Bisogna toccare il fondo

Bisogna toccare il fondo
Martedì della 16ª sett. del T.O. (I)

Letture: Es 14,21-31; Es 15,8-10.12.13.17; Mt 12,46-50

Anche oggi, che la Liturgia ci fa festeggiare l’apostolo Giacomo, vi chiedo la pazienza di “riciclare” il commento alle letture proprie che ho fatto l’anno scorso (così come ho fatto sabato per la festa di santa Maria Maddalena).

Per non perdere i pezzi…

Il motivo è sempre quello: cerco di dare una certa continuità alla lettura e alle riflessioni sui testi dell’Esodo che stiamo ascoltando di giorno in giorno, dato che già il Lezionario taglia e cuce in modo grossolano, e mi spiace interrompere sul più bello, soprattutto i racconti fondamentali, come il passaggio del Mar Rosso.

Attraversamento necessario

Come dicevo, quello del passaggio glorioso del popolo d’Israele attraverso le acque del Mar Rosso è uno dei testi fondamentali, non solo per gli Ebrei, ma per ogni credente, perché aiuta a rileggere il cammino della propria vita e delle necessarie conversioni.

Attraversare il mare e passare all’altra riva è un’immagine simbolica molto forte: è uno dei tanti “passaggi” sottintesi nella parola ebraica Pesach (cioè “Pasqua”, “passaggio”), come vi dicevo nella riflessione di venerdì scorso.

Anche per noi, come per i nostri padri, c’è una traversata, un passaggio fondamentale da compiere: quello dalla schiavitù alla libertà, dal peccato alla Grazia, dalla morte alla vita.

Ma questa traversata non si può fare se non calpestando il fondo del mare (il commento che segue è la sintesi di concetti che ho già espresso nella Veglia Pasquale del 2022).

Bisogna toccare il fondo

Il testo dice che

gli Israeliti entrarono nel mare sull’asciutto…

…avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare.

Chi abbia provato a camminare sulla sabbia lasciata affiorare dalla bassa marea (per esempio sulle spiagge dell’Adriatico il mattino presto) sa bene quale putredine di alghe, cozze, conchiglie e granchi morti la ricopra, e quale fetore ne derivi.

Credo che il fondale “asciutto” del Mar Rosso fosse proprio così: un sottofondo marino in putrefazione, non certo il vialetto profumato dei giardini della Reggia di Caserta!

Così è il nostro cuore quando «il Signore durante tutta la notte risospinge il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto»: affiora ciò che siamo veramente.

Riconoscere ciò che siamo

È lì, sul fondo del nostro cuore, che il Signore ci vuole far camminare quando siamo disposti a rientrare in noi stessi e metterci in atteggiamento penitenziale di conversione.

Riconoscere i nostri peccati significa essere disposti a “toccare il fondo”, a camminare in mezzo alla putredine della nostra coscienza.

Ma non è quella la nostra meta definitiva: il Signore non vuole che rimaniamo ostaggio dei nostri sensi di colpa.

Passare all’altra riva

La destinazione della traversata non è il fondo putrefatto della nostra anima, ma l’altra riva: quella da cui ammirare come le forze della natura, in mano al Signore che le ha create, sono capaci di fare ordine, di separare per sempre e definitivamente il male dal bene.

Anche noi – come Israele – siamo chiamati a vedere gli Egiziani morti sulla riva del mare; a vedere la mano potente con la quale il Signore aveva agito, a temerlo e credere in Lui.

Gli Egiziani morti sulla riva sono i nostri peccati, i nostri egoismi, le durezze interiori che spesso ci tengono in scacco e in schiavitù, finalmente spazzati via dalla misericordia di Dio.

Una conversione quotidiana

Attenti però, che non è una traversata compiuta una volta per sempre, perché a quelle schiavitù, purtroppo, ci affezioniamo e guardiamo spesso con nostalgia, come ricordavo commentando il brano di ieri: la tentazione di tornare in Egitto, di rimanere schiavi è sempre in agguato.

La libertà è un dono da desiderare e riconquistare ogni giorno.