Essere o non essere. 3ª Domenica di Avvento (B)

Essere o non essere

Is 61,1-2.10-11; Lc 1,46b-50.53-54; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Il Battista sa e accetta di non essere altro se non «voce di uno che grida»: si annienta davanti alla Parola di cui è profeta, e questo lo rende ciò che è.

Siamo già alla terza domenica del Tempo di Avvento, quella che la tradizione ha soprannominato «Gaudete», ovvero «rallegratevi». È un invito a gioire nel Signore, e i brani della Scrittura che ci sono proposti hanno tutti questa impronta.

Invitati a gioire

Nella prima lettura il profeta Isaia esclama:

«Io gioisco pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio».

Il Salmo responsoriale (che in realtà questa volta è un pezzo del cantico evangelico del Magnificat), ci presta le stupende parole di Maria:

«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore».

Nella seconda lettura, Paolo raccomanda ai Tessalonicesi e a noi:

«Fratelli, siate sempre lieti».

E il Vangelo? Beh… il Vangelo ci presenta anche questa domenica la figura del Battista, e – sinceramente – facciamo fatica scorgere della gioia in un personaggio così austero… ma ci arriviamo (alla fine della riflessione), promesso!

La parola a Giovanni

Il nostro “compagno di viaggio” Marco è molto conciso, e il suo vangelo non basta nemmeno a coprire tutte le domeniche dell’anno liturgico, perciò oggi la Liturgia prende in prestito un brano del quarto evangelista, che approfondisce la descrizione incisiva ma scarna del Battista che abbiamo ascoltato domenica scorsa.

Ci viene descritto una sorta di processo (molte parti del quarto vangelo hanno questa struttura). La “spedizione” è inviata a Betania dalle autorità giudaiche di Gerusalemme (le stesse che condanneranno Gesù).

I sacerdoti e i leviti mandati in avanscoperta hanno il compito di capire se questo strano profeta fuori dagli schemi abbia delle pretese messianiche e – quindi – possa diventare un pericolo per l’ordine costituito.

Il mio nome è “io non sono”

L’interrogato – però – previene subito i timori degli inquirenti:

«Io non sono il Cristo».

È sorprendente la forza, la chiarezza, la sincerità di quest’uomo, che il Prologo (di cui abbiamo ascoltato solo i versetti 6-8) ci presenta come «mandato da Dio… come testimone per dare testimonianza alla luce».

Questa negazione perentoria (di non essere il Messia) tranquillizza le ansie dei Giudei.

L’asceta del deserto, che una folla già acclamava come tale, avrebbe avuto gioco facile a farsi credere il Cristo…

Invece no. E spazza via anche tuti gli altri possibili fraintendimenti: afferma – infatti – di non essere nemmeno Elia o «il Profeta» successore di Mosè promesso da Dio (cfr Dt 18,15-18).

Con i suoi «io non sono», oltre a rassicurare i suoi inquisitori, Giovanni «spiana» davvero – lui per primo – la strada a Gesù.

Tutto il quarto vangelo – infatti – è costellato di affermazioni di Gesù che iniziano con «Io sono…» («il pane della vita», «la luce del mondo», «il buon pastore», «la risurrezione e la vita», «la via, la verità e la vita», «la vite vera»), e che culminano con un «Io sono» privo di qualsiasi altro attributo (cfr Gv 8,28).

«Io sono» è la rivelazione del nome sacro di Dio fatta a Mosè dal roveto ardente (cfr Es 3,13-14), è il nome impronunciabile del Signore! Gesù ha la forza di farlo proprio, perché «Lui e il Padre sono una cosa sola» (cfr Gv 10,30).

Tanti altri – nella storia – hanno avuto la pretesa di affermarlo, pur non avendone diritto:

«Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”, e trarranno molti in inganno» (Mc 13,6).

Il Battista no: il suo nome, la sua essenza è proprio il «non essere», il non pretendere di essere nulla di più di ciò che Dio ha fatto di lui:

«Io sono voce di uno che grida nel deserto».

Qui sta tutta la sua grandezza, al punto che Gesù stesso dirà di lui: «fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista» (Mt 11,11).

Il dramma del non essere nessuno

Pensiamo invece come – ai nostri giorni – sia un dramma il non essere nessuno, il non poter dire «lei non sa chi sono io»…

Quante persone si costruiscono un’esistenza fasulla a ritmo di finte identità sui social e ritocchi di photoshop alla propria immagine di profilo, pur di apparire, di far dire agli altri: «hai visto quello?»

Quanti sono in cerca di riconoscimenti, di pubbliche affermazioni… tutto pur di apparire ed «essere qualcuno».

Quanti vanno in crisi, non riuscendo a “riprodurre” l’altissimo ideale di individuo suggerito da una società che fa selezione in base al numero di followers e like sulle piattaforme digitali!

Imparare da Giovanni

Oltre che un grande esempio spirituale di umiltà, il Battista è anche un faro di equilibrio umano e psicologico: non soffre di complessi di inferiorità, di moti di gelosia, ma accetta serenamente la sua missione, il suo non essere altro che il precursore del Messia.

Davanti alla sua figura si può davvero imparare molto, a livello di umanità e di fede.

La vera gioia sta nel «non essere…»

Cosa c’entra – però – questo brano evangelico nella domenica della gioia?

Eccoci arrivati alla spiegazione, come promesso. Ce la da lo stesso evangelista, riportandoci ancora un piccolo scorcio della vita del Battista, poco più avanti. Spero abbiate ancora un po’ di pazienza nella lettura:

«Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava…
Andarono da Giovanni e gli dissero: “Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui”. Giovanni rispose: “Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: ‘Non sono io il Cristo’, ma: ‘Sono stato mandato avanti a lui’. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è pienaLui deve crescere; io, invece, diminuire»
(Gv 3,22-30 passim).

Quella dell’amico/testimone dello sposo è un’immagine stupenda!

Chi di voi ha fatto questa esperienza sa che è davvero un momento di grande gioia fare da testimone di nozze: la felicità dello sposo o della sposa viene partecipata e si diffonde su chi li accompagna alle nozze.

Sarebbe davvero un dramma, se il testimone fosse geloso o invidioso di chi l’ha chiamato a tale compito, no? (eppure nella nostra società malata capitano anche queste assurdità!)

Giovanni è il modello del vero testimone: non solo accetta, ma è felice di fare spazio allo sposo, di non essere altri che il precursore, e – infine – di scomparire del tutto, in una via che lo porterà fino al martirio.

Si è fatto da parte senza mugugni né rimpianti, ha fatto spazio dentro e fuori di sé per fare posto a Cristo. Ha saputo trovare nella sua missione la ragione e il segreto della sua gioia.

Facciamoci da parte

È il segreto che viene svelato anche a noi in questo ultimo scorcio di Avvento: se vuoi trovare la gioia, occorre che ti faccia da parte, che tu faccia spazio dentro e fuori di te per accogliere «lo sposo», Cristo, che sta cercando un posto per nascere e rendersi presente.

E l’unico modo per fare spazio dentro di noi è smetterla di cercare di affermare noi stessi, di essere chissà chi, e accettare di non essere altro rispetto a ciò che Dio ha pensato per noi.