Star dietro

22ª Domenica del Tempo Ordinario (A)

Star dietro a Gesù

Ger 20,7-9; Sal 63; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Forse a me vien più facile (perché porto il suo stesso nome), ma credo che tutti dovremmo metterci nei panni dell’apostolo Pietro per capire come basta davvero poco per capovolgere le sorti della propria vita.

In pochi secondi Pietro passa dall’essere l’amministratore delegato del Regno dei Cieli al portinaio degli inferi!

Dalle stelle alle stalle

Solo sette versetti per passare dal

«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché… te lo ha rivelato il Padre mio» (Mt 16,17)

al

«Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23)

Pochi minuti per cadere dalla beatitudine alla rovina. Pietro si trasforma: dall’essere ispirato da Dio all’essere confidente del diavolo!

Da pietra di fondamento a sasso d’inciampo

C’è un’altra repentina (e tragica) trasformazione: un attimo prima Simone era stato rinominato “Pietro”, perché doveva essere la pietra, la roccia su cui edificare la Chiesa, e ora è diventato solo un “sasso d’inciampo” (questo è il significato di “scandalo” in greco).

Che figura! Che batosta!

È proprio vero quello che mi disse una volta un frate domenicano: «più è alto il piedistallo su cui ci siamo innalzati, più ci si fa male quando si cade».

Quello fu – probabilmente – lo stato d’animo del nostro povero Simone…

Ma cos’è mai successo nell’apostolo per portarlo a vivere questa brutta trasformazione?

Cerchiamo di andare in profondità.

Dipende da quale “avvocato” ascolti

L’esperienza dolorosa e tragica di Pietro ci mostra come dentro ciascuno di noi ci sia una sorta di “tribunale”, con due scranni: quello dell’accusa e quello della difesa.

In mezzo – come un giudice – sta seduto il nostro io, la nostra coscienza.

A seconda dell’avvocato che facciamo prevalere, cambia totalmente l’esito del nostro giudizio, delle nostre scelte.

Il termine «Satana» a noi richiama subito alla mente il Diavolo, ma in realtà – nella lingua greca (ed ebraica) – non è un nome proprio. Il vocabolo – di per sé – indica l’oppositore.

Tanto quanto “Paràclito” indica l’avvocato difensore, così potremmo dire che “Satana” indica l’avvocato accusatore.

Eccoli qui, i due “avvocati”:

  1. Il Paràclito, lo Spirito Santo, in noi parla sempre a difesa di Dio, e riferendoci le Parole del Padre (proprio come aveva fatto un attimo prima, rivelando a Pietro la vera natura messianica di Gesù);
  2. Satana, lo spirito del Maligno – invece – parla sempre contro Dio, accusandolo o storpiandone le parole: basti pensare alla scena di Adamo ed Eva col serpente (cfr Gen 3,1-5).

Lasciare il timone a Dio

Nella suo rimprovero, Gesù spiega a Pietro questa dinamica che si è appena avverata in lui.

Prima – finché si era trattato di riconoscere l’identità del suo Maestro – si era lasciato ispirare dal Padre («né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli»).

Subito dopo, però, – quando era arrivato il momento di accettare la via inaspettata e tragica della Croce, preannunciata da Gesù – aveva ricominciato a pensare «secondo gli uomini» (e quindi “contro” Dio).

All’inizio aveva lasciato in mano a Dio il timone della sua vita, ma – dopo un solo attimo – aveva voluto riprenderne il comando.

Aveva già fatto questa esperienza, sul lago in tempesta (basta rileggere la riflessione di qualche domenica fa): fin quando aveva tenuto lo sguardo fisso su Gesù e si era fidato di Lui, tutto era andato bene… i problemi erano cominciati quando aveva ripreso a far affidamento solo sulle sue (povere) forze.

Tornare dalla cattedra ai banchi

Ancora una volta Pietro si trova a fare i conti con la tentazione di voler insegnare a Gesù come fare il Messia, a Dio come essere Dio!

Quel «vade retro, Satana!» – che la vecchia traduzione del 1974 traduceva malamente con «lungi da me, Satana!» (come se Gesù avesse voluto allontanare Pietro come un pericolo) – ora è stato tradotto meglio, con «Va’ dietro a me», ma necessita di un’ulteriore spiegazione.

Lo «stare dietro a Gesù» non indica solo una posizione fisica, logistica: indica invece la naturale posizione “gerarchica” del discepolo.

Il discepolo è colui che deve stare dietro il Maestro per seguirlo, per lasciarsi guidare, perché è Lui «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Il discepolo deve discere – “imparare”; e per farlo deve essere “docile” (ovvero: «disposto ad ascoltare il docente»).

Ecco cosa dice Gesù a Pietro (e a tutti gli altri discepoli, e anche a noi):

«voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo» (Mt 23,8.10).

Quante volte anche noi facciamo l’errore di Pietro, di «rimproverare» il Signore, di volergli insegnare cosa deve volere o no («Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»).

Come dicevo tempo fa in una delle mie riflessioni, basta poco all’uomo per perdersi irrimediabilmente: è sufficiente che “perda per strada” la “D” iniziale del nome “Dio”, per rimanere solo con la miseria del proprio “io”.

Mettere l’io dietro a Dio

La ricetta che propone Gesù ai discepoli (e anche a noi) per guarire da questa malattia è una “medicina” amara, ma efficace:

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Sono parole dure, come una sberla in faccia: rinunciare a se stessi, alle proprie idee? Annientarsi? Prendere la croce?

Ma davvero Dio è buono e mi vuole bene, se mi chiede questo?!

Stiamo attenti a non pensare subito a Dio come ad un essere “geloso delle sue cose”, invidioso del fatto che qualcuno possa “passargli avanti” o essere felice (come lo dipingeva il serpente primordiale: cfr Gen 3,4-5).

Dio non vuole il nostro male, e non ci chiede di farci del male!

Ma ci mette in guardia da tutto ciò che per noi ha l’apparenza di bene e invece è la nostra rovina (come il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male per Adamo ed Eva: cfr Gen 3,6-7).

Da soli non siamo capaci di scegliere il Bene: abbiamo sempre bisogno che sia Dio ad indicarcelo. Ne abbiamo fatto sicuramente esperienza più e più volte.

Un giudice in tribunale deve essere imparziale: non può scegliere la versione dell’avvocato che fa più comodo a lui, ma deve perseguire la giustizia.

Invece, quello strano “giudice” che è il nostro io è parziale: ascolta sempre e solo chi gli promette di “star bene”, non Chi gli indica il Vero Bene.

«Rinnegare noi stessi» non vuol dire farci del male, annientarci come persone, ma ri-centrare la nostra vita rimettendo il nostro io dietro a Dio.

Per farlo dobbiamo liberarci da tutti i nostri pregiudizi, le nostre preferenze, le nostre inclinazioni, la nostra parzialità, la nostra superba pretesa di autosufficienza, e riconoscere umilmente che – da soli – non siamo capaci di giudicare nulla e nessuno, nemmeno noi stessi (cfr Lc 12,54-57).

L’unico giudice è il Signore

Noi pensiamo di poter dire la nostra su tutto e su tutti, di avere sempre voce in capitolo, ma – in realtà – siamo dei poveracci che non riescono a mandare avanti dritta nemmeno la propria vita! Come san Paolo, dovremmo riconoscere umilmente che:

«in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,18-19).

Per agire saggiamente e prendere le decisioni giuste nella nostra vita dobbiamo ascoltare quel “Maestro interiore” (come lo chiamava Sant’Agostino) che è lo Spirito Santo, il Verbo stesso di Dio che parla in noi.

Dobbiamo «tornare dietro» a Gesù, lasciarci istruire da Lui, dicendo ancora una volta con l’Apostolo:

«io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!» (cfr 1Cor 3b-4)

Quante volte – invece – ci crediamo “dio in terra” e giudici di tutti!

Quante volte non lasciamo parlare lo Spirito del Signore dentro di noi e lo copriamo con la nostra voce, con i nostri modi di vedere e pensare, o con il “pensiero comune” dei tempi moderni…

Quanto spesso tacitiamo la coscienza! “Accomodiamo” le esigenze del Vangelo a seconda che ci paiano accettabili o meno. E così ci costruiamo una nostra legge, una nostra morale, “cucita su di noi” (in cui noi abbiamo sempre ragione e gli altri torto).

«Tornare dietro» a Gesù – invece – è lasciare l’ultima parola a Lui, perché

«Uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e mandare in rovina» (cfr Gc 4,12).

Un po’ come quando – nella giustizia umana – un tribunale riconosce di non poter emettere una sentenza ma ritiene sia il caso di consultare una Corte più “alta”.

Abbiamo bisogno anche noi di metterci nelle mani di quel giudice che sta “più in alto”, l’unico che è giusto e misericordioso allo stesso tempo.

Pillole di “indietreggiamento”

Cerchiamo ora di trovare qualche piccola applicazione pratica di quel «va’ dietro a me», di quel «rinnega te stesso» che il Signore ci ha consegnato come medicina.

Come si fa a rinnegarsi, cioè a «dire di no» al proprio io? Facciamo alcuni esempi concreti:

  • C’è uno spettacolo osceno o violento in TV? Il «pensare secondo gli uomini» ti farebbe dire: «che male mi può fare? Ormai sono adulto, mica un bambino»… Rinnegare te stesso è dire «no! Non voglio turbare la purezza e la serenità del mio cuore!»
  • Un amico ti offre uno spinello? Il «pensare secondo gli uomini» ti farebbe dire: «Ma sì, bisogna provare una cosa per capire se è sbagliata, no?». Rinnegare te stesso è dire un «no!» deciso (che magari ti salverà la vita).
  • Senti ribollire nel cuore la rabbia per ogni cosa che non va, sul lavoro o a casa? Rinnegare te stesso è aspettare di essere calmo per parlare, invece di schiacciare tutti come un rullo compressore.
  • Così nella vita di coppia: se due sposi non imparano a rinnegare il proprio io saranno sempre due solitudini una di fronte all’altra, destinate a perire nel dolore del non dialogo.

Sono tanti i piccoli modi in cui – nella nostra vita – possiamo cominciare a rinnegare noi stessi.

Rinnegando noi stessi avremo già fatto il primo passo per «prendere la nostra croce» e metterci in cammino dietro a Gesù, perché la Croce non è sofferenza fine a se stessa, ma dono gratuito, rinnegamento di sé per il bene dell’altro.