L’abito… fa il monaco!

28ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

l'abito fa il monaco

Is 25,6-10Sal 23Fil 4,12-14.19-20Mt 22,1-14

È vero: «l’abito non fa il monaco», ma se cambiar d’abito vuol dire «rivestirsi di Cristo» allora cambiare abito è essenziale, e anche cambiare abitudini.

Chi di noi rifiuterebbe l’invito a una festa? Fosse anche solo un happy hour, un aperitivo, un brunch? Se poi è pure gratis… E invece, il vangelo di oggi ci dipinge a tinte forti l’inspiegabile rifiuto di un invito a nozze.

Dopo la parabola dei due figli (v. due domeniche fa) e quella dei vignaioli omicidi (v. domenica scorsa), Gesù espone un altro racconto che ha come sottofondo l’amaro tema del rifiuto della salvezza da parte del popolo d’Israele.

Ma stavolta punta ad una dimensione ancora più universale, che riguarda tutti: lo si presagisce già dall’introduzione: «Il regno dei cieli è simile a…». Si tratta della salvezza finale!

Non sono più solo i «capi dei sacerdoti e i farisei» a dover riflettere, ma ogni uomo.

Il motivo di un rifiuto

Dicevo: chi rifiuterebbe l’invito a una festa?

La domanda sembra retorica, ma pensiamoci bene: ci è mai capitato? Se non di rifiutare, almeno di arrampicarci sui vetri per inventarci delle scuse? Credo di sì, e magari anche spesso.

Perché? Evidentemente perché non tutte le feste ci risultano gradite: dipende da chi le organizza, e da chi ci va.

È plausibile che non tutti ci stiano simpatici; o che si capisca di essere stati invitati per motivi poco sinceri (di convenienza, di vanto, per suscitare la nostra gelosia…).

A volte, invece, dobbiamo rifiutare – nostro malgrado – perché siamo impossibilitati, per ragioni di salute, di lavoro…

Altre volte perché riteniamo che qualcosa sia più urgente e non procrastinabile; un po’ come gli invitati della parabola, le cui urgenze sono descritte con più dovizia di particolari da Luca (cfr Lc 14,18-20).

Non sappiamo più fare festa

Alcuni dei nostri rifiuti però – ammettiamolo – sono del tutto immotivati: il fatto è che «non abbiamo voglia», e basta.

Sì, in generale ci piace far festa… ma solo quando, dove, come e con chi diciamo noi! E anche in quelle occasioni… ci annoiamo subito. No?

Questa cosa nasconde un problema più profondo e serio: non è – per caso – che non siamo più capaci di far festa? Che non siamo più orientati alla gioia e capaci di viverla e gustarla?

Magari avranno influito anche i mesi di lockdown (nei quali speriamo di non dover tornare), ma ci accorgiamo che troppo spesso «ci stiamo tanto bene da soli, senza che nessuno ci rompa»…

Attenzione: questo è un campanello d’allarme, e ci avverte che ci stiamo “ammalando”, che stiamo perdendo una delle caratteristiche fondamentali dell’essere umano: il bisogno di relazione (cfr Gen 2,18).

Prima ciò che è urgente o ciò che è importante?

Tornando alla parabola, fanno riflettere i motivi che spingono gli invitati a «non curarsi» dell’invito:

«andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari».

Da che mondo è mondo la storia è sempre quella: l’uomo tende a farsi prendere corpo e anima da ciò che gli sembra urgente, tanto da rimandare continuamente (e – infine – tralasciare) le cose più importanti della vita.

Dicevo prima che l’evangelista Luca è molto più dettagliato nel descrivere le motivazioni del rifiuto: tutti hanno qualcosa di urgente da fare, magari anche di serio… insomma, qualcosa per cui non si può aspettare.

Ma il banchetto nuziale non è una cosa tra le tante! Indica il Regno di Dio, la possibilità di vivere in eterno! La festa di nozze rappresenta, dunque, l’unica cosa importante per la nostra vita!

In questo caso, tralasciare l’importante per l’urgente è un errore madornale, e irrimediabile!

E pensiamo a quante volte ci cadiamo…

Sul piano puramente umano

È importantissimo dedicare del tempo alla famiglia, stare con i figli, no? Ma prima «devo assolutamente chiudere delle pratiche in ufficio… non posso proprio rimandare la cena di lavoro con quel collega che ho già spostato più volte…», etc.

E la salute, non è importante? Il medico (o semplicemente il nostro corpo), ci avverte che ci dobbiamo riguardare, prendere un periodo di riposo, evitare troppo stress… ma c’è sempre qualcosa che viene prima. Finché non è troppo tardi.

Sul piano spirituale

Così nel nostro essere cristiani: chissà perché le faccende più urgenti ci vengono in mente tutte la domenica mattina, quando è ora della Santa Messa…

O perché le distrazioni e il pensiero delle cose rimaste da sbrigare ci assalgono proprio quando proviamo a pregare anche solo cinque minuti…

Sono tutte scuse che non reggono

Alla fine, se siamo sinceri, ci rendiamo conto che tante – troppe – volte ci nascondiamo dietro delle scuse che non reggono, perché hanno solo una parvenza di urgenza, ma – in fondo – mascherano il nostro continuo fuggire l’essenziale.

Ci riempiamo di un sacco di cose, attività, “accessori”, per scansare ogni volta le vere domande: «qual è il senso della tua vita? Chi sei? Dove sei diretto?»

Ogni volta che la voce della nostra coscienza cerca di risvegliare in noi il senso di Infinito, l’anelito alla Vita vera alla quale siamo chiamati, cerchiamo di tacitarlo e soffocarlo con qualcos’altro.

L’uomo di oggi ha paura dell’Immenso, dell’Infinito, perciò si rifugia nelle piccolezze, senza rendersi conto di cadere in un’altra infinita immensità: il baratro del vuoto esistenziale.

Un rifiuto cosciente

È impressionante leggere tra le righe di questa parabola quanto il rifiuto della Salvezza da parte dell’uomo sia cosciente e ostinato, addirittura violento («altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero»).

Il Regno dei cieli è un invito a festa; non è un obbligo, qualcosa di pesante… è l’invito a condividere la gioia di Dio, gratuitamente, immeritatamente. Eppure la risposta dell’uomo è il rifiuto, l’indifferenza.

Fin dall’inizio, da Adamo ed Eva, l’uomo ha diffidato della bontà di Dio e del Suo desiderio far festa con lui, e ha preferito essere indipendente, autosufficiente, non dover rendere conto a nessuno.

Quante volte – di fronte alla possibilità di poter dare una bella svolta alla nostra vita – rimaniamo ostinatamente fermi sulle nostre posizioni, pur di non dover fare la fatica di cambiare (o anche solo di ammettere che ci eravamo sbagliati)?

Dio non si dà mai per vinto

Ma – come dicevamo domenica scorsa – Dio non si dà mai per vinto di fronte al nostro rifiuto, anzi: se la festa di nozze all’inizio era per “pochi intimi”, adesso le porte si spalancano a tutti, «cattivi e buoni».

Ed è bello sottolineare come la traduzione letterale di quei «crocicchi delle strade» sia «dove le strade finiscono», cioè: là dove ormai non c’è più nessuno sbocco, nessuna meta, nessuna possibilità…

Ancora una volta, per Dio «la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo» (Mt 21,42).

Nelle mani di Dio anche i “rifiuti dell’umanità” diventano invitati d’onore!

Colpo di scena!

Infine, di questo vangelo mi ha sempre colpito la scena finale. Mi sono sempre chiesto il senso di questo epilogo imbarazzante, dove il padrone entra a vedere i commensali e ne coglie in flagrante uno senza abito nuziale e – per questo – lo sbatte fuori.

Prima di conoscere gli usi e i costumi ebraici mi chiedevo: «Come potrebbero avere l’abito di festa delle persone prese all’improvviso per strada, sotto i ponti, nei bassifondi delle periferie?»

Ho poi approfondito nello studio che – a quei tempi – l’abito (o il mantello) da festa veniva fornito all’ingresso del vestibolo proprio da parte di chi aveva fatto l’invito.

Qual è allora il senso di questo finale?

Nel Regno dei cieli Dio desidera fare entrare tutti, nessuno escluso, anzi: parte proprio dai più «cattivi», dai meno raccomandabili (tra questi siamo pure noi: mica penseremo di essere gli “ospiti d’onore”!)… Ma una volta entrati a questa festa, occorre gustarne fino in fondo la gioia.

Dio non chiede di essere bravi, belli, buoni… ma solo di aver voglia di far festa con Lui. Altrimenti, anche tra i poveracci invitati per ultimi, c’è il rischio di trovare lo stesso cuore dei primi invitati ufficiali, che «non volevano venire e …non se ne curarono».

Re-imparare a far festa

Sono tanti i motivi che ci portano in chiesa la domenica, e magari non tutti “nobili” e propriamente spirituali («sono anni che ci vengo… è abitudine; non ci vengo sempre, ma oggi ho fatto celebrare la Messa per i miei defunti… ci vado perché se no mia madre mi fa la predica…»); ma una volta che siamo qui, il Signore ci chiede di disporci alla festa!

Ci vuole insegnare (nuovamente) a far festa per davvero, a saper gioire per quelle gioie (magari poche e rare, ma ce ne sono) che nella mia vita dicono e anticipano la Grande Festa che vorrà fare con noi alla fine dei tempi, quando finalmente

«Eliminerà la morte per sempre.
Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto»

come canta stupendamente Isaia nella prima lettura.

È questo il senso del «settimo giorno» (cfr Gen 2,1-3 e Es 20,10-11): un momento nel quale fermarsi e apprezzare le piccole o grandi gioie che il Signore ci dona per farci intravedere la Grande Gioia che ha preparato per noi: il nostro compleanno, l’anniversario di matrimonio, la festa di laurea di nostra figlia, il fatto che nostro figlio ha finalmente trovato lavoro…

L’abito fa il monaco

L’abito nuziale esprime proprio questo: un volto e un cuore segnati dalla felicità, dalla capacità di gioire, riconoscendosi destinatari di una Grazia e un Dono immeritati.

Una volta ricevuta la Grazia di far parte della gioia del Signore, occorre cambiare vita per davvero («cambiare abitudini» deriva proprio da «cambiare abito»).

Dal momento in cui Dio ci fa entrare nel Suo progetto di Eternità non possiamo più continuare ad essere quello che eravamo prima, ma siamo invitati a “vestirci a festa”.

Ora che siamo cristiani e che Dio ci ha destinati a entrare nel Suo Regno, non possiamo continuare a vivere da “accattoni” e “mendicanti”, e nemmeno da semplici spettatori in un angolo: occorre desiderare profondamente di vivere questa festa, già da ora, e poi in eterno, al Suo ritorno.

L’abito Battesimale, simbolo della nostra esistenza rinnovata nella Vita di Cristo, va indossato con dignità e onore, perché non ce lo siamo dati da soli, ma ne siamo stati rivestiti per grazia il giorno del nostro Battesimo, quando siamo stati immersi nella morte di Cristo per risorgere a Vita nuova con Lui.

Infine, l’abito nuziale è Cristo stesso; lo capiamo leggendo san Paolo, che ci esorta dicendoci: «Rivestitevi di Cristo!» (Rm 13,14).

In questo caso non vale più il proverbio «l’abito non fa il monaco», perché un cristiano che non lasci trasparire tutta la gioia del suo vivere come nuova creatura in Cristo non si può dire tale!

Il beato Piergiorgio Frassati insegnava che l’abito del cristiano, la sua carta d’identità, è la gioia sul volto: non è forse vero che i “musi lunghi” tolgono ai cristiani ogni possibilità di essere testimoni credibili e li rendono anonimi e tristi come tutti gli altri?

Per questo, il neo-beato Carlo Acutis diceva:

«Tutti nascono come originali, molti muoiono come fotocopie».

E allora re-indossiamola con gioia questa veste battesimale, perché questo abito (che è Cristo Risorto) fa il cristiano!