Lunedì Santo

Is 42,1-7; Sal 27; Gv 12,1-11

Il brano evangelico di oggi sembra fare come quelle rubriche-almanacco dei TG intitolate “accade oggi”:

«Sei giorni prima della Pasqua…»

Ci proiettiamo indietro di 2000 anni e diventiamo contemporanei di Gesù.

Cosa ha fatto Gesù nell’imminenza della sua Passione?

Si è letteralmente rifugiato in casa delle persone più care che aveva: a Betania, dai suoi tre migliori amici Lazzaro, Maria e Marta.

Dove rifugiarsi in questo momento?

Quando viviamo momenti di sconforto spesso ci rinchiudiamo in noi stessi, rintanandoci nella nostra camera, in cerca di solitudine… Ma, mai come in questi giorni, facciamo esperienza del fatto che la solitudine è la cura sbagliata.

Gesù, vivendo profondamente ogni aspetto della nostra umanità, ci insegna che il cuore cerca consolazione, e la compagnia di quelle persone che non han bisogno di parole per dirti che ti vogliono bene.

In questi giorni di sofferenza è bello sentirci “sulle stesse corde” di Gesù, e cercare di imparare anche dai suoi gesti più “umani” come affrontare questa situazione.

Il web e i TG sono pieni di consigli su come affrontare i risvolti psicologici della quarantena, del distanziamento sociale… beh, Gesù oggi ci dice che la cura migliore allo sconforto è stringerci forte a quelle persone che abbiamo accanto nelle nostre case (almeno chi può farlo).

Recuperiamo e purifichiamo quegli affetti che spesso si erano deteriorati a causa della frenesia e del cercare di “riempire il tempo” con molteplici attività che ci tenevano fuori casa, senza farci mai incontrare!

L’eucaristia domestica

L’affetto a Betania si concretizza anzitutto nel gesto più ordinario che conosciamo… il mangiare:

«fecero per lui una cena».

Quante volte ci siamo seduti a tavola a mangiare solo per “riempire la pancia”, per rispondere ad un bisogno istintivo e primario, senza badare a chi era seduto con noi…

O magari mangiando qualcosa in piedi e salutando di fretta i parenti seduti davanti al loro piatto, perché era più importante la palestra…

Quante volte abbiamo dimenticato che la tavola – nelle nostre case – replica la Mensa delle nostre chiese.

In questi giorni in cui a noi cristiani manca tanto l’Eucaristia, dovremmo saperla vedere (e ri-creare) ogni volta che ci sediamo a tavola con la nostra famiglia, i nostri cari.

E sentirci in comunione con tutti coloro che in questi giorni – per un motivo o per l’altro – non possono godere nemmeno di questo conforto.

La famiglia è la “chiesa domestica”, e quando si siede a tavola nella fraternità, celebra davvero l’Eucaristia!

La stupidità dell’Amore

Il secondo gesto d’affetto a Betania è molto meno ordinario… anzi: è qualcosa di sconvolgente.

Quello che fa Maria è disdicevole agli occhi dei maliziosi (una donna che compie un gesto così intimo verso un uomo). Lo sarebbe oggi e lo era ancor di più nella società di Gesù.

Eppure Maria non pensa ai giudizi della gente, e profonde in modo puro e casto tutto l’affetto e l’amicizia che aveva già dimostrato a Gesù mettendosi ai suoi piedi per ascoltarlo.

L’Amore vero, quello con la “A” maiuscola, non fa calcoli di convenienza, né sociale, né economica.

L’Amore è una forza travolgente, che rende “stupido” chi ne è riempito.

Si fanno pazzie per amore: come quando un ragazzo prende il treno e percorre tutta l’Italia spendendo tutti i suoi risparmi per andare a trovare la sua amata che vive a 1000 Km di distanza!

Maria ha ascoltato così bene il Maestro, ha fatto entrare così profondamente in sé la Sua Parola, che ha già iniziato ad acquisire lo stesso stile di Gesù: quello del donare senza misura.

Il gesto di Maria – che Giuda giudica uno spreco assurdo – è l’anticipo del gesto di Gesù: proprio il dono della Sua vita in croce – visto da fuori (da chi non è capace di misurare col cuore) – è giudicato uno spreco.

Verrebbe proprio da dire così, davanti al Crocifisso: «valeva la pena morire per gli uomini, visto il trattamento che ti hanno riservato (e che ti riservano da 2000 anni)?»

Ragionamenti e calcoli impediscono di amare

Giuda – appunto…

Era il cassiere del gruppo dei Dodici; un uomo concreto, abituato a maneggiare il denaro e dare un valore ad ogni cosa… così abituato da saper dare un prezzo anche alla consegna del suo Maestro!

I soldi, l’interesse, come unità di misura di tutto, anche dei rapporti umani.

È quello di cui ci siamo accorti in questo “stop” repentino che il COVID-19 ci ha imposto.

E che spesso torna ancora ad affiorare come una delle preoccupazioni più impellenti: l’economia.

Pur dovendoci preoccupare di chi sta rischiando di perdere il lavoro e tutto quanto, credo proprio che dovremo dare una nuova impostazione alla nostra vita quando questa tragedia sarà alle nostre spalle (speriamo presto).

A tal proposito ho trovato una frase su internet:

«Dopo tutto questo non dobbiamo tornare alla normalità di prima, perché la normalità era il problema».

Se “normalità” è dare a tutto (e a tutti) un prezzo, non capiremo mai il senso vero dell’Amore. E della vita.

San Filippo Neri, a chi gli dava del pazzo, rispondeva:

«eh, sì: tutti nasciamo pazzi. Poi, crescendo – purtroppo – si sviluppa la ragione… Ma chi ragiona troppo, non è capace di amare nessuno».

Impariamo a “sprecare”… e sarà davvero Pasqua

La Pasqua è proprio il contrario dello stare nell’aridità dei calcoli.

Anche se dopo questa pandemia ritroveremo un’economia fiorente (ce lo auguriamo), la nostra società sarà povera se vivrà solo di calcoli e convenienze.

La salvezza, la Pasqua, sta nello spreco, nello spreco dell’amore, nello spreco del cuore.