù può costruire il Suo Regno solo se ci fidiamo di Lui (cfr Mc 6,4-6a).

Tutta l’azione di Gesù si basa sulla fede degli uomini. Prendiamoci la briga – con pazienza – di scorrere le pagine del vangelo, per vedere in quanti casi Gesù abbia chiesto un rapporto di totale fiducia in Lui da chi invocava un miracolo…

«credi tu questo?» (cfr Gv 11,23-26).

Rispondere ad una fiducia già accordata

Spesso ci immaginiamo la fede come lo sforzo tutto nostro, lasciandoci – per così dire – cadere nel vuoto, facendo una sorta di “salto nel buio”.

In realtà – tra noi e Dio – il primo a “firmare in bianco” è proprio Lui. Il primo ad avere fede nell’uomo è sempre Dio.

Gesù aveva chiamato Pietro ad essere «pescatore di uomini» ben sapendo che sarebbe stato pauroso, pieno di dubbi, incertezze, infedeltà…

È rileggendo la propria storia di infedeltà redenta dalla fede incrollabile di Dio (cfr 2Tm,13) che Pietro ha rafforzato la propria fede, ricordandosi della promessa di Gesù:

«Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

Il Primato petrino non è un optional

E adesso vorrei dire due parole per quei “cristiani” che affermano «Io credo in Gesù, ma non al Papa e ai Vescovi».

Accettare il Primato di Pietro non è questione di opinioni: fa parte di quel «sì» di fede sincera che ogni cristiano deve a Cristo, perché è Gesù stesso che ha scelto di affidare a Pietro (e agli apostoli) il compito di conservare l’unità della fede e della comunione all’interno della Chiesa; non è un’invenzione posticcia!

Ogni volta che “cambia” il rappresentante vicario di Cristo in terra c’è qualcuno che ha da ridire. Con l’avvento di Papa Francesco – poi – la cosa è sempre più indecente (un po’ per le sue scelte radicali, un po’ per la situazione eccezionale dell’avere anche un Papa “emerito”).

A tutti dico: «non ti piace il Papa in carica? Non sei obbligato a fartelo piacere, ma a riconoscerlo come incaricato di Cristo e ad obbedirgli, quello sì! Quello è essenziale, non è un’opinione! Nessuno ti obbliga ad essere cristiano, ma se vuoi esserlo per davvero – fino in fondo -, le regole sono quelle che ha dettato Cristo, non quelle che decidi tu, altrimenti fondati una setta tutta tua!»

Di “cristiani” opinionisti – sinceramente – c’è infestata l’aria, e un po’ di umiltà in più non guasterebbe a tanti sedicenti cristiani (non solo l’Antonio Socci di turno, ma spesso – ahimè – anche sacerdoti e vescovi).

I Sacramenti non sono facoltativi

Lo stesso dicasi per i Sacramenti, in particolare quello della Confessione.

Quanti cristiani argomentano: «perché devo andare a confessare le mie magagne ad un uomo che è più peccatore di me? Io parlo da solo col Signore; mi arrangio direttamente con Lui…»

Anche qui: non è questione di opinione, ma di fede! È Cristo che ha istituito i Santi Sacramenti; non sono un’invenzione dei preti!

Se un cristiano vuole ricevere il perdono dei suoi peccati (eccetto che si trovi sul Titanic che sta affondando e – in assenza di un sacerdote – può ricorrere alla Confessione di desiderio) l’unica via è passare umilmente attraverso la strada che Cristo ha indicato, quando ha detto a Pietro:

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»

e ai suoi discepoli:

«A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23)

Usciamo dalla schiera degli “opinionisti” e torniamo a camminare umilmente dietro a Cristo, altrimenti quando recitiamo il “Credo” stiamo solo facendo la cantilena e raccontando frottole!